“Was he worth it?”, valeva la pena? Il titolo sulla copertina del Time schiocca come una scudisciata per via di quel pronome personale: non è un “ne valeva la pena?” impersonale, l’oggetto della domanda retorica è “he”, lui, il sergente Bowe Bergdahl, 28enne dell’Idaho strappato dalla prigionia dopo cinque anni dietro il pagamento di una lauta contropartita, il rilascio di cinque talebani detenuti a Guantanamo. Lui ne valeva la pena? Il soldato umbratile e disilluso sospettato di diserzione, addirittura di intelligenza con il nemico, valeva cinque terroristi rimessi in circolazione e un implicito invito al rapimento di americani, attività improvvisamente diventata redditizia?