Agenda geopolitica e di genere di Venezia 2026

Leone d’oro all’unico film in concorso diretto da una donna. Meritatissima la Coppa Volpi a Malkovich. Italiani a secco

14 SET 26
Ultimo aggiornamento: 08:53
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Foto ANSA

Il conto delle donne ormai affligge oggi direttore di festival del cinema. Pietrangelo Buttafuoco presidente della Biennale ci scuserà, insiste sul fatto che Venezia ospita una “Mostra d’Arte Cinematografica” (insiste anche sul baciamano alle signore, con eleganza). Ma sempre di un conteggio si tratta. Quante donne in concorso? Quante donne premiate? Continuamente ci si chiede: quanti passi avanti si sono fatti verso parità dei sessi? “Una regista e mezza in concorso quest’anno alla Mostra” ha calcolato qualcuno. Per “mezza” intendeva la co-regista Rachel Szor di “NAZA” (titolo che va scritto tutto maiuscolo, è la sigla per i danni collaterali a Gaza).
La regista “intera” si chiama May el-Toukhy, è una danese di origini egiziane: il suo film “Woman Unknown” racconta una cameriera sul punto di sposare il datore di lavoro, rimasto vedovo. Siamo in Danimarca, nel 1945. Gli occupanti nazisti sono stati appena cacciati. Le donne colpevoli di collaborazionismo venivano punite. Dopo il pestaggio, una svastica veniva tracciata con la vernice rossa sulla schiena.
Deplorata la situazione – solo maschi, troppi maschi ovunque – la presidente della giuria Maggie Gyllenhaal è stata inflessibile e coerente. Il Leone d’oro è andato all’unico film in concorso diretto da una donna. “Woman Unknown” di May el-Toukhy. La scarsità di personaggi femminili da premiare ha regalato all’attrice del film – la molto emozionata e sorpresa Mathilde Arcel – anche la Coppa Volpi per la migliore interpretazione. Togliendolo alle sorelle Rooney, Kate e Mara, strepitose nel film di Werner Herzog “Bucking Fastards” (da leggersi invertendo le iniziali). Recitano all’unisono tutti i dialoghi, nel ruolo di gemelle speculari e un po’ matte, ispirate alla vera storia di Freda e Greta Chaplin, nate a York.
Coppa Volpi per l’attrice, non siamo alla Berlinale o in altri festival woke dove non si fanno distinzioni. Avrà una brillante carriera, e speriamo che per l’occasione imparerà a vestisi: un miniabito bianco che pareva tagliato a striscioline non è proprio in tono con la serata di gala. Officiata – come l’apertura e al netto di qualche papere – da Greta Scarano (con il ventaglio a fetta d’anguria per solidarietà con il popolo palestinese) e da Nicola Maupas (era nella serie carceraria “Mare fuori”).
L’altra Coppa Volpi l’ha vinta il grande John Malkovich. Meritatissima, ma considerato il clima e l’annuncio del direttore Alberto Barbera – “sarà una Mostra politica” – sospettiamo che abbia giocato a favore il personaggio. Nel film “Wilde Horse Nine”, scritto e diretto da Martin McDonagh (forse il più bravo drammaturgo prestato al cinema) è un ex agente della Cia con l’Alzheimer. Spiffera i segreti del mestiere e racconta di aver assistito all’assassinio di JFK “from the other side”. Con un collega è sull’Isola di Pasqua – pardon, Rapa Nui – a vedere i colossi – pardon, Moai.
L’agenda geopolitica continua con “Un bon petit soldat”, diretto dal francese Stéphane Brizé. Il momento “lavoro e sfruttamento” ai festival del cinema è roba sua. Sceglie come attrice Alba Rohrwacher, e viene premiato per la sceneggiatura. Il Leone d’argento per la migliore regia va a “Dau” di Ilya Khrzhanovsky. 20 anni di lavoro per raccontare la vicenda di un brillante fisico greco. In un laboratorio di ricerca segreto e molto sorvegliato dell’Unione Sovietica, per 40 anni è costretto a lavorare al progetto di una bomba atomica.
Premio speciale della Giuria, più che prevedibile, a “NAZA”. Interviste a militari protetti dall’anonimato che raccontano il lavoro sporco – anime belle, la guerra lo è sempre – per stanare a Gaza i fiancheggiatori di Hamas, che la sera tornano a dormire a casa. I registi – israeliani – sono Yuval Abraham e Rachel Szor. Lui acchiappa il microfono per denunciare “la de-umanizzazione dei palestinesi”. Lei – ricordate, era la mezza regista – non dice neppure una parola. Al film “Possible Love”, diretto dal regista di culto Lee Chang-dong – l’unico coreano che non va veloce – tocca il Gran premio della Giuria.
La pattuglia italiana – cinque film in concorso su 21 – non ha fatto una gran figura. Nessun premio. Neanche a Paolo Strippoli con “L’estranea”, della cinquina il titolo più originale: scritto, diretto, e con un tocco horror (ma il regista rifiuta l’etichetta). Un regista poco più che trentenne – è nato nel 1993, e un film che piacerà al pubblico. Non si può dire altrettanto di “The Echo Chamber”, diretto da Andrea Pallaoro su una sceneggiatura ritrovata in un cassetto di Bernardo Bertolucci.