La corte di Papa Francesco

Matteo Matzuzzi

Roma. Francesco le corti non le ama, dice di non tollerare i pappagalli e men che meno i pavoni che svolazzando attorno alla sua persona sperano di entrare nelle sue grazie e di ottenere così qualche incarico, magari una croce pettorale da esibire o un posticino in qualche ufficio pubblicando libercoli su periferie e povertà, rilasciando interviste su ospedali da campo e uscite in missione. Forse non le ama perché sa che possono creare solo danni, a lui e alla chiesa. E’ un po’ sempre accaduto così, dopotutto: cortigiani più o meno autorizzati si sono presentati come portavoce del Papa, interpreti non autorizzati del pensiero del vicario di Cristo. Sia che si dovesse decidere la qualità dell’ermellino sintetico da applicare al cappellino da imporre sul capo del povero Pontefice, sia che si tratti ora di mazzolare per bene i dissenzienti veri o immaginari sui social network. O, magari, di lodare giustamente il quinquennio di Francesco rimproverando i soliti tradizionalisti che non rispettano né la chiesa né il Papa e al contempo irridendo con buona dose di veleno altri cardinali – vedasi il recente commento del professor Alberto Melloni su Repubblica di qualche giorno fa.

 

Il caso della lettera di Benedetto XVI inviata al prefetto della segreteria per le Comunicazioni, mons. Dario Viganò è emblematico di quanto lo zelo possa trasformarsi in un pasticcio che nessuno – al di là del Tevere – sa più come controllare. Non si è trattato solo di rammendare il messaggio del Papa emerito, emendandolo qua e là perché si riteneva improprio far sapere tramite comunicato stampa che Joseph Ratzinger non aveva alcuna intenzione di leggere, neanche “in un prossimo futuro”, gli “undici volumetti” (così nel paragrafo “incriminato”) sulla teologia del successore, ma si è anche pensato di oscurare con un banale effetto grafico quel passaggio della lettera dalla foto diffusa ai media. Se si fosse divulgato il tutto come peraltro aveva fatto già mons. Viganò leggendo la lettera integrale, il caso non sarebbe scoppiato. Ma l’operazione ha avuto il classico effetto boomerang. Il fronte complottardo non aspettava altro: ecco la prova che la nuova gestione vaticana prima chiede a Benedetto XVI di legittimare teologicamente il successore con una “breve e densa pagina teologica” e poi – essendosi sentita rispondere picche – sbianchetta (verbo usato dalla Stampa di ieri, non certo da un sito sedevacantista) la parte poco gradita del messaggio ratzingeriano. La slavina era assicurata e davanti a ipotesi scombiccherate e assurde sulla presunta inautenticità del messaggio inviato dal monastero del Papa emerito – come se Benedetto XVI non fosse in grado di usare l’aggettivo “stolto” –, si è scelto di percorrere la strada della minimizzazione: che volete che sia, non era utile stampare sui comunicati l’integrale della lettera. Bastava la prima parte elogiativa. Però l’Associated Press – che è autorevole e non ha bisogno di troppe genuflessioni finalizzate a qualche captatio benevolentiae – ha tirato in ballo l’etica giornalistica, domandandosi se sia normale manipolare una foto da inviare agli operatori dei media senza che poi accada nulla, che non vi siano conseguenze di sorta. Le reazioni degli autoproclamatisi portavoce vaticani anziché far calmare le acque altro non hanno fatto che portare acqua al mulino di quanti vanno predicando l’immagine del Vaticano ridotto a fortino sempre più assediato. 

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