Primetime

La recensione del film di Lance Oppenheim, con Robert Pattinson, Merritt Wever, Skyler Gisondo, Matthew Maher

La sceneggiatura di “Primetine” era una bomba a mano. Lo ha detto Robert Pattinson al London Film Festival. Gran complimento per Ajon Singh che ha scritto la sceneggiatura. Aggiunge Pattinson: nessuno ancora ci aveva messo le mani sopra per farne un film (una serie sarebbe stato più difficile, racconta un programma televisivo, e il suo conduttore Chris Hansen: davano la caccia ai pedofili). Attiravano i sospetti, con annunci sul giornale. Preparavano un set con telecamere nascoste. Faceva da esca un attore maggiorenne capace di recitare senza essere ridicolo la parte di un minore. Quando era chiaro il tipo di scambio, intervenivano, denunciavano il colpevole, prima di consegnarlo alla polizia lo interrogavano: un quarto d’ora di televisione altamente scandalistica. Finché Hansen medesimo non viene beccato a cena con una bella ragazza che non era sua moglie. In Italia, il “peccato di pantalone” è poca cosa, serve ai pettegolezzi e basta. Nell’America puritana, l’inciampo può distruggere una carriera. “To Catch a Predator” andò in onda dal 2004 al 2007, con soddisfazione della rete, e degli indignati speciali. Gli spettatori erano milioni. Lance Oppenheim, trentenne documentarista al suo primo lungometraggio, ha buone idee. Lavora con le luci, anche colorate (dopotutto siamo in uno studio tv). Ha una regia nervosa che passa da una telecamera all’altra. Ottime idee, che finiscono per prendere il sopravvento sull’indagine.