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Toni Servillo: "Interpretando Eduardo Scarpetta ho capito che la solitudine va coltivata"
Parla l'attore napoletano, in gara a Venezia con i film di Mario Martone e Paolo Sorrentino. "Dopo tanti anni di carriera non mi interessano le vocazioni. Per questo mestiere sono più importanti i sacrifici e i compromessi"
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13 SEP 21

Toni Servillo interpeta Eduardo Scarpetta nel film "Qui rido io" di Mario Martone
Mario Martone voleva girare “Qui rido io” (in concorso alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, e al cinema da domani con 01 Distribution) da molti anni. Per Toni Servillo, che interpreta Eduardo Scarpetta, questo è un film che celebra la vita del teatro. “E non è solo un ritratto di questo straordinario attore: in un certo senso, è un ritratto anche mio e di Martone”.
Scarpetta è una figura enorme, un talento esplosivo, l’uomo che fu in grado di superare il successo di Pulcinella e di creare una nuova maschera, quella di Felice Sciosciammocca. Viveva la vita secondo le sue regole, ed era il primo, quando scriveva, recitava e guardava gli altri recitare, a divertirsi. La faccia gli si contorceva per la gioia. E le intuizioni, come le battute, gli venivano naturali: una sovrapposizione di due piani, quello dell’immaginazione e della realtà.
“Qui rido io” è un film che racconta più storie, e che trova un ordine, un filo, nella carriera e nell’esistenza di uno dei più importanti commediografi italiani. C’è lo scontro con gli intellettuali napoletani, stanchi del successo della commedia popolare; e c’è quello più feroce e politico, consumato in tribunale, con Gabriele D’Annunzio. Poi c’è la sua vita privata, con gli Scarpetta da una parte e i De Filippo dall’altra.
Eppure, in tutta questa confusione, nei pranzi affollati, nelle prove concitate e tese, si respira sempre un’aria di profonda solitudine. “Questi grandi personaggi”, dice Servillo, “sono affamati di vita. Nel caso di Scarpetta, poi, parliamo anche di un impresario, di un uomo che prova a tenere insieme il lavoro sul palcoscenico e quello amministrativo. Nella sua carriera, è riuscito ad accumulare una grande ricchezza. Era capace, e ne aveva decisamente l’intenzione. Ha dovuto affrontare, però, uno scotto: rimanere solo. Questo è un mondo fatto anche di gelosie e di invidie”.
Più in generale, essere un attore significa essere soli?
“A volte sì. La solitudine è una cosa che, in qualche modo, va coltivata; e coltivarla, per un attore, non è per forza un male. Stare tra le persone serve, certo: è un’occasione per rubare piccole cose e piccoli dettagli, per imparare e per nutrirsi. Ma stare soli, in tournée e nelle camere d’albergo, rappresenta una realtà precisa per l’attore. Non voglio dipingere un’immagine romantica, ma è così: si aspetta molto e si rimane molto da soli con sé stessi”.
“A volte sì. La solitudine è una cosa che, in qualche modo, va coltivata; e coltivarla, per un attore, non è per forza un male. Stare tra le persone serve, certo: è un’occasione per rubare piccole cose e piccoli dettagli, per imparare e per nutrirsi. Ma stare soli, in tournée e nelle camere d’albergo, rappresenta una realtà precisa per l’attore. Non voglio dipingere un’immagine romantica, ma è così: si aspetta molto e si rimane molto da soli con sé stessi”.
Ed è una cosa che serve, che può aiutare?
“Gli attori non passano tutto il loro tempo a festeggiare o appoggiati ai banconi dei bar a bere cocktail. Questa vita richiede preparazione e impegno, e tanta solitudine. Se, chiaramente, c’è l’intenzione di fare bene questo mestiere. Io che ho 40 anni di esperienza alle spalle, e centinaia e centinaia di repliche nelle gambe, ho imparato la dimensione e la consistenza di questi momenti passati da solo”.
“Gli attori non passano tutto il loro tempo a festeggiare o appoggiati ai banconi dei bar a bere cocktail. Questa vita richiede preparazione e impegno, e tanta solitudine. Se, chiaramente, c’è l’intenzione di fare bene questo mestiere. Io che ho 40 anni di esperienza alle spalle, e centinaia e centinaia di repliche nelle gambe, ho imparato la dimensione e la consistenza di questi momenti passati da solo”.
Proprio verso la fine del film Scarpetta urla: “la libertà è in pericolo!”.
“In quel caso, si stava difendendo. Da comico, e da comico satirico, aveva provato a graffiare uno dei potenti dell’epoca. Voleva prendere in giro una certa retorica che fa parte, tradizionalmente, del dannunzianesimo. Con quella frase, Scarpetta si riferiva a questo; ma si riferiva anche al diritto più generale di parodia. Benedetto Croce (interpretato da Lino Musella, ndr) lo spiega benissimo: la parodia fa parte della vita, e nella vita esiste sia l’infinitamente grande sia l’infinitamente piccolo”.
“In quel caso, si stava difendendo. Da comico, e da comico satirico, aveva provato a graffiare uno dei potenti dell’epoca. Voleva prendere in giro una certa retorica che fa parte, tradizionalmente, del dannunzianesimo. Con quella frase, Scarpetta si riferiva a questo; ma si riferiva anche al diritto più generale di parodia. Benedetto Croce (interpretato da Lino Musella, ndr) lo spiega benissimo: la parodia fa parte della vita, e nella vita esiste sia l’infinitamente grande sia l’infinitamente piccolo”.
Questa distinzione, però, sembra ferire Scarpetta.
“Sperava in una lode da parte di Croce; e invece si ritrova faccia a faccia con la verità. Croce gli dice, con molta sincerità, che le proteste durante il suo spettacolo, i colpi di tosse e il fastidio, erano stati causati soprattutto da un testo brutto”.
“Sperava in una lode da parte di Croce; e invece si ritrova faccia a faccia con la verità. Croce gli dice, con molta sincerità, che le proteste durante il suo spettacolo, i colpi di tosse e il fastidio, erano stati causati soprattutto da un testo brutto”.
Gli dice anche che ognuno di noi ha un ruolo e un talento, e che il genio sta proprio in questo.
“Se lei recitasse il Conte Ugolino, gli dice, sarebbe il capo dei morti di fame. Ma gli dice anche un’altra cosa; gli dice che è importante imparare ad accontentarsi di sé stessi. Lei, dice Croce, è un grande attore e ha dato felicità a molte generazioni: e anche questo è un fatto”.
“Se lei recitasse il Conte Ugolino, gli dice, sarebbe il capo dei morti di fame. Ma gli dice anche un’altra cosa; gli dice che è importante imparare ad accontentarsi di sé stessi. Lei, dice Croce, è un grande attore e ha dato felicità a molte generazioni: e anche questo è un fatto”.
Ne “Il teatro al lavoro”, il documentario di Massimiliano Pacifico, parla dei gesti e del loro ruolo nella messa in scena. Da quali gesti è partito per costruire, o ricostruire, Scarpetta?
“In parte mi sono affidato a quello che è rimasto e che è stato scritto e in parte a quello che è stato tramandato e raccontato da Eduardo e Peppino De Filippo. In Eduardo, soprattutto, nel modo in cui si muoveva e si esprimeva, c’era molto del padre”.
“In parte mi sono affidato a quello che è rimasto e che è stato scritto e in parte a quello che è stato tramandato e raccontato da Eduardo e Peppino De Filippo. In Eduardo, soprattutto, nel modo in cui si muoveva e si esprimeva, c’era molto del padre”.
In che senso?
“A un certo punto, in questo film, durante la recita di Miseria e nobiltà, c’è una camminata che qualcuno ha definito chapliniana. In realtà, quel modo di camminare era di Eduardo De Filippo quando interpretava quel testo del padre. Ci sono gesti e movimenti che vanno al di là, che superano confini ed estrazioni; e che poi, in qualche modo, ritornano”.
“A un certo punto, in questo film, durante la recita di Miseria e nobiltà, c’è una camminata che qualcuno ha definito chapliniana. In realtà, quel modo di camminare era di Eduardo De Filippo quando interpretava quel testo del padre. Ci sono gesti e movimenti che vanno al di là, che superano confini ed estrazioni; e che poi, in qualche modo, ritornano”.
Questo è anche un film sui camerini.
“Un attore vive molto di più nei camerini che negli alberghi, a volte; e anche questo fa parte della sua solitudine. I camerini sono il luogo della concentrazione e sono anche, per certi versi, una casa. Un posto familiare”.
“Un attore vive molto di più nei camerini che negli alberghi, a volte; e anche questo fa parte della sua solitudine. I camerini sono il luogo della concentrazione e sono anche, per certi versi, una casa. Un posto familiare”.
A Malcom Pagani, su GQ, ha detto: “Capirò esattamente che cos’è questo mestiere quando avrò intuito cosa mi è accaduto come uomo e a che cosa ho rinunciato per consacrarmi totalmente a tournée da 180 date all'anno”. Era il 2014. L’ha capito?
“Messa così, suona spaventosa. Volevo dire che non mi interessano le vocazioni, ma i bilanci. E io, ora, mi sento ancora lontano da un bilancio. Ritorniamo sempre lì, se vuole: al pericolo della retorica. Io non credo a quegli attori folgorati sulla via di Damasco. Questo mestiere si sceglie, e lo si accetta. E per farlo, come per tanti altri lavori, servono sacrifici e compromessi”.
“Messa così, suona spaventosa. Volevo dire che non mi interessano le vocazioni, ma i bilanci. E io, ora, mi sento ancora lontano da un bilancio. Ritorniamo sempre lì, se vuole: al pericolo della retorica. Io non credo a quegli attori folgorati sulla via di Damasco. Questo mestiere si sceglie, e lo si accetta. E per farlo, come per tanti altri lavori, servono sacrifici e compromessi”.
Per esempio?
“Il tuo corpo è il tuo strumento principale, e questo porta a una serie di conseguenze: sul piano professionale, sì, ma anche sul piano personale. C’è un coinvolgimento profondamente fisico nel lavoro dell’attore. In teatro di più, ma anche nel cinema”.
“Il tuo corpo è il tuo strumento principale, e questo porta a una serie di conseguenze: sul piano professionale, sì, ma anche sul piano personale. C’è un coinvolgimento profondamente fisico nel lavoro dell’attore. In teatro di più, ma anche nel cinema”.
A Venezia, quest’anno, c’è molta Napoli.
“Sì, ma è una presenza che, in qualche modo, non viene mai a mancare. Napoli è una città che ha molti problemi, come ho detto spesso, e che è molto complessa. Ma nella sua storia ha sempre avuto una spinta propulsiva verso tutte le arti. E quando non ce ne occupiamo direttamente noi, se ne occupano altri registi straordinari come Matteo Garrone”.
“Sì, ma è una presenza che, in qualche modo, non viene mai a mancare. Napoli è una città che ha molti problemi, come ho detto spesso, e che è molto complessa. Ma nella sua storia ha sempre avuto una spinta propulsiva verso tutte le arti. E quando non ce ne occupiamo direttamente noi, se ne occupano altri registi straordinari come Matteo Garrone”.
È in concorso con due film, uno di Martone e uno di Sorrentino. Per lei deve essere un momento estremamente felice.
“E lo è due volte. Con Martone siamo venuti a Venezia, con Morte di un matematico napoletano, quasi trent’anni fa. E con Sorrentino, invece, venti anni fa con L’uomo in più”.
“E lo è due volte. Con Martone siamo venuti a Venezia, con Morte di un matematico napoletano, quasi trent’anni fa. E con Sorrentino, invece, venti anni fa con L’uomo in più”.
Quante cose sono cambiate in questo tempo?
“Tantissime. Sul piano privato e, ovviamente, su quello professionale. Pensiamo a quello che è successo in questi ultimi due anni: oggi è tutto diverso. E tanto basta, direi; non serve aggiungere altro”.
“Tantissime. Sul piano privato e, ovviamente, su quello professionale. Pensiamo a quello che è successo in questi ultimi due anni: oggi è tutto diverso. E tanto basta, direi; non serve aggiungere altro”.