Omogeneità a Sanremo. Sciacalli del caso Michele a Udine

Le lettere al direttore Claudio Cerasa dell'11 febbraio

Al direttore - Ora però vincitori omogenei tra big e nuove proposte.

Giuseppe De Filippi

 


 

Al direttore - Stupisce lo stupore con cui la Repubblica informi di come i magistrati italiani siano in rivolta causa l’appena introdotto obbligo per le polizie  di informare i capi su tutte le indagini, dunque con buona pace per il segreto investigativo. “Giù le mani dal segreto investigativo che codici alla mano è nelle mani della sola magistratura… un vulnus incredibile… non resterebbe che la via del conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale”, avrebbero tuonato i capi di molti uffici giudiziari. Sì perché, tra le disposizioni finali e transitorie, l’articolo 18 comma 5 del ferragostano decreto legislativo numero 177 del 19 agosto 2016 (per utile inquadramento: quello sulle polizie e sull’assorbimento del Corpo forestale dello stato nella Polizia di stato  e nel Corpo della guardia di finanza) sarebbe stata posizionata una “bomba”, ossia l’obbligo di trasmettere alla scala gerarchica i rapporti inviati alla magistratura “indipendentemente dagli obblighi prescritti dalle norme del codice di procedura penale ”. Giusto: quegli obblighi che mettono in capo al solo pm il coordinamento delle indagini. Una norma davvero “singolare” – si prosegue – che ha creato grande allarme nella magistratura. Sono d’accordo, allarme più che giustificato, basti ricordare quanto fu dibattuto e accidentato il percorso verso l’istituzione,  presso le procure della Repubblica, di autonome sezioni di polizia giudiziaria che, in linea con quanto prescrive l’articolo 109 della Costituzione,  potessero operare sotto la dipendenza funzionale dell’autorità giudiziaria (articolo 327 cpp). Allarme sì, ma non stupore. Non mi pare che oggi siano giustificati stupori con tuoni e fulmini perché quello che  sotto il governo Renzi è stato introdotto dal su indicato decreto legislativo numero 177 è copia-incolla di quanto tanto tempo fa, nel 2010, venne  statuito – a essere precisi solo per l’Arma dei carabinieri – sotto il governo Berlusconi. Infatti l’articolo 237  del Dpr 15 marzo 2010 già così prevede: “Indipendentemente dagli obblighi prescritti dalle norme del codice di procedura penale, i comandi dell’Arma dei carabinieri competenti all’inoltro delle informative di reato all’autorità giudiziaria, danno notizia alla scala gerarchica  della trasmissione, secondo le modalità stabilite con apposite istruzioni  dal comandante generale dell’Arma dei carabinieri”. Nessuno sbalordimento dunque, sono le solite normative dettate dal timore per mine vaganti nel vasto mare della giurisdizione. All’epoca ne scrissi anche al Csm ma senza ottenere risposta, non solo perché mi appariva surreale che il legislatore anziché modificare la normativa  invitasse i comandi dell’Arma a infischiarsene. Tutto ciò mi pare molto grave, rozzo e impudico. E strano.

Piero Tony

 


  

Al direttore - Dov’eri “When the stars begin to fall?” canta un noto spiritual. Ero intento a leggere le impietose cronache del rotolamento di Cinque stelle giù per lo scalone del Campidoglio. E mentre leggevo mi sono venute in mente le parole del non indagato ma dimissionario ministro Lupi tra le urla dei grillini nell’Aula della Camera: “A voi giovani deputati che urlando fuori dalla realtà e agitando demagogie a brandelli mi avete insultato in questi giorni auguro dal profondo del cuore di non trovarvi mai dentro a bolle mediatiche difficili da scoppiare. Vi auguro di non aver mai qualcuno che con potenza di fuoco entri nella vostra vita di affetti e di intimità, vi auguro di non avere mai nessuno che tiri in ballo la vostra famiglia. (…) Onorevoli colleghi, so che il tempo sarà galantuomo, spero sia altrettanto galantuomo in futuro chi oggi ha speculato sul nulla. Perché oggi il pregiudizio ha vinto sul giudizio”. Non mi piace la morale del “ben gli sta”, preferirei iniziassero a riflettere su cosa si intendeva dire quando si parlava di circuito mediatico-giudiziario.

Piero De Luca

 


 

Al direttore - Per dare una nuova e vigorosa chance alle forze progressiste e riformatrici e comunque alla sinistra in genere, il duo Pisapia-Boldrini scende in campo. Il giorno scelto è quello di San Valentino… vai a sapere perché è la festa degli innamorati o perché evoca il massacro di Chicago del ’29.

Valerio Gironi


  

Al direttore - Nuove visite fiscali per i lavoratori pubblici e privati: reperire meno, reperire tutti.

Michele Magno

 


 

Al direttore - La vogliamo dire tutta? Icardi avrebbe comunque sbagliato il gol. Punto. Con buona pace dei suoi tifosi sempre-piangenti.

Giovanni De Marchi

 


 

Al direttore - Ridurre la lettera del giovane Michele a un mero attacco al precariato, o ancora peggio al ministro Poletti, non rende giustizia allo stesso autore. Ogni parola che ha usato, ogni frase in cui l’ha collocata, sono lo specchio di un’anima nobile, gentile si sarebbe scritto ne “La vita Nova”. La sensibilità nel mondo di oggi è una fregatura, egli asserisce. No, la sensibilità è da sempre una fregatura e la sfida di chi cresce con questo grave destino sulle spalle è tradurre il pessimismo cosmico in energia creativa, varcare il limite della siepe, termini scelti non a caso, che separa l’implosione dall’esplosione esistenziale. Si dia enorme rispetto alla libera scelta di chi ha smesso di lottare, ma che enorme perdita per tutti noi. Ci mancherà Michele, forse non ora, persi nei nostri bisogni, sicuri di essere unici e autosufficienti. Ci mancherà quando avremo bisogno di guardarci attorno in cerca di bellezza, di credere che il futuro possa essere migliore, perché lui non sarà più lì a sostenere la nostra speranza.

Marco Lombardi

La storia di Michele è drammatica, ma gli avvoltoi che usano il cadavere di un ragazzo per dimostrare le proprie tesi politiche sono squallidi. Vedo che la Cgil, per non fare nomi, sta trasformando la storia di un suicida in un manifesto politico e culturale. Prima di sproloquiare su liberismo e flessibilità sarebbe forse utile chiedersi cosa ha fatto il sindacato negli ultimi vent’anni non per combattere il precariato ma semplicemente per combattere la disoccupazione. La risposta purtroppo è semplice: ha difeso i suoi iscritti, e difendendo i suoi iscritti non ha fatto altro che difendere i diritti dei protetti, infischiandosene di rappresentare i diritti degli esclusi. Sciacalli no grazie.

 


 

Al direttore - Nel mio articolo sul metodo Grillo pubblicato ieri ho commesso un errore che vorrei correggere, in quanto non si tratta di un dettaglio. E infatti, al contrario di quanto da me scritto, la signora Giovanna Tadonio, moglie di Marcello De Vito, è stata in effetti nominata assessore del III municipio di Roma Capitale, ed è tutt’oggi in carica.

Salvatore Merlo

 


 

Al direttore - Una recente indagine ha evidenziato la scarsa padronanza della grammatica italiana mostrata dai nostri giovani studenti e universitari: errori gravi di ortografia e di sintassi. E’ in particolare su quest’ultima, però, che intendo soffermarmi, perchè è qui che più debole si manifesta la padronanza logica della lingua da parte di molti ragazzi. L’italiano ha le sue radici nel latino, ovverosia in una lingua che esprime una struttura e una dinamica complesse, che il nostro idioma ha ereditato. Ed è forse proprio nel rifiuto del concetto e della prassi della complessità, la causa diretta della scarsa padronanza della lingua e della grammatica italiane. Da alcuni decenni, ahimè, si è diffusa la convinzione che la complessità del reale possa essere ridotta a brutale semplificazione: dalla politica alle scienze sociali, dalla famiglia alla scuola, dalla letteratura alla chiesa, la nostra “civiltà della conversazione” preferisce proposizioni brevi e spezzate a periodi complessi, parole troncate e brutte alla fatica della costruzione della forma. Come escludere, ad esempio, che l’incapacità di discenti – e anche di non pochi docenti – a esercitare e dominare la subordinazione nella proposizione complessa (rispetto alla coordinazione della proposizione semplice) sia l’effetto precipuo della svalutazione in atto da tempo dello studio del latino nella scuola italiana? Eppure certuni vorrebbero abolire la versione dal latino e dal greco dall’esame di maturità. Mi domando se tutto questo, forse, non rimandi a quel senso della relazione gerarchica, dell’ordine e dell’ “auctoritas” che si è smarrito da parte di istituzioni e cittadini, non solo in contesti comunicativi più formali, ma anche sul terreno della conoscenza della realtà.

Alberto Bianchi

 

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