La guerra nella chiesa si gioca in America

Redazione

Mentre in Italia il dossier-Viganò è diventato l’occasione per le guerricciole tra giornalisti (la direttiva “aerea” di Francesco, “giudicate voi”, è stata recepita come meglio non avrebbe potuto), oltreoceano la faccenda è più seria. Da quando il memoriale dell’ex nunzio è stato diffuso, negli Stati Uniti è un continuo fiorire di comunicati stampa di vescovi che nella grande maggioranza prendono le distanze dall’accusatore ma che in qualche caso chiedono al Papa di farsi da parte (il vescovo di Madison, ad esempio). E’ la resa dei conti, attesa da anni, in un episcopato plasmato da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (in maniera minore) che Francesco ha cercato di cambiare e di adeguare al proprio orientamento pastorale: meno crociate, meno muscoli, più odor di pecore. Tre anni fa, nella cattedrale di San Matteo a Washington, l’aveva detto esplicitamente: la croce non è un vessillo, basta guerre culturali. Input rimasto lettera morta. Nel frattempo, mentre Bergoglio consegnava la porpora a uomini del nuovo corso mettendo da parte i campioni del conservatorismo locale, i vescovi non perdevano occasione per manifestare la propria insofferenza nei confronti dell’agenda papale, eleggendo ai propri vertici sempre personalità legate alla vecchia guardia. E’ naturale che il dossier-Viganò diventi ora lo strumento per portare avanti la resa dei conti tra le due anime dell’episcopato, quella che tenta di resistere e quella che cerca di emergere. Una partita che promette di essere senza esclusione di colpi, anche di quelli che poco hanno a che vedere con lo Spirito Santo. Una battaglia che come proiezione lontana ha il Conclave che deciderà il successore di Francesco.

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