La brigata dei saccenti di sinistra

Un tempo, quando era marxista, si sentiva depositaria e custode delle leggi della storia. Ora, dopo che la storia era andata nella direzione opposta, cominciò a sentirsi depositaria e custode dell’etica e persino dell’estetica. Dalla “plebe” di Luigi Pintor a Stefano Bonaccini. Il ’94, l’orrore per chi va in discoteca e allo stadio e la rivolta delle élite
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Piero Natoli e Sabrina Ferilli in “Ferie d’agosto”, dove veniva rappresentato il contrasto tra l’Italia caciarona e incolta e quella del correttismo intellettuale

Tra gli elettori della destra “c’è gente che non ha nemmeno la terza media”. No, non sono le parole di Stefano Bonaccini, anno 2026. Sono quelle di Diego Novelli, già sindaco comunista di Torino, anno 1994. Trentadue anni dopo, uguale uguale, parola per parola. Un’ossessione infinita. Perché il 1994 è stato l’anno del trauma, della sinistra sotto choc che si sentì tradita dal popolo. Quando il ceto dei colti, quello con i quarti di nobiltà intellettuale, precipitò nell’astio apocalittico, perso, tramortito, senza fiato. Non era nemmeno la solita Dc, per quanto vituperata. Peggio, catastrofico: era il popolo che aveva scelto l’antitesi antropologica incarnata da Berlusconi, il Cavaliere Nero con codazzo di neofascisti e di leghisti. Gli operai con la tessera Cgil che votavano Lega, le periferie un tempo rosse che sceglievano il tycoon della telecrazia. Un incubo. Un cataclisma. Si narra di un noto intellettuale di sinistra che in casa di Laura Betti ebbe un mancamento all’annuncio dei risultati del 27 marzo 1994. E da trentadue anni il trauma non smette di spargere i suoi veleni dolorosi.
Con qualche differenza, si sa che in trentadue anni il mondo va avanti: ora la colpa è dei social e non della tv, e Giorgia Meloni ha preso il posto di Berlusconi. Ma da trentadue anni a questa parte la sinistra, imprigionata nella griglia depressivo-recriminatoria che ha reso nero l’umore dei tanti Bonaccini, la sinistra che si commuoveva alla vista del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo venne catturata dal “crampo elitario”. Cominciò per autocombustione a consolarsi con il mito della propria “superiorità morale”. Un tempo, quando era marxista, si sentiva depositaria e custode delle leggi della storia. Ora, dopo che la storia era andata nella direzione opposta, cominciò a sentirsi depositaria e custode dell’etica e persino dell’estetica. Niente più “avanti o popolo alla riscossa”. Ora il popolo, incolto, volgare, consumista e ringhioso doveva essere trattato con spocchia pedagogica. La sinistra diventò saccente, elitaria per tutti i trentadue anni a venire, fino all’incolpevole Bonaccini. “Perché la sinistra è diventata antipatica”, si chiese Luca Ricolfi? Questa antologia cerca di dare una risposta.
“La plebe”. Sì, Luigi Pintor inveì contro la plebe, non quella “sempre all’opra china”, ma adesso, ribelle alla sinistra, la “plebe borghese”. Pintor, che oltre a essere un dirigente politico, era una penna di sopraffina sensibilità, coniò anche quella che sarebbe diventata nei decenni la seconda parte del doloroso lamento sul tradimento del popolo. Lamento autocritico: “le proposte della sinistra, il linguaggio e l’immagine di sé che offre, parlano a una minoranza di questo grande corpo sociale”. Ma lamento poco efficace se dopo trentadue anni siamo ancora, con parole anche questa volta identiche, alla “sinistra che non si fa capire”. La plebe poi dilagò nell’incubo della “deriva plebiscitaria” (o, a seconda delle varianti, “peronista”, o “populista”, in voga oggi più di allora) alimentata da un popolo abbandonato a sé stesso, moltitudine indocile senza l’appoggio (e il controllo) di una comunità di riferimento (il partito, il sindacato, la casa del popolo), la folla solitaria di individui poco acculturati, soli, deboli, irraggiungibili se non da quel potentissimo elettrodomestico che si era installato al centro degli incubi di chi se ne sentì, allora come oggi, spodestato e tradito. La sinistra che prima intonava “el pueblo unido jamás será vencido” subì come una mutazione genetica nel lessico, nei comportamenti e nei tic. Cominciò a parlare come la destra conservatrice e parruccona d’antan, quella di un secolo prima terrorizzata dal “grigio diluvio democratico” e dall’”avvento delle masse”, quella di Ortega Y Gasset che, desolato ma lucido, deplorava il nuovo fenomeno moderno ben prima della scoperta della tv (e dei social): “l’uomo qualunque, a lungo colui che è stato guidato, ha deciso di governare il mondo”. In quell’anno l’elettore teledipendente diventò per Dario Fo pura “imbecil-gente”, esemplare di un popolo oramai avviato al più totale e non riscattabile “imbesuimento” (testuale). Giorgio Bocca inveì contro “la massaia che guarda le telenovelas”. Mario Pirani proclamò che “nelle urne non vince sempre la libertà”. Giovanna Zincone sulla rivista Reset affermò “che solo un individuo che goda di un minimo di cultura ha gli strumenti per capire”. Eravamo a un passo dal ripudio del suffragio universale e ci fu chi, spargendo sale sulla ferita, già allora ricordava sardonico che secondo Lenin nel glorioso avvenire dei lavoratori ogni cuoca avrebbe potuto reggere le sorti della cosa pubblica. Ma ora?
Giovanni Sartori, conservatore di razza che addirittura a metà degli anni Settanta si era trasferito negli Stati Uniti per paura dell’avanzata del Pci, visse una nuova vita come maître á penser della sinistra con la scoperta del “video-potere”, la fabbrica di un “uomo nuovo, l’homo videns, destinato a soppiantare l’homo sapiens”: un mostro che “atrofizza la nostra capacità di capire”, preda dei manipolatori. Niente di nuovo, già qualche anno prima un altro spirito indipendente come Ernesto Rossi lamentava: “Mentre la lettura stimola la riflessione e sviluppa il senso critico, la radio tende in generale a fare appello ai sentimenti più elementari”. Nel vocabolario della sinistra fece irruzione una nuova formula: “la pancia del paese” (poi messa alla berlina da Checco Zalone), la destra, ignorante, che vota di pancia; la sinistra, istruita, con la testa e con la ragione.
Bonaccini può vantare nel ‘94 nobili ascendenze culturali. “Si può affermare in generale che tutti coloro i quali santificano il popolo fanno così per poterlo usare; che tutte le volte in cui si dice ‘il popolo ha parlato’ si è in presenza di una concezione strumentale della democrazia”, scrisse Gustavo Zagrebelsky nel suo “Il crucifige e la democrazia” dove la condanna di Gesù (e i due ladroni che la sfangano, particolare che in un contesto giustizialista non è marginale) veniva assunta a “paradigma della massa manovrabile” con “il popolo sobillato” - duemila anni fa come nel 1994 - “che si sgola nel ‘crucifige!”. Zagrebelsky, studioso serio e rigoroso, non negava che si stesse sfiorando un classico della cultura antidemocratica: “Come può la volontà dell’imbecille che fa massa valere come e più di quella del sapiente?”, del sapiente ma anche dell’onorevole Bonaccini? Tuttavia lo studioso non poteva rinunciare all’idea di qualche barriera (quale?) per arginare gli appelli alla “folla instabile, emotiva e quindi estremistica e manipolabile” peraltro, ecco il punto, “terribilmente simile al ‘popolo’ al quale la ‘democrazia’ potrebbe affidare le sue sorti nel prossimo futuro”. Come neutralizzare la straripante influenza della massa di “imbecilli” incolti e ineleganti (di destra) a scapito dell’aristocrazia monopolista dell’etica (di sinistra) messa alla corda dai tumulti populisti? Abolendo il suffragio universale? Per paradosso lo scrisse nell’epocale ‘94 Luciano De Crescenzo avanzando ironico l’interrogativo: “Chi è più plagiabile: l’uomo ignorante o l’uomo colto? Senza dubbio l’uomo ignorante. E allora facciamo votare solo i colti”. Solo che lui lo diceva sornione. Gli altri no, con la stessa pensosa testardaggine da trentadue anni fino ai nostri giorni.
Era il trionfo, scriveva ancora Giorgio Bocca in un libro significativamente intitolato “Il filo nero”, pubblicato peraltro dalla casa editrice del Cavaliere con il fez Berlusconi, dell’“Italiano medio”, refrattario ai valori e alle regole di una società sana, vulnerabile al “virus della cultura autoritaria” fiorita, le parole sono sempre di Bocca, nientemeno che nel “protofascismo della Controriforma, madre della rassegnazione italiana”: “protofascismo”, di lì a poco sarebbe arrivato l’Ur-fascismo di Umberto Eco, con un pizzico in più o in meno di eternità, ma sempre la stessa storia storta. La stessa storia storta dell’“Italia incivile” (“alle vongole”, secondo la lectio scalfariana), la malattia incurabile di un paese, come scrisse Cesare Garboli, dove “l’ignoranza paga, l’incultura paga, la maleducazione e la volgarità pagano”, e dunque, “siccome non è più il caso di indignarsi, non resta che il confino nella propria abitazione a televisore spento”. Il confino, come Ventotene? Ma no: “nella propria abitazione”, a digiuno volontario della plebea tv. Si tratta, era ancora Garboli a parlare, dello sconfortante “disumanesimo italiano”, che frustra “il desiderio di elevare il paese”. Sempre le due Italie, dal 1994 al 2026, senza soluzione di continuità: quella barbara e ignorante e quella civile, “l’altra Italia minoritaria”. I prodromi di quel fenomeno che sempre Luca Ricolfi ha definito con schietta brutalità “razzismo antropologico”, quel senso di spocchiosa superiorità morale, l’irriducibile, permanente “scontro tra due diversi modelli etici e culturali” come scrisse lo storico Giovanni De Luna, i cui ultimi sussulti si manifestano oggi nelle parole di Bonaccini, pur filtrate in un discorso che vorrebbe sembrare l’oggettiva analisi sociologica e statistica dell’attuale panorama elettorale, non solo italiano.
Poi, certo, dato che le elezioni in una democrazia, malgrado il “protofascismo” che allarmava un accigliato Bocca, si vincono e si perdono, d’improvviso, quando in un turno elettorale la sinistra schiantò la destra, ecco il rovesciamento: il popolo fa anche cose buone. Secondo il sociologo Giampaolo Fabris quel voto parlava di “un segnale visibile di un cambiamento di valori”, secondo Giorgio Bocca gli italiani “si sono stancati degli urli, degli insulti, delle rodomontate”. Eugenio Scalfari lodava “un paese maturo e vigile, capace di compiere scelte razionali e non emotive”. Secondo Dacia Maraini si esprimeva “una grande voglia di riscattarsi, come dimostra questo voto”. Per Giorgio Strehler, che prima aveva minacciato: “Nessuno suoni, reciti, balli più in Italia” era invece il caso di appellarsi al “gramsciano ottimismo del cuore”. Ma durò poco, il popolo incolto ricominciò a vincere le elezioni.
Non tutti potevano vantare l’amaro humour del film culto di Paolo Virzì “Ferie d’agosto”, dove veniva rappresentato il contrasto tra due stili esistenziali opposti, quello dell’Italia caciarona e incolta, tutta karaoke (anche con il karaoke “di destra” se la presero, povero Fiorello), antennona tv, sguaiatezza, ronzio di ammazza-zanzare, zero libri, contro quello del correttissimo intellettuale sulla cui tavola spiccavano cibi vegetariani, allietata da conversazioni intelligenti con appropriate citazioni dei libri di Gianni Vattimo, eppure orripilata dall’umanità carnivora dei vicini cafoni. La quale, per la voce dell’indimenticato Ennio Fantastichini, veniva brutalmente vendicata con il celebre: “Voi intellettuali non ce state a capì più un cazzo, ma da mo’!”.
Senza ironia, la fuga orripilata dal popolo sudaticcio e volgare che votava a destra faceva invece esprimere a Antonio Tabucchi tutto il suo orrore per eventuali “contatti con chi va in discoteca e allo stadio”. Eugenio Scalfari rivendicava l’alterità antropologica della sua creatura: “Questo giornale e i suoi lettori costituiscono una sorta di enclave”, voi lettori del nostro giornale non siete come quegli altri, “siete assai poco furbi, vi appassionate a cause generose e quindi perdenti, privilegiate il dover essere e la legge morale”. Il filosofo Gennaro Sasso, scomparso di recente, deplorava questa tendenza, di matrice gobettiana, “a fare il processo all’Italia”. Ma l’argine si era frantumato quella notte del ‘94. L’attrice Lella Costa se la prendeva addirittura con la povera Ambra, che assieme al karaoke veniva indicata come causa della vittoria dei branchi di incolti: “Ho due bambine e il programma che ho proibito loro di guardare è proprio ‘Non è la Rai’”. Per Edoardo Sanguineti era tutta colpa dell’“idolatria della merce e del denaro”. Secondo Norberto Bobbio, mitigata comunque dal beneficio di un pallido dubbio, “l’unica conclusione da trarre è che, non essendo gli italiani dei cretini, il potere d’indottrinamento della televisione è davvero spropositato”. Che poi questa frattura non era specialità dell’Italia. Negli Usa, per esempio, già Christopher Lasch (una figura che il ceto dei colti dovrebbe avere la pazienza di leggere) aveva, molto prima, descritto nel suo libro “La rivolta delle élite” la tendenza dell’establishment a perdere ogni rapporto con il modo di pensare e di vivere “dell’americano medio che percepisce come bacchettone, retrogrado, reazionario, squallido e di cattivo gusto”. Ecco, appunto. Solo che la nostalgia del popolo che fu e che non è più, diventava in Italia addirittura rimpianto struggente persino per il “borghese piccolo piccolo” raffigurato tanti anni prima nel romanzo di Vincenzo Cerami da cui era stato tratto il film con Alberto Sordi. Come scrisse Sandro Onofri sull’Unità: “il piccolo borghese di allora voleva che suo figlio leggesse i quotidiani, come vedeva fare gli intellettuali che si aggiravano tra i corridoi del suo ufficio, sempre con una copia che usciva dalla tasca. Viveva dentro i limiti di una cultura che gli indicava perfettamente da seguire”. Ora non più. Nessuno stava a sentire gli intellettuali, e pochi eroi leggono i quotidiani. Il trionfo dei barbari. Senza laurea.