Caro Roger Moore non ti dedicherò una preghiera ma un Martini cocktail

Ti annoveravo fra i cattivi maestri ma il tempo è fuggito, tu sei morto e io sono grande e devo prendermi le mie responsabilità

Caro Roger Moore non ti dedicherò una preghiera ma un Martini cocktail

Roger Moore (foto LaPresse)

Sir Roger Moore, ti annoveravo fra i cattivi maestri ma il tempo è fuggito, tu sei morto e io sono grande e devo prendermi le mie responsabilità, non posso più incolparti se un certo, remotissimo giorno mi sembrò che senza bei vestiti, belle macchine e belle donne la vita non avesse senso. In seguito surrogai con altri tuoi gingilli, purtroppo non con le pistole (ancora oggi lo Stato hegeliano mi impedisce di possederne una) ma con i sigari, i cocktail, le cravatte. È passato così tanto tempo che mi sembra di aver sognato, anziché vissuto: la prima volta che misi piede a Londra, e avevo pochissimi anni e pochissimi soldi, fu il tuo esempio o quello del principe Carlo a spingermi verso Turnbull & Asser dove comprai una cravatta che ancora possiedo e che sempre, ogni volta che riemerge dall’armadio, mi commuove? Fosti tu a convincermi che le donne dovessero somigliare tutte a Britt Ekland o a Maud Adams? E che le automobili dovessero essere tutte Aston Martin o Range Rover? Lord Sinclair e James Bond sono personaggi terribilmente anacronistici, siccome il lusso, e specie il lusso di stampo monarchico e conservatore di cui fosti campione, è oggi aborrito sia in in religione che in politica: pazienza, stasera sarò anacronistico anch’io, non ti dedicherò una preghiera ma un Martini cocktail.

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