Il balòn a mandorla

Siamo cinesi da un pezzo, a Milano: Palazzo Broggi, la Pirelli, le azioni del Corriere e Chinatown. Perché spaventarsi se ora si prendono anche l’Inter e il Milan?

Il balòn a mandorla

Yonghong Li e Davdi Han Li all'Armani Hotel per la chiusura della trattativa per l'acquisto del Milan

Gli occhi attraverso cui guardiamo le nostre squadre, ma ormai l’è un giügà a la balà di puarìt, sono già a mandorla da un pezzo. L’advisor della Lega per la commercializzazione dei diritti tv del campionato, nonché del marketing di una metà del calcio di Milano, è la Infront Italy, proprietà cinese del gruppo Dalian Wanda (appena entrato anche nella proprietà dell’Atletico del Cholo Simeone: se l’altra metà del calcio di Milano, quella coi colori della notte, volesse immalinconirsi o sognare un po’ di più). L’ultima idea milanese venuta ai cinesi, appena prima di quella di comprarsi tutte e due le squadre di calcio, è quella di comprarsi un pezzo del campus del Politecnico della Bovisa e farne la sede italiana dell’Università Tsinghua, l’Ena di Pechino, quella dove ha studiato Xi Jinping. L’ultima cosa che i cinesi si sono comprati a Milano (fondo Fosun) è Palazzo Broggi al Cordusio, una volta era il Credito italiano. ChemChina, quando s’è comprata la Pirelli di Tronchetti Provera, oltre a un quattro per cento di azioni del Corrierone s’è trovata in pancia la sponsorship dell’Inter, che del resto sulle maglie già appariva disegnata con gli ideogrammi.

 

Huawei tra due anni sarà il numero uno degli smartphone in Italia, dicono. Intanto ha preso casa a Lorenteggio, dove lungo il Naviglio sono allineati tutti i big del tech. La società di rating Dagong ha la sede europea in Via dell’Orso, il cuore della City. Ma avevano cominciato negli anni Trenta a prendersi Milano, partendo dal Burg di scigulatt, il rione degli ortolani fuori le mura che adesso è Chinatown. Venivano quasi tutti dalla provincia dello Zhejiang e Shanghai. Hanno iniziato con le cravatte, ora i signori Hu sono il cognome più diffuso tra le imprese della città.

 

Poi c’è che i cinesi il calcio lo amano proprio, più della Corea di Kim Jong-un. E sono tanti, e sono il nuovo Brasile, inteso come Territorio Vergine, il grande serbatoio del football del futuro. Perché gli piaccia così tanto, boh. Ma non è estranea, questa passione, al fatto che il signor Zhang Jindong (nella foto a sinistra), fondatore del gruppo Suning, colosso di elettrodomestici da 15 miliardi di euro, cinese di Nanchino, abbia deciso di prendersi il 70 per cento dell’Inter, di liquidare i Moratti e di tenersi Erick Thohir, il paffuto indonesiano lento a comprare ma lesto a rivendere, pare, come junior partner. E non è strano se, alla fine di un tira e molla non proprio degno del Presidentissimo che fu, anche Berlusconi abbia deciso di aprire le danze e vendere il Milan a una ancora fantasmatica, ma solida e liquidissima, cordata cinese: i padroni del motore di ricerca Baidu, l’Evergrande Real Estate Group. Huawei, del resto, è già sponsor ufficiale del club. Siamo un po’ cinesi da molto tempo, qui a Milano. Perché dovrebbe spaventarci se adesso si prendono San Siro, che un tempo era un piccolo villaggio agricolo sulle rive dell’Olona, si chiamava Corp Sant. E poi, per un secolo breve, è stata la Scala del calcio, “io dell’Inter, lei del Milan”?

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