La lezione dei dazi

Luciano Capone

Sulla difficoltà che si fa a comprendere il concetto di “vantaggio comparato”, e quindi i benefici del libero scambio, Paul Krugman scrisse un breve saggio: “La difficile idea di Ricardo”. Ma è roba un po’ sofisticata. Per confutare le idee sovraniste del governo sul commercio internazionale servirebbe uno come Vilfredo Pareto. Nel 1891, al culmine del protezionismo crispino, il grande economista scrisse la paradossale “Lettera d’un vignaiuolo” in cui proponeva ai sovranisti dell’epoca di “ristabilire le dogane dei sette antichi Stati” preunitari: “Se è vero che il cingersi di barriere doganali arricchì l’Italia, perché il ristabilire le antiche dogane non gioverebbe alla Toscana? Se giova agli italiani di respingere il ferro inglese, perché non tornerebbe utile ai toscani di respingere il vino delle Puglie?”. 

   

Il paradosso di Pareto implica una consequenzialità logica, che al momento appare uno sforzo sovrumano rispetto alle posizioni incoerenti e contraddittorie dell’esecutivo gialloverde. Il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio si è espresso a favore, in principio, ai dazi: “Respingo al mittente quello story-telling per cui questi temi sono diventati un tabù”. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria, invece, a proposito dell’accordo commerciale con il Canada (Ceta) – pur non entrando nel merito del trattato – ha dichiarato: “La mia opinione personale è che il libero commercio, che si estende anche attraverso accordi commerciali, è sempre una buona cosa. Poi bisogna vedere come si fanno questi accordi”.

  

Il ministro delle Politiche agricole, il leghista Gian Marco Centinaio, dopo aver fatto una campagna elettorale trumpista contro le merci che “invadono” il mercato italiano ha invece detto: “Non siamo d’accordo a mettere i dazi, perché non sono nel contratto di governo”. In ogni caso, il ministro Di Maio e il ministro Centinaio, divisi sul tema dei dazi, sono d’accordo nel respingere il Ceta. Naturalmente non è una buona cosa per la nostra economia, perché l’Italia è l’ottavo fornitore mondiale del Canada con un volume di interscambio bilaterale di oltre 5 miliardi di euro nel 2015, 3,7 miliardi di export e un avanzo commerciale di 2,2 miliardi. E non esportiamo lenticchie e patate, ma macchinari, automobili, navi, aerei, piastrelle, calzature, farmaci, mobili, rubinetti, valvole, pompe e compressori. Il Ceta vuol dire un abbattimento del 99 per cento dei dazi, offrendo quindi enormi possibilità di espansione all’industria manifatturiera italiana. Qualche esempio. Verranno abbattute le barriere tariffarie su macchinari industriali (1 miliardo di export e dazi fino al 9,5 per cento), mobili (128 milioni, dazi al 9,5 per cento), abbigliamento (400 milioni e dazi fino al 20 per cento), prodotti in pelle (50 milioni e dazi al 13 per cento). Questo vuol dire per la nostra economia meno barriere e più opportunità, meno tasse e più export, quindi più posti di lavoro.

   

Si può dire, su questo, che però almeno la posizione di Di Maio è coerente e rispetta il contratto di governo che dice di opporsi al Ceta e ai “trattati di medesima ispirazione”. E invece no. Proprio ieri la Commissione europea, dopo aver avuto il via libera da Di Maio per conto del governo italiano, ha firmato il Jefta, un trattato di libero scambio che prende integralmente ispirazione nelle parti più innovative dal Ceta. Pertanto Di Maio, se fosse coerente, dopo aver detto “se anche uno solo dei funzionari italiani continuerà a difendere trattati scellerati come il Ceta sarà rimosso”, dovrebbe rimuovere sé stesso.

   

A rendere il quadro più incoerente si aggiunge la posizione sulle sanzioni alla e della Russia, uno dei pilastri del contratto di governo, di cui Lega e M5s chiedono a gran voce l’eliminazione. Anche Matteo Salvini, il più sovranista di tutti, un giorno sì e l’altro pure si scaglia contro le sanzioni. Ma se le sanzioni, i dazi e le barriere commerciali erette contro la Russia fanno male all’economia italiana, non si comprende perché dovrebbero fare bene contro il Canada, il Marocco o il Giappone. A rigor di logica, anche se è sempre un azzardo usarla in questo periodo, l’impressione è che la motivazione contro le sanzioni russe non sia il liberoscambismo, bensì il putinismo, variante d’importazione a dazio zero del sovranismo, che sempre Pareto considerava un veicolo di “merci avariate”.

   

L’economista lo spiegava ai lettori americani nelle corrispondenze raccolte e tradotte da Alberto Mingardi nel libro, appena pubblicato, dal titolo “L’ignoranza e il malgoverno” (Liberilibri): “Il popolo italiano è pronto a farsi menare per il naso esattamente come qualsiasi altro – scriveva Pareto –. Basta alzare la voce e proclamare forte e chiaro grandi frasi, l’“onore nazionale”, l’“espansione della razza italiana”, e simili, e il popolo si ritrova a inghiottire l’esca, senza andare in profondità e capire che razza di merci avariate si nascondano dietro questa bella bandiera”.

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