Cinema
Gogna e predatori •
“Primetime” racconta il desiderio crudele di punire e depurare il mondo
Il tubo catodico come punizione pre-tribunale, come esposizione pubblica, la tv è esposizione della vergogna altrui. Il primo film “narrativo” di Lance Oppenheim
21 OTT 26

Foto Lapresse
C’è stato un periodo in cui la televisione separava nettamente, o almeno così diceva di fare, il vero dal falso, la fiction dalla realtà, l’intrattenimento dall’informazione. Poi, all’alba del nuovo millennio, le due cose hanno iniziato a fondersi, a confondersi. Grande Fratello, Survivor, American idol… Di colpo le vite “vere” della gente “comune” diventano interessanti, col giusto montaggio e le spinte degli autori. E se a questo aggiungiamo il crimine? E non solo il crimine, ma la peggior forma pensabile di crimine del mondo occidentale e cioè la pedofilia? Nasce così To catch a predator, cioè, come “beccare un predatore”, programma andato in onda tra il 2004 e il 2007 dove il giornalista tende una trappola a un pedofilo che, su internet, ha provato ad adescare minorenni online. Invitano il predatore in una casa, l’esca – maggiorenne vestito da minore – lo accoglie, poi trova una scusa per uscire dalla stanza. Ed entra il presentatore, Chris Hansen, che legge ad alta voce le cose più oscene e sessualmente esplicite scritte nelle chat dal predatore. Su questo programma ora il regista di documentari Lance Oppenheim ci ha fatto il suo primo film “narrativo” – ispirazione, ci ha detto: “Oliver Stone e Brian De Palma”. Hansen è interpretato da Robert Pattinson, ex Batman, ex vampiro scintillante sexy della saga Twilight, che quest’estate ha mostrato buone capacità attoriali come procio numero uno, l’insolente Antinoo, nell’Odissea nolaniana. “Volevo fare Hansen come Gibson in Braveheart” ci dice Pattinson. “Io pensavo volessi fare Jerry McGuire più Dracula”, lo prende in giro Oppenheim.
Il titolo, Primetime, viene dalla fascia televisiva migliore in assoluto, la prima serata, che a un certo punto Hansen ottiene, sfidando direttamente Lost. Oltre che sull’ambizione, la fama, e sulla crudeltà dello show business, il film è tutto un gioco meta su televisione e realtà-finzione, che infatti allo screening a cui siamo andati con regista e attori, su Sunset Boulevard, interessavano tanto ai tecnici dell’industria (come si riprendono le telecamere accese? chiedevano, e altre matriosche da nerd). Ma, alla luce del caso di Nidal Malik Hasan – che avrebbe dovuto subire un’esecuzione in diretta streaming per volere del crociato alcolista del dipartimento della guerra, fermato poi da Trump (!) – quello a cui si pensa guardando Primetime è soprattutto la questione della punizione. Hansen, almeno la versione filmica, crede di essere in una missione per depurare il mondo dai pedofili. Un “collega” giornalista che sta partendo per dei reportage mentre c’è la guerra del Golfo lo prende in giro dicendogli “ti guarderò dall’Afghanistan”. Ma a lui non importa, per lui beccare i “pedos”, quei “mostri”, è una ragione di vita, è “depurare il mondo da un male antico”. Per spiegarlo dice a un certo punto: “Prima in ogni città c’era la gogna pubblica, ora in ogni casa c’è la televisione”. Quindi il tubo catodico come punizione pre-tribunale, come esposizione pubblica, la tv è esposizione della vergogna altrui.
Esistono, anche come effetto di To catch a predator, gruppi che, mettendo tutto su YouTube, incastrano i potenziali pedofili e li attirano nei Walmart, e a volte li menano anche, mentre questi vengono ripresi e in diretta sono costretti a chiamare magari la moglie e confessare, e a camminare tra la gente mentre al megafono urlano “quest’uomo era qui per incontrare un tredicenne!”. Alla fine delle puntate di To catch a predator, visto da 7 milioni di persone a episodio nei suoi anni migliori, non sappiamo cosa succede ai presunti predatori. Al pubblico bastava vederli catturati, ingannati, umiliati, spaventati, a volte consci di esser stati sul punto di aver commesso un crimine così terribile. “Abbiate sfiducia in tutti quelli in cui è potente l’istinto di punire!”, ammoniva Nietzsche. E nel frattempo c’è chi si indigna per la fucilazione texana ma non per la pena di morte in sé, come se fosse meglio venir uccisi dallo stato con una siringa e in privato.


