Giro gregario. Pambianco e lo snobismo dei campioni: meno 57 al Giro100

Nell'edizione del 1961 la corsa festeggia i cent'anni dall'Unità d'Italia. Vincenzo Torriani aspettava i campioni, ma giù dal Muraglione il romagnolo sfida la tempesta e stacca tutti

Giro gregario. Pambianco e lo snobismo dei campioni: meno 57 al Giro100

Arnaldo Pambianco in Maglia Rosa sullo Stelvio tra due muri di neve

Vento in muso. Primo comandamento. Gli altri sono conseguenza e ridondanza, a questo si legano inesorabilmente. E’ regola e missione, destino e croce. E’ lavoro, tanto, che inizia quando il traguardo è ancora soltanto un miraggio. Li chiamano gregari, ma è riduttivo. Sono apripista, frangivento, molte volte ombre, anime gemelle. Tutti legati da un filo che li unisce: il sacrificio totale per una causa, la vittoria altrui. E la fatica propria. Che è più fatica di quella dei capitani, perché inizia prima e finisce dopo, molto dopo, che i festeggiamenti sono già iniziati e l’interesse già scemato. Sarà per questo che “quando vince un gregario vincono tutti” scriveva Marco Pastonesi. “Vincono i capitani, che senza di loro morirebbero di solitudine, vincono anche i giornalisti, finalmente liberati dalla schiavitù del già visto e del già scritto, e vince soprattutto il ciclismo, che così adempie al suo ruolo di piccola enciclopedia della vita, di divina commedia umana”. 

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Il Campionissimo aveva un progetto: chiudere la carriera lanciando uno dei promettenti ciclisti italiani della storia. Fausto però morì il 2 gennaio 1960. E Meo, dopo aver battuto Anquetil, si perse tra donne e cibo

Già. Perché qualche volta i gregari vincono. Anche se di rado e forse per fortuna. E qualche volta addirittura vincono nelle date importanti, quelle che dovrebbero essere preda di campioni e superuomini della bicicletta.

 

Il Giro d’Italia del 1961 doveva essere una di queste occasioni. Centesimo anniversario dell’Unità d’Italia e Vincenzo Torriani quell’edizione l’aveva preparata al meglio. Torino, poi Quarto dei Mille, Sardegna, Sicilia e poi su per tutte le tappe della storia italiana. Un compendio rinascimentale e guerramondiale di quanto aveva vissuto il tricolore. E ci si sarebbe aspettati Baldini o Nencini (che nemmeno partì), oppure Gaul o Anquetil, o al massimo Carlesi, che Coppino era pur sempre chiamato, o Massignan che in salita era divino. E invece niente di tutto questo. Apparve Arnaldo Pambianco, di stirpe gregaria, e tutti quei grandi campioni li mise nel sacco.

 

Apparve il 3 giugno, sotto una pioggia arrogante e un vento infido. Apparve che Ancona era alle spalle, la sua Romagna sotto le ruote, Firenze davanti al muso. Apparve che il Muragione era quasi finito e la discesa a un passo. Apparve che era furia e guerriglia. La sua non fu una planata verso Firenze, fu un vortice, armato com’era della “sua povertà grande”, mentre alle sue spalle imprecando “soltanto i poveri come lui avevano osato seguirlo. Intanto i milionari avevano stretto i freni, badando a scendere con il minor danno possibile”, raccontò Gianni Brera.

 

Nel capoluogo toscano Silvano Ciampi fu il più lesto, Arnaldo invece si vestì di Rosa. Scrissero: non dura. E sembrava un imperativo. Perché i gregari di solito saltano, lasciano il posto ai campioni. Quell’anno però non aveva nessuno a cui guardare le spalle, alla Fides era se non capitano quanto meno battitore libero. Durò Pambianco. Non si staccò mai. Sulle Dolomiti non perse un metro, nonostante la furia di Gaul e l’eleganza di Anquetil. Rimanevano Gavia e Stelvio, due giganti contro un piccoletto. Scrissero: non dura. E invece durò. Certo il Gavia saltò per troppa neve, certo la tappa divenne più agevole, ma su per i tornanti del Passo dello Stelvio, mentre Charly Gaul si era involato da solo tra due muri di neve, Pambianco aveva usato il cervello, aveva avuto l’intelligenza dell’attesa assopendo il furore dell’orgoglio. E così si era staccato subito mentre il lussemburghese a colpi di pedalati ascendeva verso il cielo e Anquetil come un segugio lo seguiva. Poi Gaul decise che era tempo di lasciare compagnie sgradite, accelerò ancora, il francese si scollò dalla sua ruota e stremato zigzagò per quell’imperiale zigzag alpino. E quando Pambianco leggero lo passò capì che era tutto finito. Al Vigorelli di Rosa vestito entrò il romagnolo. 

 

Vincitore: Arnaldo Pambianco in 111 ore 25 minuti e 28 secondi;

secondo classificato: Jacques Anquetil a 3 minuti e 45 secondi; terzo classificato: Antonio Suárez a 4 minuti e 17 secondi;

chilometri percorsi: 4.004

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