Di un classico non si fa un compitino. Avvolgersi dalla tela di Nolan

Siamo educati a tenere il classico fuori dalla storia e mummifichiamo il passato. Ma questo è un problema nostro, non del regista americano. Infatti, non ci dovrebbe essere, e non c’è, contraddizione fra il godersi The Odyssey e l’edizione critica del poema in sei volumi della Fondazione Valla

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Foto LaPresse

The Odyssey di Christopher Nolan sarà ancora nelle sale per qualche settimana e poi finalmente, con l’estate alle spalle, potremo cominciare a parlarne sul serio. Non che contributi importanti siano mancati nel caldo dibattito estivo. Ma molte analisi hanno bene o male espresso disappunto per la mancanza di rispetto a Omero, l’annichilimento della complessità narrativa del poema e dell’ingegno multiforme del protagonista, e, infine, la delusione di aver avuto a che fare “soltanto” con un adattamento (hollywoodiano per di più!) e non con l’essenza pura del classico. A pochi giorni dall’uscita del film, il Wall Street Journal ci ha rassicurato che saremmo sopravvissuti a questa odissea, mentre dopo quasi un mese il New York Times ha diagnosticato la Odyssey fatigue. Diluvi di reel e meme hanno fatto il resto. Nel frattempo, esperti importanti ci hanno assicurato che, alla fine dei conti, di questo film ci si dovrebbe vergognare. Ma tranquilli: è una grande opera d’intrattenimento, quindi spegnete il cervello e divertitevi.
Il dibattito attorno a The Odyssey ha mostrato la nostra mancanza di educazione alla vita del classico nella storia, alle sue riscritture, a quello che Aby Warburg chiamava il Nachleben. Uno dei più ambiziosi e discussi registi contemporanei si confronta con Omero, e cosa gli chiediamo? Che faccia il compitino: il candidato riassuma fedelmente l’Odissea. Siamo educati a tenere il classico fuori dalla storia, dove invece viene studiato, letto, contestato, riscritto, abitato. Mummifichiamo il passato, attendiamo invano una sua nuova epifania, lamentiamo la fine delle humanities. Questo è un problema nostro, non di Christopher Nolan. Infatti, non ci dovrebbe essere, e non c’è, contraddizione fra il godersi The Odyssey e l’edizione critica del poema in sei volumi della Fondazione Valla. A patto di aprire gli orizzonti e guardare l’opera di Nolan non da un rarefatto Olimpo di eletti, ma dentro a una storia millenaria in cui artisti di tutti i tipi si confrontano con Omero facendo – ecco il punto – qualcosa di nuovo. La maggioranza delle analisi di The Odyssey, al contrario, si è conclusa dove avrebbe dovuto cominciare: riconoscendo lo scarto tra film e poema.
Proprio in questo scarto risiede il gusto stesso del film e su questo scarto si dovrà costruire. Cioè bisognerà cominciare a guardare il film non per quello che avremmo voluto che Nolan facesse, ma per quello che ha fatto. Nolan si è immerso a capofitto nell’Odissea e, da artista libero, ha gareggiato con Omero raccontandone la storia, proponendo scelte chiare, giocando con le nostre aspettative per consegnarci una visione audace e ampiamente originale. Ha orchestrato un meccanismo narrativo coerente e impressionante, spinto in avanti da un ritmo incalzante e puntellato di simmetrie continue sottolineate dal montaggio e dalla colonna sonora. Ha imbastito la sua tela complessa di subordinate temporali fino a scioglierle attraverso quello che Aristotele nella Poetica considerava il migliore dei riconoscimenti: quello che avviene dal di dentro della narrazione stessa. Nella scena della confessione di Odisseo a Penelope i livelli psicologico, teologico, politico e narrativo del film si sciolgono all’unisono scattando in riconoscimenti multipli da brivido. Anche soltanto per questa scena, The Odyssey si è guadagnato un posto unico nel Nachleben dell’Odissea. Racconta poi Omero nel libro XXI (vv. 404-411) che Odisseo incorda l’arco come un aedo la cetra e pizzica la corda che canta come una rondine. Nolan combina e ripropone più volte questa doppia similitudine, un unicum nel poema, sottolineandola con la colonna sonora, e la rende sia l’elemento centrale dell’identità di Odisseo scatenante il riconoscimento finale, sia la rappresentazione della dinamica centrale del film: il precipitare della guerra in una battuta di caccia senza regole. La reinvenzione del Cavallo e dell’ultima notte di Troia come soluzione finale di una civiltà sono legate all’ambiguità dell’arco di Odisseo.
Questi sono due fra i tanti esempi di ciò che Nolan ha fatto, e non di quello che avrebbe dovuto fare secondo noi. E’ ovviamente legittimo che The Odyssey non sia piaciuto, che si notino alcune imperfezioni o che ci si senta distanti dallo stile e dalla visione del mondo di Nolan. Ma lasciar passare l’Odissea cinematografica di questa generazione per una baracconata di mero intrattenimento “infedele” all’originale sarebbe una perdita troppo grave. Passato il polverone, bisognerà ritornarci e costruire percorsi, con chi voglia, nelle aule universitarie e in quelle scolastiche, sulle riviste e nei circoli culturali. Intanto, il film è nelle sale ancora per poco. Approfittatene. Il lutto per l’assenza di Nausicaa lo si elabora alla seconda visione. Dalla terza in poi si rinforza l’entusiasmo per il quadro generale, si apprezzano di più le interpretazioni attoriali, ci si coinvolge maggiormente nei dettagli: si entra davvero nell’opera. Rileggere Omero in parallelo moltiplica il piacere del film e viceversa. Personalmente, arrivato ben oltre la decima visione in tutti i possibili formati, ancora mi sorprendono nuovi particolari e sempre verso lacrime alla stessa scena. Arriveranno altre odissee, ed è giusto così. Ma intanto, Christopher Nolan ci ha regalato un grande film, allo stesso tempo audace sfida intellettuale, potente commento sul presente, entusiasmante rilettura di Omero e, senza vergogna, spettacolare intrattenimento. L’aedo Travis Scott ci sta convocando in sala.