Amarena e Jj4. Storia di un rapporto ambiguo, quello tra uomini e orsi

L'orsa era re degli animali prima del leone. Poi è diventato esempio di maternità. E ora un potenziale killer
15 SET 23
Ultimo aggiornamento: 15:55
Immagine di Amarena e Jj4. Storia di un rapporto ambiguo, quello tra uomini e orsi

(foto Ansa)

La cattiva orsa assassina del Trentino, o la povera mamma orsa assassinata in Abruzzo? Jj4 si chiamava l’orsa con tre cuccioli che in un primo momento fu accusata della morte del 26enne runner Andrea Papi, avvenuta il 5 aprile nei boschi di Caldes della Val di Sole. Il primo decesso causato da un orso in Italia da oltre un secolo. “E’ assolutamente verosimile che vi sia stata una violenta e prolungata azione aggressiva dell’animale selvatico nei confronti dell’uomo come dimostrerebbero le gravi ferite e le tracce ematiche sparse per decine di metri”, scrisse la relazione del Corpo forestale trentino. “E’ plausibile che Andrea Papi scendesse di corsa lungo la strada forestale Crocefisso Pra’ Conz e che immediatamente dopo la curva a destra del tornante Sesta Volta si sia trovato a breve distanza dal plantigrado responsabile dell’aggressione”, hanno annotato sempre i forestali, precisando che le prime tracce di sangue erano state individuate a soli cinque metri dalla strada, a una decina il telefono, i bastoncini da runner e lo zainetto, e poco più lontano il corpo senza vita di Andrea Papi.
Subito si scatenò la polemica tra colpevolisti e innocentisti. I primi, tra cui il presidente della provincia Maurizio Fugatti, a richiedere l’abbattimento del pericoloso animale, intanto catturato e in attesa di giudizio. I secondi a ricordare che secondo i referti erano state rilevate lesioni identificabili “come da penetrazione di coppia di canini caratterizzate da una distanza tipica dei canini di un orso maschio adulto”. Per ora il Tar ha sospeso la sentenza fino al 14 dicembre: per Jj4, e anche per Mj5, che è pure considerato aggressivo e pericoloso per aver aggredito un uomo il 5 marzo. Non aveva mai aggredito esseri umani ma pure era considerato pericoloso M62: altro orso trentino che fu ritrovato morto il 30 aprile, e che l’autopsia ha accertato essere stato ucciso da un altro orso, piuttosto che da un bracconiere come era stato sospettato all’inizio.
Ma poi c’è stata Amarena. Pure lei madre di due cuccioli, che la sera del primo settembre alla periferia di San Benedetto dei Marsi – fuori dal Parco nazionale d’Abruzzo e dall’Area contigua – è stata uccisa a fucilate da un 56enne norcino che se l’era ritrovata nel pollaio, e che dice di averne avuto paura. Appena il 26 agosto era stata filmata mentre portava a spasso i piccoli in paese tra una folla di persone: non solo innocua ma rispettosa, e semmai forse un po’ intimorita lei. E così stavolta la buriana si è scatenata contro il malcapitato uccisore, che si riconosce colpevole ma dice di aver dovuto denunciare minacce contro la sua famiglia. E al dolore per l’orsa “assassinata” si sono aggiunti politici che magari invece sugli esseri umani che entrano nelle proprietà altrui sarebbero ben più sbrigativi.
Contraddizione? Visto che esiste l’orso polare, potremmo parlare di polarità sull’orso. Polarità opposte, di cui danno atto anche illustri studiosi. Jared Diamond, ad esempio, nel suo bestseller “Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni”, quando inizia a spiegare il perché certi animali siano stati addomesticati e altri no, annota che “forse l’esempio di animale domestico più inverosimile ci è fornito dagli ainu, l’antico popolo giapponese: essi avevano l’abitudine di catturare un piccolo di orso bruno, di allevarlo fino all’età adulta e di ucciderlo per cibarsene in una cerimonia rituale”. “Inverosimile”, chiarisce più avanti, perché l’orso ha un “cattivo carattere”. “E’ un orso” si dice in effetti come metafora per un essere umano difficilmente trattabile.
“Qualsiasi animale di taglia sufficientemente grossa è in grado di uccidere un uomo: tra i responsabili di incidenti mortali abbiamo maiali, cavalli, cammelli e buoi”, continua Diamond. “E’ però indubbio che certe specie sono molto più intrattabili di altre, e alcune sono inguaribilmente feroci. Questo è un altro motivo che ha fatto cancellare dalla lista molti candidati. Un esempio lampante è il grizzly, l’orso americano. La sua carne è deliziosa e ricercata, e un individuo adulto ne fornisce fino a 800 chili. Crescono in fretta, sono principalmente vegetariani (ma anche formidabili cacciatori) e non sono schizzinosi, adattandosi a mangiare anche i rifiuti umani (e creando quindi molti problemi nel parco di Yellowstone). Se si comportassero bene in cattività, sarebbero eccellenti fonti di carne. Gli ainu, come abbiamo visto, allevavano i piccoli di orso come parte di un rituale, ma ritenevano prudente (a ragione) ucciderli e mangiarli all’età di un anno. Proseguire oltre sarebbe stato un suicidio. Non credo che nessun grizzly adulto sia mai stato addomesticato”.
Insomma, qua ci troviamo dalle parti dei cattivi orsi trentini. Di plantigradi si occupa però anche Robert Delort, nel suo classico “L’uomo e gli animali dall’età della pietra a oggi”. E nel trattare di altri animali che “a torto o ragione, suscitano simpatia”, ci spiega invece la simpatia che suscita Amarena. “Uno dei casi più interessanti è l’orso, circondato da una fama di bonaccione, soprattutto presso i bambini che volentieri si getterebbero fra le braccia di questo enorme animale di peluche, antropomorfo. Per fortuna, essendo gli orsi dei parchi europei meno numerosi – il che è un vero peccato – e meno in intimità con l’uomo degli orsi delle riserve americane, le pericolose conseguenze di un abbaglio di tal fatta sono, almeno per il momento, evitate”. Delort aggiunge che nella cultura occidentale il “‘buon orso’, soprattutto nella sua versione bonaria, ciondolante, dietro la corda del saltimbanco, ha una lunga tradizione; all’orso Brun del ‘Roman de Renart’, in fondo non molto differente dall’orso Onofrio di Walt Disney, piace il miele, e se talvolta la volpe riesce a farsi beffe di lui, può arrivare a punirla rudemente, ma senza mai mostrarsi (troppo) cattivo. Quanto a mamma orsa, dall’antichità greco-romana ai cartoni animati di Walt Disney, accovacciata, che sculaccia o lecca i suoi ‘adorabili’ orsacchiotti, pronta a difenderli da qualsiasi intruso, fosse anche un puma, è un’immagine della madre di famiglia, rispondente agli schemi secondo i quali la nostra civiltà occidentale ama raffigurarsela”.
“L’orso è animale ambiguo per eccellenza”, è un po’ la sintesi che ci propone il grande archeologo e paleontologo André Leroi-Gourhan, nel commentarne la massiccia presenza tra le raffigurazioni pittoriche del Paleolitico. E’ feroce e selvaggio, ma può stare in piedi, è onnivoro, sembra mangiare con le mani, contendeva all’uomo le caverne. Già i Neanderthal seppellivano i loro morti con crani di orso, e come ricordava appunto Diamond gli ainu del nord del Giappone tradizionalmente allevano un orso col latte delle loro donne per poi sacrificarlo in modo che possa portare il messaggio del villaggio agli dèi. In molte mitologie dell’estremo oriente l’orso nella sua caverna si sfila la pelliccia per diventare uomo, e un uomo che diventa orso si vede invece nel disneyano “Koda, fratello orso”. Attinge dunque ad archetipi ancestrali l’attrazione di cui parla Delort, e che porta molti bambini a vedere nell’orso un compagno di gioco. Dal Baloo “Papà Orso” che al “cucciolo d’uomo” Mowgli insegna la filosofia spicciola del “ti bastan poche briciole / lo stretto indispensabile”, al Winnie the Pooh “orsetto sciocco un po’ goloso”. E’ ispirato alla cucciola Winnipeg, idolo dei bambini allo zoo di Londra durante la Grande guerra. Ma è rappresentato come un orsacchiotto di pezza, che era poi quello di Christopher, il figlio dello scrittore Alan Alexander Milne. Si chiamava Edward. Dopo alcune visite allo zoo Milne iniziò a raccontare al bambino storie che sovrapponevano il Winnipeg vero all’Edward di pezza, e così nacque l’epopea ancora popolare tra i bimbi di un secolo dopo.
Ma l’archetipo degli archetipi è Teddy Bear: il pupazzo di pezza che in italiano è semplicemente “l’orsacchiotto”. Ma Ted in inglese è diminutivo di Theodore Roosevelt. Grande presidente, tant’è che sta con Washington, Jefferson e Lincoln sul Monte Rushmore; ma anche infaticabile cacciatore, come lo celebrò Rubén Darío in un’ode sarcastica. “E’ con voce della Bibbia, o verso di Walt Whitman / che bisognerebbe arrivare fino a te, Cacciatore! / Primitivo e moderno / semplice e complicato / con una parte di Washington e quattro di Nemrod”. Il 15 novembre 1902, durante una battuta di caccia lungo il Mississippi, Roosevelt si era trovato di fronte a un cucciolo che i suoi assistenti avevano braccato con i cani, ferito a bastonate e poi legato a un albero, perché lo finisse. Il presidente si arrabbiò e disse che non avrebbe mai fatto una cosa così poco sportiva, pur ordinando di dargli il colpo di grazia. Subito i giornalisti ribattezzarono la bestia Teddy Bear, e il giorno dopo sul Washington Post apparve la vignetta di Clifford K. Berryman, in cui il presidente volgeva le spalle all’orsetto legato con un gesto di rifiuto.
Il disegno fu un successo tale che Berryman iniziò a disegnare orsetti a tutto spiano, “piccoli, rotondi e carini”. “Abbiamo trovato tutti molto gradevoli i suoi disegni di orsetti”, si congratulò il 29 dicembre lo stesso Roosevelt. Il 15 febbraio successivo Morris Michtom e sua moglie Rose misero in vetrina due orsetti di pezza nel loro negozio di Brooklyn, con il cartello “Teddy’s bears”. Di nuovo, il successo fu tale che i due coniugi dovettero creare una fabbrica per soddisfare la domanda. Nel 1904 Roosevelt usò Teddy Bear come mascotte della sua campagna presidenziale, e l’orsacchiotto di pezza divenne così definitivamente un beniamino dei bambini di tutto il mondo.
Ma siamo appunto arrivati al XX secolo. In precedenza, e proprio perché l’ambiguità può essere inquietante, a un certo punto si è cercato di scioglierla. “Orso e Santa Chiesa!”, era il grido di guerra degli Orsini: famiglia nobiliare romana che diceva di discendere da un guerriero che era stato allattato da un’orsa. Un orso che aveva rapito e sposato una giovane donna sarebbe stato il trisavolo del re danese Svend II Estrdsön: mito che deriva a sua volta dalla credenza che l’orso sia accoppi frontalmente more hominum, e che è presente anche nella leggenda lituana che ispirò il racconto di Prosper Merimée “Lokis. Le manuscrit du professeur Wittembach”. Lo stesso nome di Artù potrebbe derivare da una radice che significa Orso, ma sicuramente significa Orso il nome di Beowulf del primo poema anglosassone: letteralmente “Lupo delle Api”. Una di quelle “kenningar”, perifrasi, che caratterizzavano l’antica letteratura germanica e che affascinarono Jorge Luis Borges. C’erano poi i Berserkr, invasati guerrieri vestiti di pelle d’orso dell’antico mondo germanico. E i signiferi vestiti di pelle d’orso delle legioni romane.
Ma proprio la Chiesa scese in campo. E’ Michel Pastoureau che nel suo “Medioevo simbolico” dedica appunto tre pagine a raccontare “l’orso detronizzato”. In occidente, spiega, c’era “una forte tensione tra un’Europa germanica e celtica, per la quale l’orso è o è stato il primo degli animali, e una Europa latina, per la quale questo ruolo è svolto dal leone. E’ solo dopo l’anno mille che il leone inizia un po’ dappertutto a sopravanzare l’orso”. E appunto “la sua vittoria, definitiva nel XII secolo, è dovuta essenzialmente all’atteggiamento della Chiesa” dell’Alto Medioevo. Spaventata da un animale che non soltanto “è dotato di una forza prodigiosa, ma è lubrico e violento”. “Un pericoloso cugino dell’uomo” che essendo presente in Europa è pure associato a molti culti pagani. Il leone invece, essendo “esotico e non indigeno, portato dalla cultura scritta e non dalle tradizioni orali”, è per ciò stesso “dominabile e non imprevedibile”. Per promuovere il felino a spese del plantigrado la Chiesa ricorre dunque a tre procedimenti. “L’orso viene dapprima demonizzato, quindi domato e infine ridicolizzato”. Per questo la grande proliferazione degli ammaestratori d’orsi, che mettono al sovrano deposto museruola e catena e lo costringono a danzare e fare acrobazie, facendone così una caricatura dell’uomo.
Ma forse nel mondo anglosassone di Winnie the Pooh e Teddy Bear proprio l’affermarsi del protestantesimo contro la Chiesa cattolica può aver rilanciato l’orso benevolo del sostrato celtico-germanico, magari in Nord America rafforzato da un influsso dello sciamanesimo indiano. E dunque da lì vengono poi gli Yoghi e Bubu, Compare Orso o Napo orso capo, che approdano anche in Italia. Ad esempio con la “Famosa invasione degli orsi in Sicilia”: romanzo del 1945 di Dino Buzzati, sugli orsi di Re Leonzio che, rimasti senza cibo, scendono dalle montagne per conquistare le città, dove stabiliscono un regno basato sulla pacifica convivenza con gli uomini, che però a un certo punto li corrompono, contagiandoli con le loro peggiori abitudini. Quasi conterraneo del cadorino Buzzati, il friulano Carlo Scagnol esordisce nella narrativa con una favola che si intitola “Nel paese degli orsi bruni” e che in qualche modo riattualizza l’apologo, riportandolo però tra quelle Dolomiti del Brenta in cui effettivamente l’autore del “Deserto dei Tartari” doveva averli conosciuti, o per lo meno conosciuto il folklore su di loro.
Solo che l’orso vero può uccidere, come ricorda la recente drammatica vicenda del Trentino. Cosa che però non fanno gli orsi dell’Abruzzo. Dei circa 200 orsi presenti in Italia, quelli abruzzesi sono 50-60. Mentre l’orso bruno marsicano è autoctono, l’orso bruno delle Alpi deriva dalla reintroduzione effettuata tra il 1999 ed il 2000 con il progetto Life Ursus, e fisicamente collegata con quella dell’Europa centro-orientale, in particolare con quella slovena, da cui sono arrivati soggetti che hanno frequentato il territorio italiano. Gli orsi marsicani sono risultati avere un comportamento meno aggressivo e più schivo dei loro “cugini” del Trentino, forse perché più abituati a convivere con l’uomo. Insomma, l’ambiguità non è solo una costruzione culturale. C’è davvero, anche in natura.