Cultura
IL LIBRO •
“La vecchia terra nuova” di Herzl, antidoto all’odio e fonte di speranza
"Altneuland" esce per la prima volta in italiano con il titolo “Vecchia terra nuova”. Si tratta della descrizione nei più minuti particolari della società che Herzl immaginò realizzata dagli ebrei nella terra da cui provenivano, finalmente al riparo dalle intemperie dell’antisemitismo che sempre più flagellava l’Europa
10 OTT 26

(Foto Getty)
Ora che il Green Party britannico ha deciso emulare l’Onu che nel 1975, segretario generale il persecutore degli ebrei di Salonicco Kurt Waldheim, approvò la risoluzione che equiparava sionismo e razzismo, abolita solo nel 1991; ora che in Italia, dall’asilo all’Università, si recitano giaculatorie dal fiume al mare e si ostendono surreali “sudari di Gaza”, e che l’ossessione antisionista e antisraeliana sembra ogni giorno superare sé stessa, suggeriamo come contravveleno la lettura del romanzo pubblicato nel 1902 da Theodor Herzl, che sei anni prima, con “Lo Stato degli ebrei” (da poco ritradotto da Daniele Scalise per SeferOttobre), aveva dato al sionismo politico il suo manifesto.
Il romanzo di Herzl, Altneuland, esce per la prima volta in italiano con il titolo “Vecchia terra nuova”, tradotto per Castelvecchi dalla germanista Roberta Ascarelli, che firma anche una ricca postfazione. Si tratta della descrizione nei più minuti particolari della società che Herzl immaginò realizzata dagli ebrei nella terra da cui provenivano, finalmente al riparo dalle intemperie dell’antisemitismo che sempre più flagellava l’Europa e che aveva disilluso anche chi, come lui, aveva creduto nella piena assimilazione degli israeliti da parte delle società in cui vivevano da secoli. All’epoca del caso Dreyfus, che Herzl seguiva per il suo giornale viennese, i cortei parigini che invocavano “mort aux Juifs” lo avevano convinto che, se perfino la Francia che per prima aveva emancipato gli ebrei riservava loro tanto odio, per non parlare dei pogrom che li falcidiavano in Russia, bisognava trovare a ogni costo un luogo sicuro.
La strenua attività di ricerca di risorse e alleanze, a cui Herzl dedicò tutto il suo tempo fino al 1904, quando la morte lo fermò a quarantaquattro anni, non dette molti risultati. Non solo la sua proposta non trovò risorse sufficienti, ma dovette scontrarsi con lo scetticismo e perfino l’ostilità di autorevoli esponenti del sionismo culturale. Tutto questo indusse Herzl a dare vita al suo sogno almeno in forma letteraria. Lui, che si considerava soprattutto uno scrittore, non era mosso solo da un impulso autoconsolatorio. Il suo romanzo vuole essere la dettagliata dimostrazione delle potenzialità e della concretezza della sua visione.
La vecchia terra nuova corrisponde agli antichi luoghi di origine del popolo ebraico. In quello che, all’epoca dell’uscita del libro, era un ancora lontano 1923, vediamo arrivare a Haifa due personaggi reduci da vent’anni di isolamento totale in una contrada remota. Si tratta dell’ebreo Friedrich Löwenberg e del ricchissimo misantropo prussiano Königshoff, che si fa chiamare Kingscourt. I due viaggiatori trasecolano, e noi con loro, di fronte a una società straordinariamente evoluta, libera, tecnologicamente avanzata. Una terra accogliente per tutti, dove ognuno può parlare la propria lingua e praticare la propria religione, dove la valorizzazione del lavoro (sette ore al giorno, rappresentate sulla bandiera del nuovo stato da sette stelle d’oro in campo bianco) e un efficace welfare realizzano condizioni di vita prospere e umane per tutti. Una terra dove gli arabi accolgono con amicizia e solidarietà gli ebrei che arrivano dall’Europa, perché portano benessere e libertà (è la parte del romanzo che più è rimasta utopia. Herzl non aveva fatto i conti con l’amico di Hitler, il Gran Muftì di Gerusalemme).
Uno dei personaggi chiave, il pioniere David Littwack, che da bambino mendicava nelle strade di Vienna e che Löwenberg aveva salvato dalla miseria, spiega al suo antico benefattore che “i veri fondatori di questa terra antica e nuova sono stati gli ingegneri idraulici. La bonifica delle paludi, l’irrigazione di terreni ormai aridi e, inoltre, l’insieme delle centrali elettriche. Tutto quello che abbiamo realizzato è frutto del loro lavoro”.
In quella terra le donne hanno diritto di voto, di studio e di lavoro e possono vivere come vogliono e “l’individuo non viene stritolato dagli ingranaggi del capitalismo, né decapitato dall’egualitarismo socialista”. Un pezzo di Europa, di occidente nel senso più umano e positivo del termine. Gli ebrei, sembra dire Herzl mentre descrive i mezzi di trasporto e l’organizzazione del commercio della vecchia terra nuova, hanno contribuito a costruire ciò che l’Europa è dal punto di vista culturale, sociale, scientifico. Non accetteranno di dimenticare o di essere defraudati di tutto ciò che questo significa. Sono anzi gli ebrei, cresciuti alla scuola della sofferenza, ad avere forza e idee per costruire una società più umana, per sé stessi e per tutti. La loro terra Herzl la immagina come pienamente occidentale, ed è l’elemento che si è inverato nello stato di Israele, anche se, ai suoi tempi, fu quello che gli guadagnò l’ostilità degli esponenti del sionismo culturale, che vedevano azzerata qualsiasi specificità ebraica.
Herzl non vide la nascita di Israele, molti dei suoi detrattori videro invece l’esplodere della persecuzione negli anni Trenta e Quaranta. La lettura di “Vecchia terra nuova” provoca oggi ammirazione per la carica di volontà, di lungimiranza e di speranza, perfino per quella parte di utopia, la felice convivenza con gli arabi, che la realtà si incarica di smentire ogni giorno di più. Herzl non si sarebbe scoraggiato, comunque. Non lo faremo neppure noi, nemmeno in questo che una studiosa attenta come la storica Manuela Consonni definisce il nuovo “momento antisemita”.