La fine del mondo maggioritario

La scissione del Pd è il primo effetto del nuovo sistema elettorale

La fine del mondo maggioritario

Matteo Renzi (foto LaPresse)

Ci sono molte possibili spiegazioni per dare un senso alla scissione del Partito democratico e, più in generale, al fermento di fusioni, fissioni, implosioni ed esplosioni nei laboratori nucleari della sinistra italiana. C’è il regolamento dei conti tra gli eredi della tradizione post comunista e l’usurpatore Renzi, divenuto controllore della “ditta” dopo un’opa ostile. Ci sono gelosie e rancori personali irrisolti, che da tempo covano sotto la cenere. C’è un equivoco politico di fondo nella cultura politica del Pd, che per tenere fede al progetto di riunire tutti i riformismi e le varie anime della sinistra, ha lasciato aperte questioni cruciali che riguardano le riforme istituzionali, gli equilibri della giustizia, il ruolo dello stato nell’economia, la visione della globalizzazione. Ma di tutto questo, degli aspetti più politici e anche ideologici del divorzio, si sta parlando poco e forse vorrà dire che non sono solo queste le vere cause scatenanti.

 

I temi dello scontro sono invece questioni come le date del congresso o la conferenza programmatica, cose che gli addetti ai lavori fanno fatica a capire, figurarsi gli elettori. Viene quasi da pensare di trovarsi di fronte a un delirio collettivo o a una regressione infantile, in ogni caso comportamenti completamente illogici. Ma l’uomo resta comunque un animale razionale, che risponde a incentivi, e la motivazione di queste spinte disgreganti nel panorama politico vanno forse cercate nel nuovo quadro istituzionale. E’ l’onda lunga del post referendum. La sinistra va all’attacco del segretario ed esce dal Pd non solo perché il leader ha perso il referendum, ma perché è finito il mondo maggioritario. E’ cambiato il mercato dei partiti: se prima per competere bisognava aggregarsi in grandi forze politiche per ottenere il premio di maggioranza, ora si può sopravvivere politicamente anche in una piccola forza. Anche negli anni passati il Pd era pieno di marcate sensibilità politiche, ma il sistema elettorale costringeva le varie correnti a stare (o a entrare) in un partito più grande per strappare voti in lista e seggi in Parlamento.

 

Con il referendum del 4 dicembre e la sentenza della Corte costituzionale (che non ha fatto altro che recepire il risultato del voto referendario: no maggioritario) questo mondo è finito. Ogni partito o fazione ha interesse a coltivare il proprio orticello – sia esso un campo progressista, una cosa rossa o un polo sovranista – e a marcare le differenze da quello confinante prima delle elezioni. Il problema più grande sarà quindi stringere alleanze di governo dopo il voto. Prima del referendum, in tanti – soprattutto quelli che ora guidano la scissione del Pd – sostenevano che l’assetto maggioritario avrebbero favorito il M5s. Ora, per eterogenesi dei fini, è proprio la disgregazione proporzionalistica e il dibattito penoso ad essa connesso che rischia di rendere credibili i grillini.

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