Io e Polifemo. Resto dalla parte di Ulisse, mito fondativo d’occidente, ma oggi so cosa lascia nella caverna

Il Ciclope dell'Odissea smette per un momento di essere soltanto il mostro e diventa l’Altro: una forma di vita che non appartiene all’ordine del re di Itaca. L’occhio che da bambino mi terrorizzava oggi mi appare diversamente: è l’unico occhio attraverso cui possiede il suo mondo. Ulisse non si limita a sconfiggerlo. Glielo spegne
22 AGO 26
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LaPresse

Da bambino vidi l’Odissea sul primo canale, quella introdotta dalla lettura di Ungaretti e con Irene Papas. Di tutto il resto ho dimenticato quasi ogni cosa, ma ricordo il terrore di Polifemo: quel gigantesco occhio al centro della fronte che a un certo punto diventava il bersaglio di Ulisse. Il mostro era lui. Non c’erano dubbi. Rivedendo oggi quella storia nell’Odissea di Nolan, mi accorgo che la mia sensibilità è cambiata. Polifemo non mi fa più paura. Ma non per questo ho smesso di stare dalla parte di Ulisse. Il Ciclope mi appare come una creatura smisurata e insieme prigioniera della propria smisuratezza: un gigante mansueto, elementare, incapsulato in un corpo che sembra aver già deciso per lui quale posto possa occupare nel mondo. Nolan lo costruisce guardando esplicitamente al Saturno che divora i suoi figli di Goya; per la caverna, la scenografa Ruth De Jong ha indicato più in generale le Pitture nere e L’isola dei morti di Böcklin. Eppure il risultato sembra curiosamente incrociare anche il Polifemo di Odilon Redon: non più soltanto il mostro omerico, ma una creatura enorme e quasi inerme, condannata alla propria deformità e al proprio unico, smisurato occhio.
Vive nella sua caverna, accudisce le bestie, ripete una routine povera e coatta. Non conosce la polis, le leggi dell’ospitalità, la reciprocità su cui i Greci hanno fondato la distinzione tra civiltà e barbarie. Ma chi ha stabilito che debba conoscerle? Ulisse e i suoi uomini irrompono nel suo spazio, consumano ciò che trovano, pretendono ospitalità. Polifemo reagisce all’intrusione. Certo, Omero non ci permette di assolverlo: divora gli uomini di Ulisse, e Ulisse deve salvarsi. Ma è precisamente qui che il mito, guardato con occhi contemporanei, diventa più ambiguo. Perché l’astuzia di Ulisse non è soltanto un’arma di sopravvivenza. E’ una forma di potere. Ulisse osserva il mondo, ne scopre il punto debole e lo usa. Il nome, il linguaggio, l’inganno, la tecnica: tutto ciò che costituisce la sua mēetis, l’intelligenza mobile e adattiva, è anche l’arsenale con cui trasforma ciò che incontra in qualcosa di disponibile alla propria volontà.
E allora Polifemo smette per un momento di essere soltanto il mostro e diventa l’Altro: una forma di vita che non appartiene all’ordine di Ulisse. L’occhio che da bambino mi terrorizzava oggi mi appare diversamente: è l’unico occhio attraverso cui Polifemo possiede il suo mondo. Ulisse non si limita a sconfiggerlo. Glielo spegne. Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui e scambiare questa nuova pietà per un giudizio. Non ho cambiato campo. Continuo a riconoscermi in Ulisse, forse con meno innocenza. Perché in quella sua ostinazione a non accettare il mondo così come gli è dato c’è qualcosa che appartiene profondamente alla storia dell’occidente. Ulisse non contempla il limite: cerca il modo di superarlo. Non si adatta all’ignoto: vuole conoscerlo. Davanti a una forza che lo sovrasta non si inginocchia e non fugge: osserva, calcola, inventa uno stratagemma.
E’ una disposizione violenta, certamente. Ma è anche una delle matrici del nostro progresso. La stessa intelligenza che acceca Polifemo costruirà navi capaci di attraversare gli oceani, strumenti capaci di misurare il cielo, medicine capaci di sottrarci a malattie che per millenni abbiamo chiamato destino. Dietro alla meētis di Ulisse si intravede già una delle grandi promesse occidentali: che il limite naturale non sia necessariamente una sentenza. Naturalmente conosciamo anche l’altra faccia di quella promessa. Se il mondo è qualcosa che può essere conosciuto, trasformato e piegato ai nostri bisogni, prima o poi anche altri uomini possono diventare materia da trasformare e piegare. Esplorazione e conquista, scienza e sfruttamento, emancipazione e dominio non sono la stessa cosa, ma nella nostra storia hanno camminato spesso molto vicini. Ulisse porta con sé questa ambivalenza fin dall’inizio.
Forse per questo oggi l’episodio di Polifemo mi sembra più grande di quando ero bambino. Allora aveva una geometria morale perfetta: l’uomo piccolo contro il gigante mostruoso, l’intelligenza contro la forza, la civiltà contro la barbarie. Oggi quella geometria si è incrinata, ma non si è rovesciata. Continuo a stare con l’uomo che vuole uscire dalla caverna. Solo che adesso riesco a vedere anche ciò che lascia dietro di sé. Forse diventare adulti significa anche questo: continuare ad amare i propri miti fondativi dopo averne perduto l’innocenza. Ulisse resta uno dei nostri eroi. Ma nell’occhio spento di Polifemo possiamo finalmente vedere il prezzo della sua vittoria – e, in parte, della nostra.