L'eugenetica che nessuno denuncia. Appunto su politica e fondazioni

Al direttore - Gentile dr. Lottieri, come cittadino veneziano condivido perfettamente le analisi su Venezia da lei esposte sul Foglio di oggi e mi auguro che la comunità veneziana le faccia proprie per poi farle recepire anche al sindaco Brugnaro. Farò del mio meglio perché ciò possa avvenire. Cordiali saluti.

Mario Alverà

  


Al direttore - E’ condivisibile la valutazione nettamente negativa dei “salotti buoni” in campo bancario e societario in genere contenuta in un editorialino del Foglio del 24 agosto. Un po’ meno lo è l’auspicio dell’affermarsi ora di “salotti nuovi” . Al di là dell’apprezzabile operazione realizzata da Unicredit, con il “primum movens” consistente nell’aumento di capitale di 13 miliardi, una generalizzata critica del ruolo delle Fondazioni non tiene conto della decisiva funzione di stabilità del sistema da esse svolta in anni difficili. L’opera di alcune Fondazioni ha suscitato più che giuste e dure critiche; ma si è trattato di casi pur sempre circoscritti. D’altro canto, lo scopo di una banca non può essere solo la crescita di valore per gli azionisti, trattandosi di un soggetto particolare che, come primo compito, ha quello della tutela del risparmio. Il mercato va senz’altro rispettato, ma si deve pur tenere conto della specialità della normativa e dei controlli che riguardano gli istituti bancari. Non si vorrebbe – e qui non ci si riferisce a Unicredit – che, di questo passo, da “salotti buoni o nuovi” si corresse il rischio di passare ad “alberghi ad ore” (absit iniuria) nei quali, per esempio, si entra e, non appena si registrano guadagni di capitale, si esce. Attenzione, dunque, alla stabilità, alla concorrenza, che è un presupposto della stabilità, e alla sana e prudente gestione. Con i più cordiali saluti.

Angelo De Mattia

  

Lei ha ragione, caro De Mattia, e le Fondazioni svolgono spesso ruoli importanti. Ma ciò che su queste colonne auspichiamo da tempo è che le Fondazioni e le banche siano sempre più portate a ragionare seguendo gli ingranaggi del capitalismo industriale piuttosto che quelli del capitalismo relazionale. E per fare tutto questo è saggio e salutare che la politica faccia passi in avanti solo per farne alcuni indietro.

  


Al direttore - Tra il presidente Trump e la leadership repubblicana al Senato, ha ragione Mattia Ferraresi, si è consumata una rottura che ha già tante implicazioni. Sotto il profilo istituzionale, il presidente della Repubblica è parso sin troppo autolesionista. In tema di riforma sanitaria è vero che contro la riforma di Obama avesse antiche e solide buone ragioni. Ma è altrettanto vero che, per dirla con il senatore McConnell, nutriva “aspettative eccessive” non tutte ricavabili dal processo democratico. Da parte di Trump, lo disse già Talleyrand di Napoleone dopo l’assassinio del duca di Enghien, più che di un crimine si è trattato di un ancor più grave errore politico. Se il suo può sembrare bonapartismo, non è proprio così: Victor Hugo dall’esilio del 1852 lo avrebbe attribuito al Napoléon le Petit…

Luigi Compagna

  


Al direttore - Il ministro Valeria Fedeli in meno di un anno è passata dalla proposta di istituire il liceo breve, per terminare gli studi a 17 anni, all’obbligo scolastico fissato a 18. Altri sei mesi di governo e i discenti d’Italia non potranno lasciare i banchi fino ai 19.

Jori Diego Cherubini

  


Al direttore - Leggendo gli articoli di questi giorni relativi alle (non) nascite dei bimbi down in Islanda, ed essendo padre di una di loro, vorrei esprimere una breve considerazione. Pur non entrando nel merito delle scelte personali, credo sia necessario però essere onesti. Avere un figlio con sindrome di Down non è una passeggiata, comporta certamente delle difficoltà in più, ma per favore non affermiamo di fare il bene di questi bambini o di “prevenire la loro sofferenza” (come afferma la psicologa islandese Helga Sol Olafsdottir che consiglia le mamme con test prenatale positivo) non facendoli nascere. Se la psicologa ci inviterà in Islanda, potrà chiedere a Giulia (che è stata promossa in seconda media, frequenta un gruppo scout, pratica nuoto sincronizzato e surf, e mentre scrivo col cellulare questa lettera, sta giocando sotto l’ombrellone con i cugini a “Reazione a catena”) se avesse preferito non nascere. Potrà inoltre vedere da vicino una persona con sindrome di Down (rarità assoluta nel suo paese), si accorgerà che i tempi si evolvono, le persone down (con tutte le difficoltà del caso) vanno a scuola, lavorano, praticano sport e, come tutti gli altri, possono anche essere felici. Infine le regalerò un libro scritto da un mamma (Isabella Piersanti, “Da piccola ero Down”) dove si legge nell’introduzione: “Avere una figlia con sindrome di Down non è un dramma e non significa non essere più felici”.

Francesco Giovannelli

   

Qualche settimana fa, sul Wall Street Journal, come ha ricordato Giulio Meotti, Sohrab Ahmari ha preso a esempio l’indignazione collettiva per la presenza sulla tv francese di una ragazzina con la sindrome di Down per picchiare duro sul “liberalismo conformista”, chiedendosi: quante volte sulla stampa si è invitato la società a vigilare dopo l’ennesimo “bimbo down picchiato in classe”? Il liberale collettivo purtroppo difende i bimbi down dai bulli, ma non dagli aborti eugenetici. Grazie della sua lettera.

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