Renzi, California dreamin'

Fiction: che cosa sarebbe successo se il segretario del Pd avesse lasciato la politica dopo la sconfitta del 4 dicembre? Fantacronaca di un silenzio mediatico, senza Twitter

Renzi, California dreamin'

L'ex presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la conferenza stampa del 4 dicembre scorso, dopo i risultati del referendum costituzionale (foto LaPresse)

Amici e amiche, l’avevo detto per tempo e, come sanno quelli che mi conoscono, io sono una persona di parola: se perdo, lascio. E ieri ho perso il referendum costituzionale. Dico ‘ho’, non ‘abbiamo’, perché quello sconfitto sono io. Sono stati mesi bellissimi, perché finalmente il Palazzo e qualche commentatore sono stati costretti a parlare di temi concreti, fuori dal chiacchiericcio dei salotti romani, dove si riuniscono sempre i soliti noti. Siamo tornati a parlare di Politica con p maiuscola e non succedeva da anni. Tutti erano presi dai retroscena, mentre fino a ieri invece lo spazio era stato occupato interamente dalla scena. Ma è arrivato per me il tempo di prendermi una pausa, anche per dimostrare che si può vivere senza politica. Fa male, certo, ma è giusto così: se perdi, vai a casa. A viso aperto. Che buffo però, volevo tagliare un po’ di poltrone, e alla fine è saltata la mia. Oggi rassegnerò le mie dimissioni da presidente del Consiglio e da segretario del Pd. Tenetevi Salvini e Grillo. Un sorriso e avanti, sempre. Matteo”.

Dopo la sconfitta referendaria, l'ex premier si è trasferito in America, dove lavora per Elon Musk come coach del personale

  

L’ex presidente del Consiglio l’anno scorso aveva salutato la curva così, con quel messaggio delle 5.57 di mattina del 5 dicembre, non facendosi mancare pure una nota polemica finale, di solito riservata su Whatsapp agli amici, a proposito dei leader di Lega e M5s, che aveva scatenato la acuta satira internettistica sul Renzi rosicone. Come i lettori ricorderanno, seguirono giorni di silenzio. Neanche mezzo tweet per due settimane, Facebook muto, Instagram cieco. “Torna Matteo, non fare così, si scherzava!”. I giornalisti, dopo aver compulsato tutti i social network e social media esistenti, avevano preso i loro Frecciarossa per andare a Rignano, a Pontassieve, a Firenze. Giorni e giorni in accampamento davanti a casa Renzi. Il povero Dario Nardella era stato interrogato più volte sul destino del suo predecessore. “No, non so dov’è andato Matteo”. Erano spuntati i retroscena più arditi, senza però i soliti “Renzi dice ai suoi” con cui per tre anni i giornali avevano raccontato il pensiero dell’allora premier a Palazzo Chigi e al Nazareno. “L’ex segretario del Pd in un monastero”. “Fuga all’estero per l’ex premier”. “Renzi: non mi avrete mai”, era arrivato a titolare il Fatto, buttando là un virgolettato palesemente inventato. A un certo punto, i lettori lo ricorderanno, su Instagram è spuntata una foto. Due piedi nell’acqua, il tramonto. L’hashtag: #newportbeach. “Ehi, ma Renzi è in California!”.

   

Ventisei giugno 2017, il giorno dopo le amministrative, e giorni a seguire.

Il Pd di Matteo Richetti, che ha preso il posto di Renzi dopo la sconfitta al referendum, ha appena preso una cenciata alle amministrative. Ha perso persino a Genova, città storicamente guidata dalla sinistra. I sondaggi danno ormai il Pd ampiamente sotto il 30 per cento (siamo sul 25,5). I giornali hanno smesso da un paio di mesi di parlare stabilmente di Renzi, che lavora a pieno ritmo da Elon Musk come coach del personale (accompagnato da un insegnante di inglese-traduttore) e pubblica foto dei suoi fine settimana californiani, con Agnese e i bambini, e delle sue colazioni (pancake a pioggia). Pier Luigi Bersani, che si è candidato al congresso lampo contro Richetti e ha perso, dice che la mucca è entrata nel cortile e ha cagato di brutto. Massimo D’Alema passa le sue giornate a bere ottimo vino in barca, non ha più un avversario con cui duellare e fatica a riprendersi (ha pure tirato una bottiglia vuota addosso a una giornalista che lo aveva raggiunto per intervistarlo). Marco Travaglio scrive editoriali contro i renziani (ne sono sopravvissuti un paio, ridotti al rango di sottosegretari nel governo Gentiloni) e non si dà pace, perché dopo Berlusconi gli è stato tolto pure Renzi. Pochi nemici, poco onore. Denis Verdini è tornato in Forza Italia (lo si vede spesso da Checco er Carrettiere a pranzo con Massimo Parisi e Riccardo Mazzoni, anche loro rientrati nel vecchio partito). Romano Prodi sta preparando l’ascesa al Quirinale e, per l’occasione, è diventato editorialista del Corriere della Sera. Giuliano Pisapia è entrato nel Pd, ma si è reso conto anche lui che non è stata una grande mossa (un po’ come iscriversi al partito fascista l’8 settembre). Il circo mediatico-politico di Roma è orfano dell’ex leader, qualcuno ha dovuto trovarsi per la prima volta un lavoro (no, la passeggiata alla Galleria Alberto Sordi non vale).

  

Adesso c'è chi vorrebbe richiamare Renzi dalle "vacanze" californiane. Lui mette foto di tramonti su Instagram

Il Pd è complessivamente nel panico, mentre Renzi continua a pubblicare foto di tramonti californiani (nell’ultimo c’era anche un #ciaone, e qualcuno l’ha preso come un proseguimento del congedo di sette mesi fa, una sorta di: “Avete voluto Salvini? Tenetevelo”). L’ansia renziana da tweet è svanita, l’ex segretario del Pd non scrive più come prima. Massimo una volta ogni tre giorni, e a pensarci è incredibile. Però, insomma, si chiedono nel Palazzo quelli che sono un po’ annoiati dal clima pacificato del post-renzismo: Renzi come sta? E’ cambiato? Quando torna? Chissà. Nessuno lo sente più, ha cambiato numero e quello nuovo lo ha dato a pochissime persone. Niente più “Renzi dice ai suoi”. E’ come se l’orologio del renzismo si fosse fermato il 5 dicembre. Repubblica ha scritto un editoriale (anonimo) per dire che forse sarebbe opportuno un ritorno di Renzi. Urge però interrogarsi su che cosa sia stato il renzismo in questi anni. “Conoscerete la nostra velocità” è il titolo di un libro di Dave Eggers ma poteva essere il manifesto di Renzi. Politico, psicologico, antropologico. Descrive l’urgenza di una generazione rapida nel comunicare, rapida nel crescere, rapida nell’amare e nel disperdersi.

  

L’ansia di Renzi è l’ansia di chi pensa che la decrescita felice sia una scemenza, perché l’unica felicità sta nel costruire fino allo sfinimento. Non c’è nulla di felice nel decrescere, nel diminuirsi, nell’avere meno. E l’ansia, la velocità, la rapidità d’esecuzione spesso sono le uniche alternative, gli unici sentimenti possibili per raggiungere l’obiettivo. Non poteva fare diversamente Renzi quando nel 2008 si candidò alle primarie fiorentine per scegliere il candidato sindaco. Non piaceva alla dirigenza del suo partito, né locale né nazionale, ognuna con le sue preferenze (da Michele Ventura a Lapo Pistelli). Vinse perché rappresentava una discontinuità, una rottura con un passato decennale di cui lui peraltro aveva fatto parte, visto che arrivava dalla presidenza della Provincia, dove era arrivato per cooptazione. Giocava con il marketing, usava Facebook per fare campagna elettorale, prometteva sfracelli con quei suoi Cento Punti, le cento cose da fare nei primi cento giorni. Dopo qualche mese c’erano già i Cento Luoghi, e di cento in cento nacque una specie di Centology con cui rintronare i fiorentini; aveva promesso cento cose, passava già alle cento successive, sapendo che tanto quasi nessuno si sarebbe ricordato degli intendimenti iniziali. Pedonalizzò piazza del Duomo chiudendo un paio di strade e convocando una conferenza stampa nella sala della stampa estera a Roma: è probabilmente il segno più tangibile di quell’esperienza amministrativa. Il copione si è ripetuto negli ultimi nove anni, di passaggio in passaggio. Dopo aver sconfitto decenni di storia politica fiorentina, proseguì nell’obiettivo, diventò sindaco di Firenze e poi cominciò a sparare sul quartier generale del Pd. Fece l’intervista sulla rottamazione, una parola che per lui è diventata una maledizione dopo essere stato il grimaldello con cui arrivare fino a Palazzo Chigi. Come un cantante che azzecca il disco dell’anno, anzi del biennio, e poi tutti gli chiedono di suonare sempre quel disco, solo quel disco. Lui ci aveva pure provato ad andare “Oltre la rottamazione”, ma inutilmente. Matteo, facce Tarzan; Matteo, rottamaci questo. Il pubblico è difficile da accontentare. La rottamazione era parte del manifesto sulla velocità, perfetto per la narrazione renziana, fu una breccia che gli consentì nel giro di tre anni di prendersi partito e presidenza del Consiglio. Letale fu l’arroganza, dopo quel 40,8 per cento alle Europee che finì stampato su molti striscioni delle feste de L’Unità. Renzi e i renziani erano convinti d’essere già arrivati, e lì fu l’inizio del declino, fino ad arrivare all’ultimo anno vissuto pericolosamente, tra aspettative tradite, partite di poker sbagliate, tra cui il referendum, e un progressivo, inesorabile arroccamento. Un patrimonio politico enorme costruito agilmente su un’apertura di credito che oggi, molto semplicemente, non c’è più. La rottamazione è stata una felice intuizione, ogni tanto è rimbalzata sui giornali prima della caduta del quattro dicembre (“Renzi torna rottamatore”), ma era il tic stanco dei media e della politica. Dopo  il 4 dicembre, quella stagione si è semplicemente conclusa, quindi andarsene in California è stata la scelta migliore: Renzi, e qui è la notizia, ha ascoltato il suggerimento di chi gli diceva di sparire per un po’.

  

Dopo aver detto di non essere adeguato a fare il segretario del Pd, Renzi aveva capito che l’unica strada possibile per arrivare a Palazzo Chigi era prendersi il partito che non lo voleva, che lo vedeva come un alieno. Ma il mestiere di segretario, ingrato come può essere fare il Capro Espiatorio (bonjour monsieur Matteo Malaussène), non gli è mai piaciuto, e s’è visto. Il disarticolatore di corpi intermedi s’è trovato prigioniero, fra la corte di miracolati che si è portato appresso, un po’ perché ci credeva, un po’ perché gli facevano comodo, e quelli che si sono convertiti giusto in tempo per consentirgli di vincere (Franceschini). La gestione del Pd e quella de L’Unità ha proceduto specularmente. Così come fare il segretario di partito era una rottura di scatole infinita (ti chiamano dalla Sicilia per sapere chi mettere in giunta in Regione, ti chiamano dal Veneto per decidere chi candidare contro il centrodestra) ma necessaria, lo stesso è accaduto con il quotidiano fondato da Gramsci: serviva qualcosa per dirsi di sinistra, un feticcio, un’icona, e il giornale dell’ex Pci-Pds-Ds era perfetto. Gli interessava davvero, però? No. 

 

 Il Pd di Matteo Richetti, che ha preso il posto di Renzi, ha appena preso una cenciata alle amministrative

Adesso, dopo la sconfitta alle amministrative, qualcuno nel centrosinistra ha cominciato a chiedersi se non sia il caso di far tornare Renzi dalle vacanze californiane. Viene però da chiedersi che cosa stava diventando il Pd con Renzi e, soprattutto, che cosa era diventato Renzi, che ormai aveva già sparato parecchie pallottole, come quella dell’outsider o anti-establishment. Nell’ultimo anno Renzi ha provato a scimmiottare il grillismo (“Vuoi meno poltrone? Basta un sì”) e s’è messo sulla scia del partito della spesa pubblica. Nel 2014, quando arrivò a Palazzo Chigi, aveva un suo perché. A distanza di sette mesi dalla sconfitta, quel perché c’è ancora oppure in giro ci si è fatti l’idea che insomma, ‘sto Paolo Gentiloni in fondo male non fa? Se alla gente non importa dei partiti, se la politica assurge a mera spettacolarizzazione e i leader sono al pari di rockstar o attori di cui ci si può accontentare per un paio di stagioni e poi tanto ne arrivano altri, dunque sono soprattutto personaggi, alla fine può passare l’idea che uno valga l’altro, purché le cose funzionino (tanto è il sistema a farle funzionare). Se i giornali sono diventati superflui, perché non possono esserlo anche i politici? E perché Renzi avrebbe dovuto essere immune da questo meccanismo di precoce invecchiamento? Oltretutto, non è invecchiato solo lui, ma anche le sue policies, che andavano a coprire una domanda politica precisa. E qui alla fine sta la parte peggiore, per chi ha avuto fiducia in questi anni nel suo progetto. Cchiunque verrà dopo di Renzi (vale oggi per il nuovo leader del Pd Richetti ma anche per i suoi successori), chiunque sarà seriamente intenzionato a riproporre le sue idee (che vanno separate dall’ex segretario), non potrà che ricevere in risposta le lamentele di chi dice “ma questa l’abbiamo già sentita”. Anche le idee sono a loro volta outsider, pallottole pronte a esplodere ma dal numero limitato.  

  

Primo gennaio 2018. Tra pochi mesi ci saranno le elezioni politiche e le amministrative insieme. Il Pd per la prima volta rischia in posti in cui finora non ha mai perso, come Siena, refrattaria a qualsiasi movimento antisistema (per la prima volta il M5s è dato in vantaggio nella città del Palio). Non che alle Politiche le cose siano parecchio diverse. Il M5s candida Luigi Di Maio in ticket con Alessandro Di Battista, che in caso di vittoria dovrebbe fare il vicepremier con delega agli Esteri. Berlusconi alla fine ha scelto Paolo Del Debbio e segato un po’ di parlamentari uscenti di Forza Italia, puntando dunque tutto sui giovani (ha già detto che capogruppo alla Camera sarà Annagrazia Calabria). Matteo Salvini è ancora depresso per la fine della storia con Elisa Isoardi, dopo la copertina di Chi e il bacio a Ibiza con il tizio. Il centrosinistra non ha ancora scelto il suo candidato presidente del Consiglio ed è in netto ritardo. L’immagine di Mario Draghi nei panni di salvatore della patria compare da tempo in parecchi editoriali (anche in quelli di Eugenio Scalfari).

  

Sono le dieci di sera, ore italiana. Un tweet con una foto s’accende, dalla California: “Fra dieci giorni esce il mio nuovo libro, ed è…. un fantasy! Parlerà di draghi (c’avevate sperato, eh?)”.

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