Cinema
Lido Raimondo •
Film troppo lunghi, bisogna saper tagliare: nell’arte come nella vita
I biglietti nominali, le maschere scrupolose, due tiri al pallone, le feste e l’area vip. Scene veneziane rimaste fuori dalle cronache quotidiane

Greta Scarano (foto LaPresse)
Alla fine, l’83esima Mostra di Arte Cinematografica della Biennale di Venezia (il presidente Buttafuoco ci tiene che la dicitura sia completa), l’edizione preceduta e segnata dalle polemiche per una sola donna in concorso, è stata vinta proprio da quell’unica donna. Peggio dei maschi solo l’Italia: nonostante ben cinque film in concorso, non portiamo a casa nessun premio della competizione principale. Nanni Moretti come Rino Gattuso. Ora Malagò pensi anche al cinema italiano.
Cosa resterà di questa Mostra del Cinema di Venezia (scusi presidente Buttafuoco), a parte i premi per chi li ha vinti? Qual è lo stato del cinema, in generale? Io penso che si facciano film troppo lunghi: 90 minuti è la durata giusta, 120 una deroga possibile da valutare caso per caso. Dal 121esimo minuto in poi c’è un problema (di sceneggiatura, di regia, sicuramente di montaggio) e il film non dovrebbe ottenere il visto censura.
Bisogna saper tagliare, tagliare corto, farla breve: nell’arte come nella vita. Io stesso, nel mio piccolo (sono “tagliato” anche fisicamente, di statura non arrivo al mediometraggio), i pezzi che consegno a questo giornale li taglio il più possibile: per non annoiarvi e perché lo so che non avete tempo. E’ capitato dunque che in questi giorni da “imbucato speciale” alla Mostra del Cinema alcune scene veneziane siano rimaste fuori dalle mie cronache quotidiane dal Lido. Ve le lascio qui, come sul pavimento di una sala montaggio quando ancora si tagliava la pellicola alla moviola.
I biglietti per assistere alle proiezioni della Mostra del Cinema sono nominali: si accede con il proprio accredito sul sito, e ci si prenota. Se poi per qualche ragione non si può più andare a una proiezione fissata, ci si deve sprenotare: se si accumulano tre buche si viene bannati dal sito, e se ti incontra per strada uno della Biennale ti picchia sulle gengive. Inoltre, i biglietti non sono cedibili: questo lo sappiamo benissimo sia io che una ragazza alla quale una sera dico che l’indomani non andrò alla proiezione che mi ero prenotato perché devo andare a una festa – come i lettori di questo giornale sanno, per me al Lido le feste sono il dovere e i film il piacere, e il dovere viene prima del piacere se non altro per le bollette. La ragazza vorrebbe vedere proprio quel film a cui io non andrò, ma per il quale non ha trovato posto. Ci guardiamo, e pensiamo la stessa cosa: non si fa, però proviamo. Le do il mio biglietto. Mi sento da subito in colpa con la Biennale: la notte la passo in un sonno agitato, sogno Barbera che piange e Buttafuoco che viene a cercarmi con un forcone assieme a tutto il padiglione russo. L’indomani, all’ora x (cioè poco prima della proiezione) fisso il telefono in attesa di notizie dalla ragazza, la quale mi scrive “sono in fila per entrare”; ho i crampi dallo stress, mi cedono i nervi e grido al cielo “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”. Sei minuti dopo mi telefona la ragazza: è stata respinta. Il tipo all’ingresso che le ha scannerizzato il biglietto l’ha guardata e le ha detto: “Lei non mi sembra Saverio”. Non solo il biglietto è nominale, ma le maschere sono anche scrupolose. Che organizzazione perfetta che è la Biennale! Non li freghi mica. Mi affretto a sprenotare il mio biglietto; e una volta tornato dalla parte giusta della Storia, nonché calmate le mie pulsazioni cardiache, rifletto sul fatto che il woke è proprio finito. Se già solo due anni fa una maschera avesse osato dire a una ragazza che non gli sembrava un uomo, apriti cielo: scandalo, shit-storm sui social, dimissioni in blocco di tutta la Biennale e dall’anno dopo al posto della Mostra di Venezia si sarebbe tenuto un Festival di Cannes. Adesso invece fine della fluidità e dell’identity politics: una ragazza non è più libera di sentirsi Saverio Raimondo, non può pretendere di essere chiamata Saverio Raimondo se non lo è, e soprattutto né io né lei abbiamo visto questo film. Le proporrò di andarci assieme quando esce al cinema.
Isola Edipo è “un festival che unisce cinema, arte e musica; un luogo d’incontro nel cuore della Mostra del Cinema di Venezia”; ma è anche il punto del Lido dove si danno appuntamento i giovani, gli hipster, i creativi. Ci stanno i food track, le birre, il tramonto. E’ il Pigneto della Mostra del Cinema. Qui, uno dei primi giorni, è attraccata la nave del Venezia, squadra di calcio della città, quest’anno promossa in serie A: un galeone nero con la scritta “SERENISSIMA” sullo scafo, una roba vagamente minacciosa. Una volta attraccata, dalla nave scendono i calciatori accompagnati dalle rispettive fidanzate -nessuno è single, a quanto pare: i maschi in divisa come se stessero per scendere in campo, le femmine vestite come a un concorso di bellezza. Destinazione: red carpet. Ma prima qualcuno ha la brillante idea (visto che Edipo è uno spazio così giovane, così informale...) di tirare fuori un pallone. Il riflesso è pavloviano, e gli undici virgulti iniziano a palleggiare come fossero in area di rigore. Qualcuno si fa prendere la mano – anzi, il piede – e tira un pallonetto contro una natura morta composta da diversi Spritz Cynar allestita appositamente lì su un tavolino per le foto – il Cynar è lo sponsor della squadra. Risultato: i bicchieri saltano tutti per aria, e il loro contenuto diluvia addosso a una delle Miss fidanzate; la quale, non paga di essere già tutta bagnata e e con il trucco rovinato, si mette anche a piangere. Prontamente intervengono i soccorsi, con tamponi e trousse. Forse il passaggio sul red carpet si salverà, ma la relazione no.
L’ultima festa della 83esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia è quella per il film “Ride”. Fra i partecipanti (al film come alla festa) ci sono Margherita Vicario, Ensi, Levante, Dade, Kaze, Kyshan Wilson, Johnny Marsiglia; alcuni di loro salgono anche sul palco, cantano, suonano. Il tutto è molto milanese, pare una serata al Plastic. A questa festa c’è un dettaglio che ho notato anche in un altro paio di party: l’area vip, cioè una zona della festa transennata, “limite invalicabile”, con dentro le celebrity – delle quali, senza nulla togliere agli illustri nomi di cui sopra, nessuna però è George Clooney o Nicole Kidman. All’inizio questa trovata cafona e demenziale fa sentire te, invitato ma non vip, un intruso anche se non ti sei imbucato; della serie “ti ho fatto un favore a metterti in lista, ma in realtà io qui non ti vorrei e ti faccio sentire uno sfigato”. Poi però ti accorgi che dentro la zona vip – minuscola, per altro – c’è un open bar tale e quale a quello fuori, la pista dove ballare è fuori, i bagni sono fuori, la vita è fuori. In una festa, è la zona vip a essere sfigata: ti dicono che un plus ma è un ghetto, te lo spacciano come privilegio ma è apartheid.
Io ormai a queste feste mi aggiro come Gianni De Michelis ai tempi d’oro: sbevazzo, ballo, incontro. Mi ferma un giovane in t-shirt, un po’ brillo come tutti, che mi fa:
“Ti vedo a tutte le feste!!!” (Scusate i tanti punti esclamativi, ma c’era la musica alta. NdA)
“Sì, io scrivo di questo sul Foglio!!!”
“Il Foglio???”, inorridito. “Il Foglio è l’unico giornale ad aver dato una stella al film su Gaza!!!”
“Beh, e non sei contento? Voglio dire, se ne avessero parlato bene ti avrebbe spiazzato e insospettito, avresti avuto dei dubbi sul film; mentre avendone parlato male ti rende orgoglioso delle tue certezze; o no?”.
Ci pensa un attimo, e poi ride: “Hai ragione!”. E ci abbracciamo.
Poi però, un quarto d’ora dopo, torna da me (si vede che non ha rimorchiato, o non vuole che rimorchi io, o entrambe le cose). Mi attacca un pippone sul fatto che la sinistra dovrebbe tornare a sparare. Io ribatto che non mi pare che gli spari manchino a questo mondo, specie di questi tempi. Lui ammette che sì, ma non da sinistra. Io controbatto che una pallottola, che arrivi da destra o da sinistra, è sempre una pallottola; e tendenzialmente io sarei contrario. Lui mi fa un’apologia dell’11 settembre e cita Luigi Magione come un modello; io gli faccio notare la contraddizione di avere come mito uno che ha ucciso con una pistola ma poi di essere contrari al riarmo. Allora lui mi fa: “Devo andare a pisciare”; e ci riabbracciamo, stavolta definitivamente. Io però a quel punto vado via dalla festa e corro a segnalarlo alla Digos.