Contare i morti in Kurdistan

Le notizie sono difficili da maneggiare qui. In particolare, quelle sulle vittime degli scontri armati: c’è una comune reticenza ad ammettere le proprie e una comune vocazione a esagerare quelle altrui

Contare i morti in Kurdistan

Iraq, un attentato suicida a Kirkuk (foto LaPresse)

Nel doppio attentato (presumibilmente) jihadista-sunnita nel centro di Kirkuk di cui ho detto ieri, alcune delle vittime appartenevano alla milizia di Saraya al Salam (Brigate della pace), che fa capo all’influente capopopolo religioso sciita di Baghdad Moqtada al Sadr. Il quale ha ordinato ai suoi di lasciare Kirkuk entro 72 ore e ha chiesto che l’ordine della città sia affidato alle forze regolari. Fra gli effetti collaterali di questa cronaca sta la smentita della pretesa irachena che nella città di Kirkuk non siano mai entrate le milizie Ashd al Shaabi. Smentita del tutto superflua, dal momento che le testimonianze, comprese quelle fotografiche e filmate, dell’onnipresenza di quelle milizie nella grande città erano innumerevoli dal primo giorno. (“Sono armati e rivestiti di tutto punto sui loro humvee, solo se abbassi lo sguardo fino ai piedi ti accorgi che a volte indossano le ciabatte”).

 

Vorrei notare che nei giorni scorsi uno dei più esperti e prestigiosi inviati internazionali, l’irlandese Patrick Cockburn, autore di numerosi importanti libri (“L’ascesa dello Stato islamico” è tradotto da Stampa Alternativa), in una serie di reportage da Iraq e Kurdistan per l’Independent ha voluto smentire notizie come appunto la presenza delle milizie Ashd a Kirkuk o il ponte fatto saltare dai peshmerga sulla strada fra Erbil e Kirkuk, a Prde, dove si è svolta la maggior battaglia fra iracheni e curdi. Ma il ponte è saltato. Le notizie sono difficili da maneggiare qui. In particolare, quelle sulle vittime degli scontri armati: c’è una comune reticenza ad ammettere le proprie e una comune vocazione a esagerare quelle altrui. Il caso più enorme riguarda il conto dei caduti negli scontri fra esercito turco e Pkk. Fare una media sarebbe ancora peggio. Quando si può, ci si affida a fonti dirette: qui i partecipanti alle battaglie sono incredibilmente alieni dal tenere il segreto, e Facebook è un inesauribile bollettino di guerra. Come in ogni guerra, anche i partecipanti si raccapezzano poco e la tendenza a ingigantire le cose e a far correre le voci è irresistibile. Bisogna saperlo, e però guardarsi anche dalle minimizzazioni.

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