Né vitalizi né assegni d’oro. Cosa non dicono i grillini sulle pensioni parlamentari

Si vocifera che i parlamentari faranno di tutto per prolungare la legislatura almeno fino al 16 settembre 2017, con l’obiettivo di portarsi a casa il famigerato assegno

M5s

Conferenza stampa del M5S dopo i risultati del referendum costituzionale (foto LaPresse)

Nei giorni di consultazioni quirinalizie è tornata sulla bocca di molti commentatori e politici una parola che sembrava dimenticata: vitalizio. Si vocifera che i parlamentari faranno di tutto per prolungare la legislatura – evitando quindi le elezioni anticipate – almeno fino al 16 settembre 2017, con l’obiettivo di portarsi a casa il famigerato assegno. Come immaginabile, è soprattutto il Movimento 5 Stelle a ventilare l’ipotesi denunciandola online con queste parole: “Chi propone altro [rispetto ad indire immediatamente le elezioni, ndr] vuole imporre al Paese l’ennesimo governo non eletto che riproporrà le solite manovre lacrime e sangue per arrivare fino a settembre 2017 quando i parlamentari matureranno la pensione d'oro.”

Ma è davvero così? La risposta è no: bisognerebbe comprendere a cosa ci si riferisce con le parole “pensione d’oro”; di certo non ai vitalizi, aboliti per i nuovi parlamentari nel 2012, mantenendoli invece per gli ex onorevoli in pensione. La stessa parola vitalizio è stata cancellata dai regolamenti parlamentari, mentre nella pratica erano stati abbandonati già dal 1997, quando si stabilì che la pensione parlamentare - comunque sproporzionata rispetto ai contributi versati - si sarebbe potuta intascare solo al compimento dei 60 anni di età. Dettaglio non da poco rispetto al modello precedente, per cui bastava un solo giorno di lavoro alla Camera o al Senato per maturare il diritto all’assegno a vita, fin dal termine della legislatura di elezione. Tale – almeno lessicalmente – sarebbe infatti il significato proprio di vitalizio: la Treccani lo definisce come un assegno “che dura per tutta la vita, che si conserva vita natural durante”.

Oggi non si può quindi parlare di vitalizi per i parlamentari eletti per la prima volta nel 2013, da quando cioè è entrata a regime la modifica del trattamento pensionistico. Si tratta – secondo i calcoli di OpenPolis – di 596 onorevoli, più del 60 per cento, per cui è in vigore un sistema sostanzialmente contributivo, molto simile a quello che regola i trattamenti pensionistici di tutti i cittadini. Il sito della Camera dei Deputati lo descrive così: “I deputati cessati dal mandato, indipendentemente dall'inizio del mandato medesimo, conseguono il diritto alla pensione al compimento dei 65 anni di età e a seguito dell'esercizio del mandato parlamentare per almeno 5 anni effettivi.” Cinque anni effettivi che, per il calcolo pensionistico, si abbassano a quattro anni e sei mesi: ecco quindi calcolata la data del 16 settembre 2017, a partire dalla quale verranno computati i contributi versati dai parlamentari fino ad allora per la futura pensione, che sarà attribuita a partire dai 65 anni. Nessuna pensione d’oro né vitalizio: semplicemente da settembre verranno presi in considerazione i contributi versati fino ad oggi dai parlamentari. In caso contrario, 596 deputati e senatori perderanno le migliaia di euro di contributi versati nei quattro anni precedenti.

Non sono vitalizi, ma potrebbero essere “pensioni d’oro” come li definisce il Movimento 5 Stelle? Secondo i calcoli della Camera dei Deputati forniti a Il Fatto Quotidiano si tratta di assegni pensionistici attorno ai 900 euro mensili per un parlamentare eletto nel 2013 a 27 anni senza essere riconfermato dopo la prima legislatura. Lo stesso Movimento 5 Stelle in una mozione del novembre 2013 pareva considerare le “pensioni d’oro” nella forchetta tra i 20.000 ed i 90.000 euro all’anno. Numeri distanti dagli assegni che verrebbero maturati dai parlamentari nel caso di sopravvivenza della legislatura oltre settembre 2017. Vi sono certo ancora delle disparità rispetto al calcolo contributivo valido per tutti i cittadini, a partire dall’età pensionabile più bassa, fino alla gestione dei contributi attribuita alle due Camere piuttosto che all’INPS ed ai requisiti per la reversibilità meno stringenti rispetto ai normali cittadini. Privilegi inspiegabili: tuttavia si tratta di cifre ben distanti dai vitalizi in vigore fino al 2012, che in media raggiungevano – e raggiungono tutt’ora per i parlamentari già in pensione – ben 5575 euro mensili. Nel 2011, l’istituto Bruno Leoni calcolò che i vitalizi permettevano di incassare fino a cinque volte tanto rispetto al sistema legato ai contributi. Proporzioni ormai, fortunatamente, nel dimenticatoio.

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