Il ravvedimento operoso dell’informazione

Maurizio Crippa

Viene la stagione delle tasse da pagare, e inizia a ronzare nella testa, tarlo di primavera, anche il Grillo parlante che pensavamo di aver schiacciato sul muro: stai attento, che se sbagli poi ti tocca fare il Ravvedimento Operoso. Odioso come la medicina di Pinocchio, ma indispensabile per guarire, rimettere le cose in piedi e la testa a posto. Parliamo dell’Italia, e del ravvedimento operoso che qualche pezzo del suo sistema informativo bacato sta (forse) iniziando a considerare. Perché molto del disastro populista alligna lì. Ma dar tutta la colpa al popolo, è illogico. Dare la colpa alle élite in fuga da se stesse è già meglio, ma non basta. L’esame di coscienza lo deve fare la grande informazione. Che dovrebbe essere, anche, il canale di comunicazione tra élite e cittadini. E invece ha passato vent’anni a lisciare il pelo della bestia per il suo verso, senza comunicare un bel niente, se non l’eco confusa che veniva dal basso.

  

Domenica scorsa, sul Sole 24 Ore, il politologo Sergio Fabbrini ha spiegato che lo stallo post 4 marzo è dovuto “al fallimento di una precisa strategia politica. Ovvero all’idea che basta cambiare i politici per cambiare la politica”. E che “si sarebbe dovuto prevenire quello stallo attraverso una riforma elettorale in grado di dare vita, con il doppio turno, ad una maggioranza elettorale”. (Tra parentesi, il giorno dopo la stessa cosa ha scritto Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera: “Penso che una legge elettorale a doppio turno sia davvero il sistema migliore per il nostro paese”). Non è avvenuto, ma il ravvedimento operoso che Fabbrini indica non è una nuova legge, bensì una presa di coscienza più ampia. Le riforme hanno perso perché “la strategia dell’anti-Casta è stata formidabilmente promossa da giornalisti e opinionisti dei principali quotidiani nazionali e reti televisive”. Solo che in Italia la battaglia contro la Casta, iniziata da due giornalisti bestseller del Corriere, è divenuta, secondo Fabbrini “la strategia intorno a cui si è aggregata una pluralità di interessi… ha consentito di incrementare le vendite dei quotidiani, di alzare gli indici di ascolto delle trasmissioni televisive, di soddisfare il narcisismo di accademici o esponenti dell’establishment”. Di contro, è completamente mancato il ruolo propositivo, di idee, della stampa.

  

Le riforme politiche complesse, spiega il politologo, hanno bisogno di essere preparate con una adeguata formazione dell’opinione pubblica in cui “le élite (politiche e d’opinione) riconoscono un interesse nazionale e si impegnano per costruire il consenso su di esso tra i cittadini”. In Italia politici e informazione hanno toppato, puntando su un “modello alternativo di formazione delle opinioni dal basso (il bubble up model)”. Tradotto per i semplici: la politica ha inseguito temi populisti, gonfiati ad arte dai giornali. Così si è aperto il precipizio, ma da lì dovrebbe cominciare anche il ravvedimento. La scorsa settimana, durante la presentazione a Roma del libro di Alessandro BarbanoTroppi diritti. L’Italia tradita dalla libertà”, Paolo Mieli ha detto in proposito alcune cose importanti, che non sono state colte col dovuto rilievo, sulla responsabilità dei giornali, “compresi quelli da me diretti in questa fase lunga che dura ormai da 25-30 anni”. Il mancato ruolo di riflessione e guida. “Le responsabilità sono enormi – ha detto – e sono a) di non aver capito per tempo b) di aver pensato che alcuni fenomeni si potessero assecondare perché tanto poi…”. Si è fatto “grosso modo lo stesso errore che fecero le classi dirigenti nel 1922-1925. Pensavamo ma sì, lasciamo che la società civile si esprima, e poi ci penseremo noi che siamo forti, potenti, e con le idee chiare a ricondurre questi movimenti alla ragione. Neanche per sogno”. E’ l’ora del ravvedimento operoso.

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