De Maistre e il reportage più innovativo della storia. Il viaggio in una stanza

Il gesto letterario di un uomo che credeva nell’immaginazione e nel potere di ogni essere umano di salvarsi da solo. Colui che con ironia ha preso in giro le agenzie turistiche prima ancora che nascessero
30 LUG 22
Ultimo aggiornamento: 04:00
Immagine di De Maistre e il reportage più innovativo della storia. Il viaggio in una stanza
"Sotto questa pietra grigia giace Xavier de Maistre, che di tutto si stupiva, domandandosi da dove venisse la brezza e perché Giove tuonasse. Studiò libri esoterici, lesse dalla mattina alla sera, e quando bevve, alla fine, l’onda nera, con grande sorpresa s’accorse di non sapere nulla”.
Breve epitaffio dell’uomo famoso per aver viaggiato nella propria stanza e che, in realtà, viaggiò per il mondo in lungo, in largo e in alto (il 5 maggio 1784, a ventun anni, con l’amico matematico Louis Brun, dopo aver redatto un Prospectus per sovvenzionare l’impresa, compì in pallone un’ascensione di duemila metri) e che ebbe un’esistenza tortuosa e pienissima: nato nel 1763 a Chambéry, penultimo di dieci figli, fulgida carriera militare, frequentazioni mondane e aristocratiche, amicizia con Manzoni e Saint-Beuve, fu ritrattista di talento.
Poi si trovò a Mosca e a Pietroburgo con l’incarico di direttore del museo e della Biblioteca dell’ammiragliato. Nel 1790, poco prima del carnevale, di stanza a Torino in qualità di aiutante maggiore di battaglione, se la prese con l’ufficiale Patono de Meyan, lo sfidò e lo batté in duello – “che c’è di più giusto che scannarsi con qualcuno che vi pesta il piede?” – ma venne messo agli arresti per quarantadue giorni.
Un po’ lockdown, un po’ l’estate che vorremmo meritarci (quella senza vicini di ombrellone che incombono, senza mesti obblighi festaioli e rodei di spritz e code al traghetto) Xavier, fratello del più noto Joseph, fece di necessità domiciliare virtù erratica. E se è vero che la scrittura è un imbarco come garantiva Gilles Deleuze, il suo Viaggio intorno alla mia camera – riscritto e perfezionato per quattro anni prima del varo definitivo – è una navigazione in piena regola: ben più di una flânerie ma vera e propria esplorazione aeronautica di sé e di tutto il resto alla velocità di crociera di un placido kantianesimo, grazie a essa De Maistre parodiò il viaggio intorno al mondo di James Cook, inventò il reportage più innovativo della storia e si prese gioco delle agenzie turistiche prima che esistessero, con ironia e profondità da poesia in prosa. Il tutto in un centinaio di pagine – siamo nel secolo dell’Enciclopedia – e con l’unico torto, scriverà Anatole France, di non aver mai torto, causa eccesso di saggezza (ma gli riconoscerà “il dono di intenerirsi al momento giusto”).
“Il piacere che si scopre a viaggiare nella propria camera” – esordisce De Maistre nel primo dei quarantadue capitoli – “è al riparo dall’inquieta invidia degli uomini e non dipende dalla fortuna. Chi è così infelice o derelitto da non avere un buco dove possa raccogliersi e celarsi al mondo? Tutto qui l’occorrente per il viaggio”. L’ingaggio è di quelli che si ricordano: “Seguitemi tutti, voi che siete trattenuti nel vostro appartamento da una mortificazione d’amore o da una negligenza di amicizia, lontano dalla pochezza e perfidia degli uomini. Gli infelici, i malati e gli annoiati dell’universo mi seguano! Quando viaggio nella mia camera, di rado percorro una linea retta”. Tutte diagonali spezzate, quelle di De Maistre, dalla poltrona al letto – “il teatro mutevole dove il genere umano, di volta in volta, recita drammi commoventi, farse ridicole e tragedie spaventose” – e poi dall’anima alla materia, da una metà all’altra di se stesso, tra il passato e il presente, esaminando quadri e stampe alle pareti e offrendo la penna al ricordo di un amico morto – “una pipa in due nel tumulto delle armi, nelle penose fatiche della guerra” – o alla rosa secca del carnevale precedente.
In un viaggio dal fondo estremo dell’inferno all’ultima stella oltre la via Lattea, “fino ai confini dell’universo, fino alle porte del caos” insieme a Omero, Milton e Virgilio, Xavier de Maistre ci racconta come ognuno, volendo, si salva da solo. Perché è l’io il fondamento dell’universo, il fragile strapuntino esistenziale che sorregge le leggi immutabili e si beve l’infinito, intimo custode del tempo in cui “eravamo felici dei nostri errori”.