la biografia

Mura, provocante e fascista ma accusata dal Duce di “mancato razzismo”

Fabiana Giacomotti

Il nuovo libro di Marcello Sorgi, “La scrittrice che sfidò Mussolini”, racconta della penna rosa a tendenza luci rosse più letta, imitata e invidiata da tutte. Dopo la censura fascista, dovuta a un equivoco, continuò a pubblicare in un'Italia sempre più retrograda e ostile alla libertà femminile

Contrario alla scrittura di tomi per disposizione d’animo e forma mentis, Marcello Sorgi ha fatto tesoro delle proprie estati da liparota onorario e dell’oratoria di Giuseppe La Greca, genius loci formidabile scomparso pochi mesi fa, per racchiudere nella storia di Mura, “La scrittrice che sfidò Mussolini” come da titolo della biografia uscita da poco per Marsilio, la superficialità e la stupidità del fascismo o, per meglio dire, dei cortocircuiti di cui vivono spesso, e in cui ancor più spesso si dissolvono, le dittature. Piccola di statura, mento sfuggente, un’arietta languida alla Anaïs Nin e un debole per gli uomini che spesso si stemperava in quello per le donne e che ne aveva in realtà codificato le fortune letterarie (“amo le donne, se posso le perverto”, fa dire alla protagonista del suo primo romanzo, “Perfidie”, sarebbero seguite esplorazioni della pedofilia e degli amori interrazziali che furono la sua rovina), fra il 1919 e il 1940, anno dell’incidente aereo in cui perse la vita, schiantandosi con i suoi compagni di viaggio contro lo Stromboli lungo il volo che l’avrebbe riportata da Tripoli bel-suol-d’amore a Roma, Mura fu la scrittrice rosa a tendenza luci rosse più letta, più imitata, più invidiata da tutte.

 

In particolare da Liala, che lasciò un resoconto agrodolce del loro primo incontro, ammantandosi della propria ricchezza per sminuire la rivale e la sua facilità nell’introdursi fra le pieghe e nei sospiri del desiderio femminile. Con quello pseudonimo tratto dal romanzo più famoso della sua concittadina Annie Vivanti, come lei cresciuta a Gavirate e prima di lei amante di uomini potenti, primo fra tutti Giosuè Carducci, Maria Assunta Giulia Volpi Nannipieri in arte Mura aveva venduto quasi un milione di copie in un’Italia in buona parte ancora analfabeta, soprattutto nella sua popolazione femminile, alternando romanzi e inchieste sulla condizione femminile per Paese sera a rubriche di posta del cuore dalle risposte così apodittiche e sferzanti da ricordare quelle successive di Colette Rosselli e Suni Agnelli (“quell’uomo non fa per lei, lo lasci”).

 

Era tradotta all’estero, del tutto indipendente, avida di vita e di amori. Quasi ottant’anni dopo la sua morte, nelle Eolie la storia di Mura viene raccontata tuttora come l’esempio di un intrigo di regime, di un “incidente che non fu tale”, di una storiaccia di censura iniziata nel grottesco e finita nel tragico, insomma di una vicenda perfetta per quel particolare spirito siciliano che vede in Leonardo Sciascia uno dei migliori interpreti e in Sorgi un epigono debitamente intrigato. Per mesi, cercando fra gli archivi delle case editrici e quelle dei quotidiani, recuperando documenti e lettere, l’editorialista palermitano ha ricostruito l’incredibile vicenda che portò Mura, scrittrice fascistissima, a essere accusata da Mussolini di “mancato razzismo” di un libro razzista fin dal titolo, “Sambadù amore negro” (sorry, dobbiamo tenere la gutturale).

 

A condannarla in questo primo incredibile episodio di cancel culture a contrariis, modello Kanye West “white lives matter”, bastarono la copertina, opera di Marcello Dudovich, in cui una donna bianchissima e biondissima vestita di veli intrecciava una danza con un uomo dai tratti scimmieschi e del tutto nudo, e la lotta di potere che si era scatenata fra Galeazzo Ciano, da poco a capo dell’ufficio stampa del regime, e di Arturo Bocchini, il “viceduce”. Nessuno si premurò financo di sfogliare il romanzo, che a occhi contemporanei suona raccapricciante nella sua difesa oltranzista della “razza bianca” (ormai fuori diritti, si può trovare integralmente su Liber Liber). Ma per sventura della fascistissima Mura correva il 1934, e Mussolini si preparava ad accogliere Hitler in una Roma di cartapesta, a occupare l’Etiopia e a promulgare nel giro di pochi anni le leggi razziali.

 

Dunque, dopo essere sfuggito all’attenzione del duce nella sua prima versione, pubblicata nel 1930 dal sofisticato mensile Lidel di Lydia De Liguoro (un’altra che sarebbe caduta vittima della propria errata percezione del fascismo e che finì giubilata con tutte le sue idee avanguardiste, le sue sfilate nazionaliste sulla terrazza dell’Excelsior di Venezia e le sue “battaglie per la moda”), la storia dell’ingegnere di origini africane Sambadù Niôminkas e della capricciosa vedova Silvia divenne oggetto di un sequestro immediato, folgorante, isterico e coronato da un totale insuccesso, perché delle decine di migliaia di copie distribuite ne vennero sequestrate poche centinaia.

 

“Il 2 aprile del 1934 resterà come data simbolica dell’inizio di una nuova disciplina e di una nuova cultura”, scrive Sorgi, “destinate a estendersi a giornali, libri, perfino fumetti”. Mura continuò a pubblicare, in un’Italia sempre meno libera, sempre più retrograda, sempre più ostile alla libertà femminile che, senza aver ancora fatto i conti con la necessità di “figli per la patria”, il primo Mussolini sembrava sostenere. Il suo ultimo romanzo, “Camelia fra le fiamme”, uscì postumo nel 1940 con la prefazione di Flavia Steno, al secolo Amelia Osta Cottini, un’altra personalità simbolica del femminismo d’epoca fascista, subito disilluso: scrisse che chi, in futuro, avesse voluto conoscere la realtà femminile italiana degli anni Venti-Trenta, avrebbe dovuto leggere Mura.

Di più su questi argomenti: