Jerry Siegel e Joe Shuster nella coda dell’occhio avevano Mosè, più che l’Übermensch, quando crearono Superman negli anni Trenta. Il nome criptoniano di Clark Kent, Kal-El, è il calco di un epiteto ebraico che sta per “voce di Dio” e i topoi veterotestamentari si rincorrono lungo tutta l’avventura umana dell’occhialuto giornalista che, alla bisogna, butta il trench e si trasforma in supereroe con mantello e tirabaci per salvare il pianeta: i genitori naturali abbandonano il figlio per salvarlo e lui si prodiga per guidare il popolo minacciato verso la salvezza; i superpoteri che gli derivano dal legame ultramondano non lo affrancano dalle contraddizioni del vivere, non gli risparmiano sofferenze e dilemmi, non basta volare sui tetti del mondo per cancellare l’inquietudine interiore e annullare le minacce. Peduzzi Le guerre per la democrazia sono una “fiction” fallimentare, dicono Romano e Zucconi. Una risposta