Giallo Caravaggio

E’ suo il “Giuditta e Oloferne” esposto a Brera? Forse sì, ma la giornata di studi resta dubbiosa

Giallo Caravaggio

La “Cena di Emmaus” di Caravaggio conservata alla Pinacoteca di Brera è bella e preziosa tanto quanto quella conservata alla National Gallery di Londra, di cinque anni precedente (1601, 1606, dopo la fuga da Roma per la celeberrima accusa di omicidio). Dal 10 novembre 2016 allo scorso 5 febbraio il quadro ha fatto da padrone di casa, circondato da altre opere variamente caravaggesche, nel “dialogo” “Attorno a Caravaggio”, il terzo di una serie intesa a valorizzare i capolavori del museo milanese ideata dal suo spumeggiante direttore, James Bradbourne. L’iniziativa espositiva scatenò violente polemiche accademico-museali, con ricadute mediatiche e pure politiche. A causa della scelta di Bradbourne di esporre, pur con cautele, con un’indicazione che avrebbe potuto indurre a considerarlo un quadro “riconosciuto” di Caravaggio, anche la “Giuditta e Oloferne” rinvenuta due anni fa nella soffitta di una casa di campagna francese e oggi, in attesa di attribuzione, nelle mani del mercante parigino Eric Turquin. Sì sa che Caravaggio dipinse un “Giuditta e Oloferne” nel 1607 a Napoli, ma è andato perduto. Sarà questo ritrovato? Oppure no? Un’attribuzione certa a Michelangelo Merisi, se in futuro avverrà, decuplicherebbe il suo valore in vista di un acquisto da parte dello stato francese, o di altre istituzioni (o privati). Esporlo accanto a un “vero” Caravaggio, criticarono in molti, avrebbe significato un indiretto indizio di autenticità, col rischio di esporre Brera a una gaffe scientifica e istituzionale. Giovanni Agosti, milanese, tra i più importanti storici dell’arte contemporanei, si dimise con gran risalto polemico dall’incarico nel comitato scientifico di Brera. Il côté politico, inevitabile, sta nel fatto che – chiunque abbia ragione – l’affaire “Giuditta e Oloferne” ha rischiato di indebolire il prestigio e il ruolo di Bradbourne, direttore-fiore all’occhiello della riforma dei grandi musei nazionali firmata Dario Franceschini. La quale, come si sa, vanta molti nemici nell’accademia e nella politica.

 

Il 6 febbraio scorso a Brera si è svolta una “giornata di studi” su Caravaggio – era stata programmata molto prima, con una certa lungimiranza – in cui vari studiosi si sono interrogati soprattutto, guardandolo da vicino, sul dipinto ritrovato a Tolosa e sulla copia del pittore Louis Finson conservata nella raccolta Intesa Sanpaolo di Palazzo Zevallos, a Napoli. Risultato? Il giallo di Caravaggio non è stato risolto. La sintesi della giornata, affidata a Keith Christiansen, curatore per l’arte europea al Metropolitan di New York (che propende al sì) è stata resa nota. Come pure l’esito delle indagini diagnostiche di due studiosi, Claudio Falcucci e Rossella Vodret, secondo i quali “la tecnica di Tolosa è pienamente compatibile con quella di altre opere di Caravaggio”. Per il resto, come prima che Miss Marple sveli il mistero, tutti divisi su quattro filoni interpretativi: chi ritiene che la tela sia il Caravaggio perduto, ma serve qualche spiegazione in più; chi ritiene che sia una copia, probabilmente eseguita dal Finson; chi pensa che entrambe le tele siano copie dell’originale perduto; chi ritiene che nessuna delle due vanti gradi di parentela con l’originale di Caravaggio, che del resto non si trova. Tutto questo, se non risolve il giallo di Caravaggio, ridona però spessore scientifico alle attività – e al ruolo di istituzione pubblica – della Pinacoteca. E permette, forse, di archiviare le polemiche, legittime o strumentali, che avevano costretto sulla difensiva James Bradbourne, che nel frattempo lavora al rilancio di un museo che sta riacquistando velocemente visibilità nel mondo, e visitatori.

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