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Nolan, degno di Omero. Chi definisce “cazzata” il suo Ulisse si merita un cinema piccolo
Il regista qui ha fatto un capolavoro come lo era “Dunkirk”. Cosa possiamo dire davanti a tre ore di grande film senza un minuto di noia? Christopher Nolan è sempre grandissimo. E’ il cinema che è diventato piccolo
17 LUG 26

Foto LaPresse
Tre ore di capolavoro, che gli vogliamo dire? Cosa possiamo dire di uno spettacolo (e di una messa in scena) che filano via senza annoiare, perfettamente congegnati per raccontare l’antica storia dell’uomo che espugnò Troia dopo un lungo assedio, con l’astuzia del cavallo di legno. Poi impiegò una decina d’anni per tornare a Itaca, che voleva dire casa e moglie e figlio lasciato quando era in fasce. Il mare era pieno di pericoli, fra tempeste mostri e giganti. Non bastasse, a disputarsi il suo tempo c’erano due temibili signore: la maga Circe e la ninfa Calipso. Una spaventava con le arti magiche, l’altra drogava con il fior di loto. Cosa possiamo dire davanti a tre ore di grande cinema senza un minuto di noia? I colleghi vengono in soccorso. Francesco Piccolo spinge Repubblica – una volta un giornale tanto per bene, signora mia – a scrivere più volte per esteso la parola “cazzata”. E’ una cazzata, scrive Francesco Piccolo a tutte le lettere, e non una volta sola (mica si può censurare un simile e raffinato giudizio fantozziano). In chiusura di articolo aggiunge, veltronianamente, “ma anche un film bellissimo”.
Se non avessimo già visto il film di Nolan, la lettura dell’articolo non sarebbe stata tanto spassosa. Un lapidario giudizio scagliato da chi, pure lui sceneggiatore o collaboratore alla sceneggiatura di molti brutti film italiani, non può chiamarsi fuori da tante cazzate vere. Fa perfino tenerezza: nani sulle spalle dei giganti – se mai ci arrivassero. Christopher Nolan – che a noi neppure piace sempre, non siamo accecati dalla passione – qui ha fatto un capolavoro come lo era “Dunkirk”: l’avventuroso salvataggio dei 300 mila soldati alleati rimasti intrappolati, durante la Seconda Guerra Mondiale, a Dunkirk – o Dunkerque, la città più a nord della Francia. Erano stati accerchiati, vennero a prenderli dall’Inghilterra attraversando con ogni mezzo, fino alle barchette e ai pescherecci, il Canale della Manica. E’ l’Operazione Dynamo che Nolan racconta magnificamente su tre livelli: terra, mare, cielo.
Omero fornisce materiale in abbondanza, non tutto utilizzato nel film – sarebbe dovuto durare almeno due ore in più. L’avventura l’ha inventata lui, con il supporto di qualche divinità – qui ridotte al minimo. Da narratore consumato – vale per entrambi, molto abili a scombinare i tempi – comincia con uno sguardo al quartier generale di Itaca, dov’è rimasta la moglie Penelope con la sua tela che ormai non inganna più nessuno, e il figlio ormai cresciuto Telemaco: l’erede al trono, se si decidesse ad accettare che il padre Odisseo è scomparso, e dopo una ventina d’anni (calcoliamo a occhio, Telemaco era in fasce e ora veste un delizioso gonnellino) lo si potrebbe ormai dare per morto, e concedersi a uno dei pretendenti che ingannano l’attesa mangiando e bevendo. Vinta la guerra di Troia, Odisseo cerca di tornare a casa. Ma in mancanza di aerei e di previsioni del tempo affidabili, viene sballottato da mari e venti, da ciclopi e da giganti guerrieri ghiotti di carne umana. Poi ci sono Scilla e Cariddi: di qua un altro mostro e di là un gorgo che inghiotte navi e marinai.
Confessiamo di aver avuto qualche timore, prima di vedere il film. Non siamo così adepti da non pensare che si possa amare “Inception” e restare freddi di fronte a “Interstellar”. Dubbi spariti quando vediamo il cavallo di legno spiaggiato, di traverso sulla battigia, e dentro il soldati sfiniti dalle puzze che rischiano di annegare. Christopher Nolan è sempre grandissimo. E’ il cinema che è diventato piccolo.