Una chiacchierata con Caterina Crepax sul papà-Ulisse

L’Odissea ’85 di Guido si chiamava “Nessuno”. Calipso era una produttrice discografica, Penelope un’altra Valentina. E la versione di Nolan? "Gli sarebbe piaciuta molto"

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C’è chi è cresciuto con un padre-Iliade, un pugnace per cui la vita è una battaglia dopo l’altra fino a quando qualcuno scopre il tuo punto debole e ti colpisce proprio lì, sul tallone, perciò guardati dai falsi amici come dai falsi dèi, e chi invece ha avuto un padre-Odissea, un filosofo per il quale il tempo lineare non esiste, la vita è un eterno intrecciarsi di passato, di presente e di un futuro già vissuto che deve solo riaffiorare nella coscienza. A Caterina Crepax, scultrice in carta di gran fama, figlia di Guido, è capitato il papà-Odissea, che “ci leggeva la storica traduzione di Rosa Calzecchi in cucina, mentre la mamma cucinava e magari preparava la merenda anche a lui, che era golosissimo e che una volta ottenuta la sua fetta di crostata si sarebbe rintanato di nuovo nel suo studio a disegnare. Era attratto soprattutto dagli episodi più oscuri del mito: Polifemo, Circe, i Lestrigoni. Li interpretava modulando le voci. Era irresistibile”. Dunque, Caterina è convinta che la versione cinematografica di Chris Nolan “gli sarebbe piaciuta molto: anche lui si concedeva la licenza di inventare su un testo dato, soprattutto quando lo amava e lo rispettava come questo, e come il regista aveva un rapporto fluido con il tempo. Sarebbe andato pazzo per ‘Interstellar’”.
La versione dell’Odissea di Guido Crepax, “Nessuno”, (“ecco, la cancellazione dello stratagemma nel film, gli sarebbe piaciuta di meno, perché sull’utìs poggiano le basi dell’Odissea e anche della letteratura che ne è seguita fino a Joyce”) venne pubblicata per la prima volta nel 1985, ma solo nel 1990 in edizione completa per la storica e molto rimpianta Milano Libri della famiglia Gandini fondatrice di Linus ed erede di una celeberrima sartoria degli anni Trenta. Una settimana fa ne è scomparsa a novantatré anni l’ultima esponente, Annamaria, idolatrata da quella generazione di milanesi che ebbero la fortuna di poter formare il proprio gusto sulle meraviglie che ogni giorno faceva apparire sui banchi degli spazi di via Verdi di fronte al Teatro alla Scala, oggi occupate da una bottega anonima: “Un grande dolore. Penso ancora a quanto si irritava Annamaria perché suo marito Giovanni, l’editore, veniva quasi ogni sera a casa nostra con la scusa di dover studiare le regole dei giochi da tavolo che mio padre creava attorno alle grandi battaglie della storia, soldatini e tutto: Austerlitz, Waterloo, ma anche Magenta, Azincourt, il viaggio di Marco Polo. ‘Ma quante ancora dovete perfezionarne, di regole?’”. Nello studio di via De Amicis 45 che era anche l’indirizzo del personaggio di Valentina – chiunque leggesse Linus sapeva dove abitassero i Crepax, parliamo davvero di un altro mondo – se ne inventavano di complicatissime e di eccentriche: “Pensa che sulla plancia del gioco della battaglia di Pavia (24 febbraio 1525, sconfitta dei francesi, fine del cavalierato medievale, ndr), mio padre inserì il disegno di due donzelle seminude che scappano dalla soldataglia francese ma, secondo una certa regola, se ne potevano liberare o anche sopprimerli dopo averli sedotti”. Storia molto possibile, epperò chi altro avrebbe avuto il coraggio. Oltre che in certe scatole “dell’Enea, te lo ricordi l’Enea?” (Enea Bracciali, altro gran nome della Milano artigiana e geniale affogata sotto le mangiatorie continue frutto della deregulation seguita alla legge Bersani), e le plance “che stavano in una serie di cassoni fatti apposta e rivestiti di tappezzerie Morris per mimetizzarsi con le pareti”, di quei giochi rimangono tracce pubbliche in un inserto pubblicitario studiato per il lancio della Polo Volkswagen e in certe strenne che venivano recapitate per Natale agli abbonati a “Tempo Medico”, di cui Crepax disegnò le copertine per decenni, e che includono un gioco degli scacchi sponsorizzato da Acutil Fosforo. Il resto fa parte dell’archivio di famiglia, ed è stato esposto qualche tempo fa ai musei di Santa Giulia, a Brescia. “Mio padre aveva iniziato a crearli per intrattenerci, perché si sentiva in colpa di stare chiuso nel suo studio per tutto il giorno, che fra l’altro voleva identico in ogni casa: ci portava al mare il tempo di un bagno. Odiava viaggiare: rifiutò un invito negli Stati Uniti perché, rispose, era appena stato a Lugano”.
Quando ci parliamo, io per l’appunto vista isole di Brissago dove James Joyce, che fu ospite della proprietaria, la stravagante baronessa Antoinette de Saint Léger, se ne ispirò per la Circe del suo “Ulysses”, Caterina Crepax si trova appunto nella casa di Castiglioncello dove la vasta tribù Crepax, ceduta la celebre villa dei Ronchi progettata da Leonardo Ferrari, si riuniva al completo fino a qualche anno fa e che includeva il cugino acquisito Gigi Zazzeri, firma della Stampa prima e del Corriere poi, e di sua moglie Valentina, figlia del discografico Franco, da cui Guido prese il nome del suo personaggio più celebre e lei, che davvero non le assomigliava in nulla ed era gioiosamente bionda e sovrappeso, ci ironizzava sopra, come Rita Hayworth quando diceva che gli uomini andavano a letto la sera con Gilda e la mattina si risvegliavano con la senorita Cansino.
In quella grande casa di vacanza, di cui centinaia di migliaia di persone sanno tutto perché Valentina le dedicò molte pagine della sua autobiografia collettiva (“Io e l’asino mio. Storie dei Crepax raccontate da Valentina Crepax”) c’è molto di quegli scambi a metà fra cultura classica e pop che erano il sale dei ritrovi familiari del secolo scorso. Omero e William Wyler, Ariosto e i figli dei fiori psichedelici che poi in effetti Astolfo, a ben vedere. “Appunto. Prendi ‘Nessuno’ che nel racconto è Philip Rembrandt, il compagno di Valentina e che era anche l’alter ego di mio padre”, osserva Caterina: “Quando riemerge dall’oscurità dove è precipitato dopo essere stato rapito dal popolo dei Sotterranei, che sono chiaramente il simbolo del suo inconscio, e aver accecato il mostro, si trova nel Wisconsin: Guido Crepax era politicamente ostile alla politica statunitense, al suo interventismo, ma ne riteneva alcune forme d’arte inarrivabili, come il cinema d’azione e il jazz: nella sua Odissea, Apollo è Jerry Mulligan”. Il viaggio del suo Philip dura esattamente la metà del tempo impiegato dall’Ulisse di Omero per tornare a Itaca, cinque anni. Per disegnarla, sono quasi duecento pagine, Crepax ne impiegò sette. Valentina, una Penelope contesa fra amori bisex, è vestita Armani e Calipso, una produttrice discografica nera (“ci era arrivato prima di Nolan, ma non si era in epoca woke, nessuno ci fece caso o tanto meno ci costruì sopra una polemica”) è avvolta in abiti Halston: “Non inventava nulla, per ispirarsi raccoglieva riviste di moda”. Se ne trovano ancora copie complete sul mercato antiquario.