la realtà e la fiction
Quarto potere in prima fila
Al cinema tornano i giornalisti anglosassoni, eroici o cinici, con “Primetime”, “The Social Network” 2 e “Ink”. Da noi invece gli eroi solo sullo schermo con “Report” un anno dopo la bomba. E poi corsi, teatro, festival, e tante tante gite

Foto ANSA
Un giornalista ha sempre un posto in prima fila. Giornali e giornalisti sono infatti sempre più protagonisti al cinema: giovedì è uscito nelle sale “Primetime”, con Robert Pattinson cinico televisionaro a caccia di pedofili per fare ascolti, presentato a Venezia insieme a “Ink”, sulla nascita del “Sun” di Murdoch e del tabloid moderno, e poi il documentario “Musk” di Alex Gibney, che segue l’imprenditore miliardario e la sua enorme influenza nella politica contemporanea, e le cui pubblicità sono state rifiutate da YouTube, Meta, TikTok e anche X (il famoso free speech). E in sala c’è pure il quasi-sequel di “The social network”, “The Social: il prezzo della verità”, un film che parla sì di Mark Zuckerberg il patron di Facebook (interpretato da Jeremy Strong, già figlio del Murdoch di finzione in “Succession”) ma anche e soprattutto di giornali. Insomma per l’ennesima volta siamo davanti al grande paradosso, ma com’è che i giornali, manufatti radioattivi che non interessano più a nessuno, fisici o digitali, continuano a ossessionare tutti?
“Primetime” nasce da un articolo (di giornale) che raccontava la puntata più nera di “To Catch a Predator”, programma tv americano dei primi anni Duemila in cui Chris Hansen, giornalista ex serio diventato star della tv del dolore, attirava in villette tipo Garlasco omaccioni smaniosi convinti di incontrare dei tredicenni.
Nel novembre 2006, vicino Dallas, uno dei bersagli però non si presentò all’appuntamento: era il cinquantaseienne vice procuratore distrettuale e quando agenti e telecamere arrivarono davanti a casa sua, si sparò. La NBC dovette pagare un sacco di milioni alla famiglia, un giudice federale scrisse che la rete si era comportata in un modo che nessuna società civile dovrebbe tollerare, e il programma sparì. Il vero Hansen, che oggi continua ad andare a caccia di pedofili, naturalmente non lo fa più in tv, ma in un podcast, come tutti.
“Primetime” è “L’asso nella manica” di Billy Wilder aggiornato e rivisto (là Kirk Douglas, giornalista fallito, allungava l’agonia di un uomo intrappolato in una grotta per tenere viva la storia, qui Robert Pattinson cerca di convincere anche pedofili molto recalcitranti a finalmente darsi all’azione per andare in prima serata, appunto il “prime time”) più “Quinto potere”.
Del resto l’America ha tutto un filone storico di film sui giornalisti, Quinto ma soprattutto “Quarto potere”, poi “Tutti gli uomini del presidente”, “Good Night, and Good Luck.”, eccetera. Accanto ai cinici, il giornalista americano da film è spesso la versione cartacea dell’eroe da western senza macchia e senza paura, che non teme di scardinare “il sistema” pur di far trionfare la verità.
E da noi? Si sa che il giornalismo italiano è diverso da quello anglofono, e così lo è stato nella fiction. Qui il giornalista al cinema è un cronista mondano (Marcello nella “Dolce vita”, poi rivisto e corretto nel Jep Gambardella che di mestiere fa il giornalista, ma non lo si vede mai scrivere, semmai intervistare artisti contemporanei-sòla che in effetti sono una parte crescente del nostro declinante lavoro) oppure un martire (Siani in “Fortapàsc”, Ilaria Alpi nel film dedicato). Se porta avanti un’inchiesta questa viene insabbiata (“Il muro di gomma”) e del resto l’inchiesta all’americana da noi è rara, non l’abbiamo quasi mai filmata e poco realizzata pure nella realtà: non si aveva budget, non s’ebbe tempo, le fonti erano al mare.
Né esiste una vera serie televisiva italiana sul mondo dei giornali, che magari non avrà fatto le grandi inchieste eppure ha avuto una sua importanza anche solo estetica, come personaggioni. A parte la Fallaci, i Montanelli, gli Scalfari, le Cederne, le Aspesi incredibilmente non si son mai visti nel Paese che trasforma Acutis in un santo anche televisivo; potrebbero essere protagonisti di bei “Mad Men” anche con “set” tra la Roma più decadente e la Milano più modernista, almeno quanto preti che risolvono delitti in Umbria, o commissari in Sicilia o componenti di variegato palazzo napoletano. Ma si sa che il set urbano in Italia non piace, così l’unico giornalista in circolazione è quello di “Makari”, che abbandona la tentacolare Roma per tornare nella sua Sicilia irredimibile, nel paesino appunto di Macari (ritmi più umani, la luce, il ciclo delle stagioni, forse anche Imu e Tari basse).
L’unica grande inchiesta l’abbiamo però fatta a puntate, in tv, con Report. E a un anno dalla bomba sotto casa di Sigfrido Ranucci, il 16 ottobre 2025, e a pochi mesi dalla sua rimozione dal programma, con l’attentato che è diventato esso stesso un’inchiesta della magistratura, la ranucceide porta in sé un po’ gli elementi di tutte le grandi epopee: è un po’ il populismo di “Ink”, con Lavitola, ex editore dell’Avanti! che si è riconosciuto mandante dell’attentato, al posto di Murdoch.
È un po’ “Quarto potere” sempre con Lavitola che con un sondaggio vuole fabbricare un leader, come Kane costruiva un teatro d’opera per far cantare Susan Alexander. È un po’ anche “Scoop” di Evelyn Waugh, il più bel libro che sia mai stato scritto sul giornalismo, la storia di uno scambio di persona, con un timido curatore di una rubrica sulla vita di campagna, William Boot, che viene preso per un omonimo scrittore alla moda e viene spedito a seguire una guerra africana, e la megaditta di Lord Copper, il colosso editoriale in cui Boot viene assunto, sembra la Rai scombiccherata di oggi. È infine “Quinto potere”. Lì il conduttore veniva licenziato dalla rete, e rispondeva da profeta, qui Ranucci ha accostato la propria vicenda a quelle di Moro, Piersanti Mattarella, Falcone e Borsellino.
Certo ci si chiede come mai anche nella nuova infornata di film americani si torni così tanto sui giornali data la loro crescente irrilevanza, che però è soprattutto “molto italiana”, come direbbe Stanis La Rochelle di “Boris”. Se in America resistono old media come il New York Times e ne nascono di nuovi come la testata digitale The Free Press, da noi siamo tutti incuriositi di come andrà a finire la vicenda di Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, che tra le acque di Fiuggi e altri asset d’antan compra anche giornali, e già che c’è pure un pezzo di cinema, il 19,45 per cento della Leone Film Group fondata da Sergio Leone, facendoci rivivere quel frisson di splendore perduto, tra glamour, stipendi che si narrano favolosi e assunzioni dimenticate, in un paese in cui la parola giornalista evoca più che altro parole come “stato di crisi”, “scivolo” e “prepensionamento”.
Leonardo Maria Kane ci fa sognare un passato glorioso, quello delle redazioni affollate e fumose, quello dei Rizzoli al Corriere della Sera e insieme alla Cineriz, del principe editore Caracciolo, della disfida Berlusconi-De Benedetti. Quell’epoca in cui si andava emozionati in luoghi dove questi manufatti cartacei, i giornali, venivano dati, gratis, dalle sale vip degli aeroporti alle prime classi dei treni: oggi chi si trovasse tra le mani quegli strani aggeggi cercherebbe immediatamente un cestino dove gettarli (resistono però le riviste dei treni e degli aerei). E anche come status, “mamma mi sono fidanzata con un giornalista”, trent’anni fa avrebbe visto un sorrisone sul volto di mammà, pensando a privilegi e benessere e case al mare, oggi le si arrecherebbe un dolore, non potevi sposarti un personal trainer come tutte o magari un trapper neomelodico o un influencer di cibo per gatti?
Però c’è un mistero. Non è che i giornali, e i libri, non interessino più a nessuno: perché simmetricamente sale l’interesse quasi feticistico per i giornalisti e gli scrittori. Non c’è località nel globo abitato e forse pure in Papuasia e Antartide che non abbia il suo festival di giornalismo e/o scrittura, gremito fin dalle prime ore dell’alba. Però oggi ce l’hanno insegnato che vale soprattutto “l’experience”, e dunque si investe volentieri più che nel manufatto finale nel biglietto di festival per vedere in carne ed ossa il giornalista o lo scrittore o magari quella leggendaria figura di giornalista E scrittore, il “sottopancia” classico da talk show televisivo, magari per poterlo odiare meglio. The journalist is present.
Il giornale non lo vogliamo manco regalato, ma il giornalista sì, eccome. O il “Giornalaio”, come scriveva ancora ieri su X quel bizzarro personaggio di Andrea Stroppa, il braccio destro di Musk in Italia, che però passa di rassegna in rassegna e di talk show in talk show a farsi intervistare dai suddetti giornalai. I festival di giornalisti o giornalai sono ovunque del resto: l’altro giorno andando al nostro, di festival, a Firenze, sono partito da Roma dove era in atto il festival del Manifesto, il anzi la Manifestival, sparsa per la Garbatella, e parlava la Schlein, poi sono arrivato a Firenze e da noi c’era la Schlein, poi sono tornato a Roma e vicino alla stazione c’era ancora la Schlein (oltre a Stroppa) al festival di Fanpage sotto casa mia, non avevo idea che ci fosse un festival di Fanpage, e non avevo idea che fosse sotto casa mia. L’Italia è un apostrofo rosa tra un festival del giornalismo e l’altro, tra un po’ servirà un Tripadvisor, con una guida ai migliori, anche come cast, food, hospitality (meglio un classico festival di Internazionale a Ferrara a ottobre o Repubblica delle Idee a Bologna a metà giugno? Dove si mangia meglio? Qual è l'experience migliore?).
Un altro fenomeno interessantissimo sono i corsi, per diventare giornalisti. Essi si tengono non solo nelle classiche città ma soprattutto nelle località più esotiche. A me hanno proposto di tenerne uno alle Eolie, una settimana, tutto compreso, tu stai lì e insegni “il giornalismo”, che già detta così fa strano, sembra Gianfredi, il tizio che si presenta vestito da Iena a intervistare i politici con domande assurde tipo la loro Winx preferita, e appunto dice di lavorare per “Il giornalismo”, insomma a insegnare a un gruppo di diligenti privati cittadini che presumibilmente dopo aver vissuto tutte le experience più cool, tipo l’abbraccio degli alberi nelle foreste del Casentino, o la caccia al tartufo col cane nelle Langhe, vogliono ora esplorare “il giornalismo” alle Eolie.
Il giornalismo ormai ha assunto una vaga coloritura di attività dopolavoristica di fascia alta, ti chiedono “ma scrivi proprio tutti i giorni?”, è una specie di hobby tipo lo yoga o la ceramica, infatti queste classi di giornalismo eoliano si svolgono nella “splendida cornice” delle isole, con aperitivo al tramonto e cena di pesce. La deriva turistica del giornalismo si completa poi con “i viaggi col giornalista”, una trovata che credo venga da lontano ma ultimamente sta crescendo molto, grazie a quel geniaccio di Urbano Cairo, l’editore del Corriere che riesce a monetizzare qualunque cosa.
I viaggi col Corriere sono reclamizzati con grande pompa, si tengono nelle località più ambite, dalla Grande Muraglia all’Egitto, da New York ad Atene. C’è immancabilmente un accompagnatore, che è un giornalista del Corriere, e mi domando ogni volta cosa glielo faccia fare, a questi giornalisti, di portarsi appresso un gruppo di casalinghe e generali in pensione come mi immagino saranno questi turisti-corrieristi (i prezzi sono belli salati!). Forse sono colleghi con del tempo libero, forse vogliono viaggiare, evadere, magari si rimorchia pure; è un po’ come il professore di educazione fisica, quello che alle superiori accompagnava puntualmente la classe in gita, mentre quelli di lettere e di latino non ne volevano sapere. Ma se un tempo il giornalista-prof di educazione fisica era un esperto della materia (mettiamo, si andava in Cina con lo storico corrispondente da Pechino), adesso sulla pubblicità c’è un asterisco: “il giornalista sarà selezionato solo dopo che saranno arrivate le prenotazioni” e c’è chi giura che siano colleghi che in Cina non hanno mai messo piede. Risultato: vai in Cina col caporedattore dello sport, o il corrispondente da Crotone. Nei giorni della Mostra del cinema di Venezia poi era possibile andare a vederla con un giornalista di cinema, e io pensavo a questo\a che stava lì tra una intervista e l’altra, tra una proiezione e l’altra (magari vedendo “Primetime” e “Ink”) mentre il generale in pensione chiedeva: giovanotto! In che anno è stata fondata piazza San Marco?
Ciò non toglie che sono bellissime iniziative e chi siamo noi per giudicarle. I giornali cercano sempre nuovi modi per sostenersi, o come dicono a Milano nuovi business model. Anche noi. A un certo punto Cerasa, direttore del Foglio, doveva essere primavera, mi chiese: che fai il 13 dicembre? Risposi: Claudio, e che devo fare? Non lo so. Allora, tieniti libero. Il fatto è che il Foglio aveva lanciato uno speciale abbonamento tipo Gold, dove potevi stare un’ora col tuo fogliante preferito. In quel caso era arrivata una prenotazione, e per stare con me. Io tutto orgoglioso mi ero segnato l’appuntamento sul calendario e man mano che passavano i mesi avevo cominciato a pensare a chi fosse questo misterioso lettore o lettrice che voleva pagare per stare un’ora con me.
A seconda dell’umore, pensavo agli scenari più cupi: un lettore o lettrice risentito che si era offeso per qualcosa che avevo scritto e aveva armato la vecchia Beretta (magari era proprio il generale in pensione, già in gita coi viaggi del Corriere e deluso dalla categoria e radicalizzato), pronto a scaricarla sul povero cronista? Un aspirante giornalista che non voleva arrivare fino alle Eolie? E perché aveva scelto proprio me? E dove avrebbe dovuto svolgersi quest’ora di piacere? In redazione? A casa mia? In macchina? Avrebbe dovuto pagare prima, mettendo magari i soldi sul comodino? Avrei dovuto essere particolarmente gentile? Vestito? Quando la curiosità era ormai al massimo, due giorni prima, il misterioso lettore cancellò l’appuntamento, non so se ottenendo un rimborso o no. Che delusione però: dopo essermi fatto tutti quei film, ero stato ghostato dall’abbonato.
Un’altra modalità con cui i giornalisti escono dalla porta ma rientrano dalla finestra è il teatro. Non si vedranno al cinema, ma sono quasi sempre su un palcoscenico. Come i cantanti che non possono più contare sui ricavi dei dischi ma sono appesi alle percentuali di Spotify, anche noi siamo obbligati a calcare i palcoscenici come vecchie dive in disarmo. Non c’è teatro, teatrino, stabile o instabile d’Italia che non abbia il suo spettacolo condotto ideato e diretto dal giornalista di turno; di nuovo, ci siamo dentro tutti, chi non è sul palco ci sarà presto. C’è “Diario di un trapezista”, di Ranucci, in cartellone fino all’anno prossimo, poi c’è Saviano che porterà in giro “Quel che resta di me” tra gennaio e giugno 2027, diciassette date più una a Londra. C’è Augias con “Il mio Novecento” che affianca alla narrazione una soprano e un pianista. C’è Stefano Nazzi, del Post, con“Indagini Live 2026 – Un’altra storia”, ed è passato anche dallo Shepherd’s Bush Empire di Londra, una sala da concerti rock. Il giornalista entrava in scena tra applausi scroscianti sulle note della sigla del podcast, come una star. C’è poi Giuseppe Cruciani che ha fatto “Via Crux: ci siamo rotti il caxxo”, prodotto da Paolo Ruffini (i giornalisti prodotti dai comici).
Insomma, rassegnatevi, i giornalisti anzi giornalai sono, siamo, ovunque, in tv, al cinema e pure in teatro, ovviamente non più nelle edicole che non esistono più, e nemmeno nei giornali perchè non abbiamo tempo (a proposito, per quel 13 dicembre io ho comunque ancora un buco in agenda, chi volesse, astenersi generali, vabbè).