Il referendum (tutto politico) di Fanfani sul divorzio. Analogie e differenze

Storia del “Mezzotoscano” che voleva regolare i conti col Pci e nella Balena bianca. Ma vinse il No

Maurizio Crippa

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Una foto di archivio di Amintore Fanfani al voto referendario il 12 maggio 1974

Referendum che erano un’altra cosa. “12 maggio: plebiscito del Sì, plebiscito anticomunista, per impedire al Pci di andare al potere”. Così tuonava uno dei primi slogan messi in campo da Amintore Fanfani, segretario di una Democrazia cristiana più rissosa che mai, per il referendum del 1974. Già, il referendum sul divorzio. Che c’entrava il Pci al potere? Dopo il disastroso (per lui) esito della consultazione, Paese Sera pubblicò la celeberrima vignetta di Forattini con “il tappo” Fanfani sparato via dallo champagne del No. L’Espresso scrisse: “Gli italiani devono essere grati alla Dc, al suo capo…” perché il voto aveva dimostrato, ben al di là della disputa sul diritto di famiglia, che la stagione del potere democristiano era finita. Fanfani, poco dopo, perse la segreteria della Balena bianca. Non c’è mai stato in Italia un referendum che abbia pesato così tanto – e tecnicamente così oltre l’argomento – sul futuro politico della nazione. Non è sicuro che il referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale possa avere un effetto di sistema simile. Ma le analogie sono strabilianti. A partire dalle cifre: 40,7 per cento al (governativo) Sì, 59,2 per cento al fronte del No. E un’affluenza da record, 88 per cento.

 

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Sono i numeri che hanno fatto suonare il campanello dell’attenzione di un uomo dalla memoria allenata come Paolo Mieli e gli hanno fatto prevedere come sarebbe andata: ma soprattutto l’hanno condotto a esplicitare un’analogia più profonda. Come ha fatto nella bella intervista con Francesco Cundari ieri sull’Unità: “Ho molto riflettuto per cercare di capire come mai la chiesa, la Dc, un leader sperimentato come Amintore Fanfani… potessero subire una sconfitta di quelle proporzioni, che all’epoca nessuno immaginava”. Inimmaginabile. Come per Maria Elena Boschi. Il problema è che esistono referendum che sono un’altra cosa. Mieli nell’intervista non approfondisce però il ruolo di quel “per impedire al Pci di andare al potere”. Il senso politico più ampio di cui si caricò.

(segue dalla prima pagina) Di Fanfani tutti ricordano sempre la strepitosa profezia sulla moglie che sarebbe scappata con la cameriera. Prendere sul serio tanto zelo religioso del Professorino è una forzatura. La storia racconta che Fanfani aveva voluto, fortemente voluto, intestarsi la battaglia referendaria – a dispetto persino delle prudenze di Paolo VI, che ancora nel 1974 era contrario al referendum e cercò una via per non impegnare direttamente i cattolici – per una partita tutta politica. Da una parte voleva sbarazzarsi della rivalità del Pci, pure molto freddo in materia: ma una vittoria antidivorzista avrebbe fatto percepire la tenuta del partito cattolico. Dall’altra, e conoscendo il tipo forse con furia anche superiore, voleva regolare i conti dentro la Dc. La storia delle analogie vale comunque rievocarla. Come raccontò Giampaolo Pansa in uno scintillante articolo del 2004 per Repubblica, “nella Dc lo temevano, tanto da battezzarlo il Tiranno”.

 

Fanfani era il Mezzotoscano, il Nano Maledetto, il Fanfascista. “Ma lui considerava gli altri capi bianchi degli uomini di paglia. Aldo Moro faceva dormire. Ciriaco De Mita parlava turco e senza interprete. Mariano Rumor era un abate gommoso. Arnaldo Forlani, detto ‘Perequil’, rappresentava l’eterno ritorno del sempre uguale. Insomma, il ‘Nano maledetto-fascista perfetto’, era un tipo umano di cui si è persa la razza, nella politica di oggi”. Ridiventato segretario nel 1973, il partito era diviso e lui scelse di “prendere sulle sue spalle tutto il peso dello scontro… Fanfani concluse: farò io, e farò bene!”. Nel 2004 Pansa si domandava, retoricamente: “Chi gli assomiglia?”. Dodici anni dopo, la domanda retorica è la stessa. Ma è cambiata la risposta. Caratteri toscani e partiti rissosi a parte, l’analogia è sul valore politico di un referendum che avrebbe potuto limitarsi ad altro. C’era allora, come c’è stata oggi, una massa critica, una massa d’urto forse incalcolabile (ma forse calcolabile invece, per politici attenti) pronta a dare una spallata a chi stava al governo. Ben oltre il contenuto specifico del quesito.

 

Fine delle analogie, perché la differenza con il 4 dicembre 2016 è nella qualità politica dell’onda d’urto. Allora la guida ideale dei Radicali fece emergere per la prima volta la realtà di un blocco sociale-politico post sessantottesco, in cui sarebbe poi rientrato anche il Pci, unito a un elettorato laico che non si sentiva più vincolato al voto anticomunista e avvertiva di non aver più bisogno della Dc, più i socialisti, più i repubblicani – lo storico partito americano-Fiat. Oggi è avvenuto il contrario: al potere c’è il partito della sinistra, persino con i suoi buoni rapporti con il nuovo partito Fiat-Americano (inteso sponda Detroit). Ma queste sono le differenze minori. Conta invece che l’onda d’urto del No è oggi anti politica, con spezzoni di vecchio ceto politico pronti alla rottamazione, divisa e per nulla pronta a prendere il potere su una visione di lungo periodo. Non c’è nessun blocco politico-sociale di riferimento. Aldo Moro, dopo il referendum, prese atto, politicamente parlando: “L’avvenire non è più, in parte, nelle nostre mani”. Ma da quel 1974 alla fine della Dc passarono 18 anni. Auguri per una transizione più veloce.

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