Molinari spiega perché il M5s non si batte con la legge elettorale

Il futuro di Renzi conta relativamente, ci dice il direttore della Stampa. Ciò che più manca al centro, alla sinistra e alla destra è una narrativa sulle disuguaglianze 

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Molinari spiega perché il M5s non si batte con la legge elettorale

Maurizio Molinari (foto LaPresse)

Roma. Legge elettorale? Il destino politico di Renzi? Suvvia, c’è un paese in cui un terzo della popolazione vive in condizioni di povertà, occupiamoci di questo. Il segretario del Pd – ma il ragionamento vale anche per l’opposizione – torni dalla pausa di riflessione con un piano e delle risposte per risolvere questo evidente disagio sociale. “Ciò di cui l’Italia ha bisogno – dice al Foglio il direttore della Stampa, Maurizio Molinari – è una linea politica che si occupi della battaglia contro le disuguaglianze. Che si voti adesso o no, poco importa. Che governi Grillo, la sinistra o Renzi, non fa alcuna differenza. La questione sostanziale è che in Italia ci sono milioni di famiglie povere che vivono in condizioni di disagio, secondo l’Istat sono il 27 per cento. Il 41 per cento dei giovani italiani non ha un posto di lavoro. Ci sono persone impossibilitate ad andare in vacanza una volta all’anno, a pagare un affitto, a riscaldare le proprie case. Stiamo parlando di una situazione di sofferenza e disagio che investe oltre un terzo del paese”. Quindi, aggiunge Molinari, “se gli italiani sono andati a votare per il No non è a causa del quesito referendario, ma in ragione del profondo disagio e delle diseguaglianze che ci sono nel paese. L’Italia ha bisogno di questo, oggi, nel 2017 come nel 2018, così come ne aveva bisogno nel 2016”.

 

E’ interessante notare, ragiona il direttore della Stampa, che ha appena pubblicato “Duello nel ghetto” (Rizzoli), “che la trasformazione del disagio del ceto medio in protesta si è espressa in Gran Bretagna con la Brexit, negli Stati Uniti con Trump e in Italia con il No al referendum. Ma se nel caso della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, il disagio sociale nasce dalle ferite della globalizzazione in due paesi che ne sono stati protagonisti, in Italia il motivo originario è esattamente l’opposto: è l’eccesso di carenza di globalizzazione che ha portato all’impoverimento della classe media”. Oggi Matteo Renzi e gli altri leader devono dare una risposta a questo malessere, se vogliono tornare a essere competitivi con partiti non tradizionali come il M5s. “La difficoltà, a mio avviso, della leadership dei singoli partiti o dei singoli governi sta nell’affrontare questo argomento. C’è un evidente problema di comprensione da parte della politica. A partire dalla raccolta dei dati sul disagio, dalla quale poi deriva l’elaborazione delle risposte da dare”.

 

Quindi il dibattito sulla legge elettorale dovrebbe essere messo da parte. “Help! Ma di che cosa stiamo parlando? La riforma costituzionale e la riforma elettorale sono politicamente legittime e hanno una loro validità all’interno di un sistema politico, ma attraggono la maggioranza della popolazione quando c’è benessere, che oggi non c’è. I grillini hanno successo perché mandano un messaggio di protezione ai ceti più disagiati. Uno può essere favorevole o contrario al reddito di cittadinanza, ma ci sono pochi dubbi sul fatto che il messaggio che passa è molto chiaro: qualcuno, cioè il M5s, si vuole occupare di te. Non a caso, la piattaforma più avanzata della campagna presidenziale americana è stata quella di Hillary Clinton sulla necessità di dare maggior giustizia economica. Questo è ciò che manca ai partiti politici tradizionali: occuparsi della protezione delle famiglie. E ciò che più manca è la narrativa, perché non se ne parla. Nella narrativa quotidiana, il ceto politico di centro, di destra e di sinistra non si pone il problema di ridurre le disuguaglianze”.

 

E a Renzi cosa manca? “L’ex presidente del Consiglio, che aveva già subìto l’esito delle elezioni amministrative come una parziale sconfitta, a Torino e Roma, e che ha vissuto la sconfitta al referendum, ha pagato di persona l’impatto delle disuguaglianze. Ora non sappiamo se lui abbia intenzione o meno di tornare a fare politica attiva, a guidare il governo oppure no. Ma è chiaro che se volesse tornare a guidare il governo, con qualsiasi tipo di coalizione e legge elettorale, non potrebbe fare a meno dal dovere di dare una risposta alle disuguaglianze. Questo vale anche per l’opposizione”. Bisogna invece dar atto al capo della stato Sergio Mattarella, dice Molinari, “che nel discorso di fine anno ha parlato delle disuguaglianze, chiamandole per nome ed elencandole. Comprese quelle di genere. C’è una disparità di trattamento salariale fra uomini e donne ed è superiore a quella delle democrazie avanzate. L’attuale presidente Paolo Gentiloni, nel suo discorso di insediamento, ha dedicato due frasi al tema della disuguaglianza: la mia speranza è che sia un inizio. Da quel momento a oggi, però, il tema è stato lettera morta”. 

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    14 Gennaio 2017 - 00:12

    Nessuno che dice dove e da che parte cominciare. Nessuno che, dopo i mali accenna ai rimedi. Lavoro ai giovani certo ma se non si fa una riforma del lavoro seria e produttiva il lavoro rimane una parola per le opposizioni fintanto che rimarranno tali, poi il buio. E Chi le fa le riforme? Gentiloni? E con quale maggioranza se si scannano un giorno si e l'altro pure? La politica post referendaria fa venire la depressione. Tutti nel silenzio armati. Quindi caro Molinari se non si ottengono maggioranze forti e durature le sue analisi rimangono tali. La politica è ferma, non si vedono iniziative che rimuovono il vecchio per il nuovo, se provi a cambiare ti fucilano tramite scheda elettorale. I sindacati sono un pallone di piombo al piede e lo vediamo ma nessuno che ne licenzia i metodi, la stampa in primis. Molinari, solo un governo forte e duraturo ed un Parlamento ridimensionato può riuscire, il resto solo chiacchiere e libri che vi leggete tra voi ed essere a breve dimenticati.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    13 Gennaio 2017 - 21:09

    Sbrigativamente, amichevolmente al caro Maurizio Molinari: "Senza le disuguaglianze, saremo ancora alle palafitte". Ma il baco è nell'ambiguità, nella interpretazione di comodo del lemma, nell'usarlo in ogni occasione affidandosi alla fonetica e alla suggestione. Ora è logoro, vecchio di secoli e, quando si credeva d'averlo afferrato, ci siamo trovati di fronte a disuguaglianze aggiunte. Se poi, senza dirlo esplicitamente, non fa fino, si vuol dire che tutto si riduce alla ricerca di chi ti può assicurare quello che per te è "panem et circences", beh, allora ci siamo. Ma non occorre essere direttore di un prestigioso quotidiano per capirlo.

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