Il terrorismo è diventato il primo punto nell'agenda elettorale inglese

Cosa dicono i sondaggi? Il poll tracker del Financial Times alla fine dà una vittoria dei conservatori con 7 punti di distacco dai laburisti

Il terrorismo è diventato il primo punto nell'agenda elettorale inglese

Foto LaPresse

San Norberto

La battuta più fulminante sugli inglesi per il titolare di List è quella di Napoleone Bonaparte: “L'Inghilterra è una nazione di bottegai”. Quella nazione tra 48 ore vota il suo parlamento e lo fa, ancora una volta nella sua storia, con la bandiera a mezz’asta, il velo nero del lutto, la rabbia e la consapevolezza (forse) di essere di nuovo vicini a un passaggio della storia. Enough is Enough, il nostro quando è troppo è troppo, è diventato lo slogan della campagna elettorale di Theresa May dopo la strage di Londra. Questa è pagina 13 del Financial Times di oggi:

Al centro, tra due agenti di sicurezza, il viso austero di Theresa May e quella frase che annuncia un taglio netto con il passato: “Enough is enough”. Si va al voto con uno sprint duro tra i due, un confronto scartavetrato in cui il terrorismo è diventato il primo punto in agenda e farà sentire tutto il suo peso nell’urna. Cosa dicono i sondaggi? Il poll tracker del Financial Times alla fine dà una vittoria dei conservatori con 7 punti di distacco dai laburisti:

Bisogna ricordare che quando la May decise di andare alle elezioni anticipate il vantaggio dei Tories era di oltre 20 punti. Poi le elezioni sono sempre un rischio, May ha sbagliato un paio di mosse (manifesto economico, dibattiti in tv) e Corbyn ne azzeccato altrettante (attenzione ai perdenti della globalizzazione, neo-socialismo, protezione sociale) a cui gli inglesi sono tornati a guardare. Forse a Corbyn non basterà e il voto potrebbe perfino essere meno felice di quanto appaia, i conservatori infatti sono spesso sottostimati, ma siamo in presenza dei sudditi di sua Maestà, gente che ha solo un paio di punti fermi (la Regina, il gin, la sterlina e il pub) e opinioni politiche più volatili di quelle di Grillo. L’ultimo sondaggio di YouGov è questo: 

Metteteci dentro tre punti di margine d’errore, un clima d’orrore, intriso di paura, smarrimento e inquietudine e vi ritroverete come il titolare di List a grattarvi il capo di fronte ai laburisti che poche settimane fa erano attaccati alla canna del gas e oggi possono perfino vincere. Tutto questo, sta accadendo mentre il Regno Unito discute con l’Europa un drammatico – e costoso per entrambi - divorzio chiamato Brexit. Che si fa? Wait and see, si vota giovedì.

 

Il terrorista in casa. La campagna elettorale è pesantemente influenzata dalle ultime rivelazioni sulle indagini: la strage di London Bridge è stata compiuta dal terrorista della porta accanto, due nomi sono stati resi noti, c’erano tutti gli elementi per capire che prima o poi avrebbero colpito. Khuram Butt, 27 anni, era un killer che attendeva solo l’occasione giusta per colpire, aveva legami con gli attentatori suicidi del 2005 (52 morti), faceva parte di un gruppo più che radicalizzato, era comparso non a caso in un documentario intitolato “The Jihadis Next Door”. Dopo aver letto un resoconto micidiale sul Times di Londra, sul taccuino del titolare di List resta impressa una domanda: per lavorare nei servizi segreti inglesi (e non solo) bisogna essere degli idioti? Andiamo oltre, attendiamo il voto. Dove si va? Nell’altro punto che pulsa sul radar del titolare, in Qatar.

 

La crisi del Qatar. Come vanno le cose nella mite penisola arabica? Alla grande, Arabia Saudita, Egitto, Bahrain e Emirati Arabi Uniti hanno cominciato una guerra diplomatico-commerciale con il Qatar, accusandolo di essere uno sponsor del terrorismo. L’accusa è vera, solo che gli altri non sono iscritti al circolo delle Dame di San Vincenzo, non ricamano, non fanno uncinetto, ma partecipano attivamente all’attività più praticata della zona: uccidere il prossimo e distribuire milioni di dollari ai terroristi. La storia del rilascio di alcuni pezzi da novanta del Qatar presi in ostaggio in Iraq durante una battuta di caccia da un gruppo di al Qaeda e liberati dietro il pagamento di un riscatto di un miliardo di dollari (sì, il titolare non ha ecceduto con gli zeri, è un miliardo) è esemplare. Il problema, ovviamente, non è la caccia al falcone nella Woodstock del terrorismo (roba da ricovero coatto), ma le relazioni tra il Qatar e l’Iran, tra Doha e la Fratellanza musulmana.

 

Il rebus di Trump. L’Arabia Saudita ha deciso che è giunto il momento di darci un taglio (solitamente usano la scimitarra) e si sente forte dell’appoggio di Washington. In realtà la Casa Bianca ha qualche problema logistico-militare che consiglia prudenza: in Qatar c’è il comando che coordina le operazioni aeree contro Isis, mentre il Bahrain è la sede della Quinta Flotta della marina militare americana. Per il presidente Trump stringere l’alleanza con i sauditi è coerente con la politica e gli interessi della nazione, ma ignorare questi dettagli è operazione da trapezista, gli Stati Uniti continuano ad essere in guerra su più fronti.

 

Trump e la low carbon economy. Conseguenze dell’uscita degli Stati Uniti dal trattato di Parigi? Incertezza politica, ma sul piano reale, dei fatti, delle cose che accadono nel mondo dell’industria – e dunque dell’impatto ambientale – succederà ben poco. Lo scrive Goldman Sachs in un breve e fulminante report: “L’innovazione e i mercati stanno accrescendo l’uso delle tecnologie low carbon e noi pensiamo che l’impatto della decisione degli Stati Uniti non debba essere sovrastimato”. Per sapere, per capire che cosa è la low carbon economy, questo report sempre di Goldman Sachs è un punto di partenza. Ancora una volta, un pizzico di realismo in un dibattito dove si fa la danza della pioggia intorno al totem del cambiamento climatico.

Italistan. Volete sentirvi periferici? Va bene, il titolare di List vi accontenta. Ecco la sintesi dei titoli dei giornali: hanno le notizie di ieri, i titoli sono già bruciati, non resta che elencare i temi e sperare che San Gennaro faccio ‘o miracolo (scegliete voi quale).

  1. Si litiga sulla richiesta di scarcerazione del boss della mafia Totò Riina, fatta dai giudici della Cassazione, è malato, ha diritto a una morte dignitosa (qualcuno pensa che sia uno scempio, ma lo dice la Costituzione), dibattito tipicamente italiano, tutti si scaldano, tutti dimenticano la legge;
  2. I partitanti vogliono votare in settembre, hanno cambiato il sistema elettorale tedesco (che tedesco non è) un paio di volte, questa settimana approvano la legge definitiva, realizzando un record di velocità che dice che quando interessa loro le leggi corrono come Speedy Gonzales;
  3. Il sindaco di Torino Chiara Appendino è finita nei guai per la sicurezza (mancata) durante la visione in piazza della finale di Champions League tra Real Madrid e Juventus, campagna elettorale sui feriti di Torino, segno dello sbando mentale del paese.

 

Ilva e Alitalia. L’asta per acquisire le acciaierie è stata vinta dal gruppo Mittal e dal partner italiano Marcegaglia; le buste per le manifestazioni di interesse su Alitalia si aprono oggi. Mittal, un gigante della siderurgia mondiale, ha un piano consistente di tagli del personale: Ilva oggi ha oltre 14mila addetti, il piano nel 2018 prevede 9.407 dipendenti, nel 2013 scenderanno ancora a 8.480. E Alitalia? Sarà ristrutturata, questo è ineludibile. Chi la compra? Ci sono varie compagnie interessate, tra cui anche gli americani di Delta. Quelle di Ilva e Alitalia sono due storie esemplari dell’impresa italiana, con un finale rocambolesco: l’acciaio è finito in testacoda giudiziario con l’arresto dei Riva; l’aviazione è finita in picchiata per incompetenza dei manager e della politica. L’esito è che in entrambi i casi è arrivato o sta per arrivare lo straniero.

6 giugno. Nel 1984 viene distribuita in Unione Sovietica la prima versione di Tetris.

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