Il manifesto del Liberty

I disegni per le locandine di Sarah Bernhardt conquistarono Parigi. Era nato uno stile, Alphonse Mucha il suo profeta. Dai cartelloni all’arte patriottica, una mostra a Roma.
Il manifesto del Liberty

Amants, Alphonse Mucha (foto via Wikiart)

Immaginate questa scena. Siamo a Parigi, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, e un giovanissimo ragazzo ceco, dopo aver lasciato Ivancˇice – cittadina della Moravia meridionale allora sotto l’amministrazione austriaca – e dopo un breve periodo di studi all’Accademia di belle arti di Monaco di Baviera, arriva finalmente a Parigi, cuore pulsante dell’arte e della cultura europea. In quel periodo studia presso l’Académie Julian, frequenta Paul Sérusier e i Nabis – i “profeti” simbolisti che intorno a lui si raccoglievano – conosce Gauguin e spesso, nel corso della giornata, ama soffermarsi a guardare dalla finestra della sua brutta stanza in affitto il rapido avanzare della bellezza di una città che si sta preparando a una nuova età con la costruzione della Tour Eiffel e con altri progetti voluti per l’Esposizione universale del 1889. In tutto questo, però, sarà una donna a cambiargli la vita e a determinare il suo percorso artistico. Lui è Alphonse Mucha (1860-1939), lei è Sarah Bernhardt: un giovane artista sconosciuto e “la Divina”, la più grande personalità del mondo dello spettacolo di quegli anni.

 

E’ il Natale del 1894 e la Bernhardt sta per debuttare in una nuova pièce teatrale intitolata Gismonda. Sono tante e diverse le proposte ricevute per realizzare il manifesto ufficiale dello spettacolo, ma nessuno di quelli disegnati dai vari cartellonisti la soddisfa e in città ormai non c’è più nessuno. L’unico rimasto è proprio Mucha che lo produce in tutta fretta, tenendo ben presente le composizioni allegoriche con figure solitarie di donne idealizzate come i grandi dipinti di soggetto storico con ambientazioni teatrali, due stili propri dei suoi primi maestri parigini (Jules-Joseph Lefebvre e Jean-Paul Laurens), aggiungendovi però del proprio, fondendo gli influssi bizantini con stilemi art nouveau. Il risultato fu qualcosa di “spaventosamente moderno”, come si legge in Alphonse Mucha: the master of art nouveau (Artia, Praga 1966), la biografia scritta da Jiri,  figlio dell’artista. La reazione della Bernhardt fu immediata, tanto che chiese di incontrare l’artista nel suo boudoir per dirgli poche, ma fondamentali parole: “Mi hai reso immortale. D’ora in poi lavorerai per me, al mio fianco. Ti amo già!”. Inutile precisarlo, ma da quel momento, come potrete immaginare, la vita del giovane artista cambiò per sempre.

 



Madonna of the Lilies - Alphonse Mucha


 

Il manifesto di Gismonda riempì le strade di Parigi il primo gennaio del 1895 riscuotendo un successo immediato e la diva, fedele alla parola data, offrì a Mucha un contratto di sei anni per la produzione di costumi, scenografie e, ça va sans dire, di manifesti. Il poster lo consacrò come il più grande cartellonista del suo tempo e in tutta la Francia si cominciò a parlare dello “stile Mucha” – per definire l’inconfondibile stile delle sue immagini – come della “donna” e del “brand Mucha”, scelto per le più grandi campagne pubblicitarie dei prodotti più disparati, dai biscotti alle praline di cioccolato, dalla birra allo champagne fino ai profumi e ai completi d’arredo. Durante quel periodo, l’artista ceco eseguì più di sei poster per altrettante produzioni della Bernhardt, tra cui La Dame aux Camélias, Lorenzaccio, La Samaritaine, Médée, Tosca e Hamlet – e per questi lavori adottò sempre lo stesso principio compositivo di Gismonda: un formato lungo e stretto, con la singola figura intera dell’attrice, posizionata, come fosse una santa, in una nicchia rialzata e poco profonda. Quelle immagini di donne forti e coraggiose, ambiziose e combattive, con i loro sguardi intensi e sensuali saranno le prime ad attirare la vostra attenzione visitando la mostra dedicata proprio ad Alphonse Mucha al complesso del Vittoriano di Roma, in programma fino all’11 settembre prossimo. Una grande retrospettiva, organizzata e prodotta da Arthemisia Group in collaborazione con la Fondazione Mucha, dove troverete più di duecento, tra dipinti, manifesti, disegni, gioielli, opere decorative e preparatorie volte a ripercorrere l’intero percorso creativo dell’ideatore di quello stile caratterizzato da linee curve e morbide con richiami fitomorfi che si diffuse in tutto il mondo con il nome di art nouveau o stile Liberty.

 

Sarah Bernhardt - Alphonse Mucha


 

“Che cosa significa art nouveau? L’arte non può mai essere nuova”, era solito rispondere l’artista, intendendo così esprimere la totale estraneità dell’arte – realtà eterna per definizione – alle mode passeggere.  “Paradossalmente, fu proprio nell’ambito dell’art nouveau, movimento rivelatosi sensibile alle mode, che Mucha, invece, costruì la sua fama, facendosi trovare nel posto giusto al momento giusto”, scrive la curatrice della mostra, Tomoko Sato, nel saggio introduttivo del catalogo edito da Skira. “Non amava parlare di art nouveau né spiegare come si era evoluto il suo stile, ma il suo altro non era che un tentativo consapevole di influenzare quel movimento attraverso l’introduzione di un elemento slavo nella propria opera, capace di sottolinearne l’ardente patriottismo”, aggiunge la Sato che è anche la curatrice della Fondazione Mucha dal 2007.

 

Grande sperimentatore di stili e di soluzioni diverse, Mucha era fermamente convinto che il valore dell’arte passasse attraverso una riflessione capace di completarsi (e non di esaurirsi) nella sfera estetica. Sua intenzione principale era, infatti, quella di essere un “artista pensante” che poneva l’arte al servizio della patria, e questo lo si può notare proprio in quel primo cartellone pubblicitario da lui realizzato, tanto amato dal pubblico parigino (ignaro dell’iconografia slava), perché esotico e misterioso insieme. Potrete notare lo “slavismo” di Mucha anche in altre opere presenti in mostra, come Bières de la Meuse, Savon Notre Dame e Fantasticheria, tutt’e tre realizzate nel 1897 come il manifesto che disegnò per la sua prima mostra personale, tenutasi presso il Salon des Cent nello stesso anno, vetrina esclusiva dell’influente rivista d’arte d’avanguardia La Plume, sponsor principale di artisti come Eugène Grasset e Henri de Toulouse-Lautrec e degli stessi manifesti, considerati “un nuovo genere di arte visiva”. Quelli di Mucha colpirono, oltre che per l’originalità e l’innegabile bellezza dei soggetti e degli oggetti in essi rappresentati, per essere stampati con la tecnica della litografia a colori, la più all’avanguardia dell’epoca.

 

Nonostante la fama ottenuta con i suoi lavori – molti dei quali furono veri e propri protagonisti all’Esposizione universale – Mucha era, però, frustrato e insoddisfatto. “Sentivo che il mio destino era un altro, che ero chiamato a qualcosa di più grande”, dirà, sempre più attratto dallo spiritualismo e dal pensiero mistico-filosofico appreso dal suo amico, il drammaturgo svedese August Strindberg. “Mi guardavo intorno in cerca del modo per diffondere una luce in grado di raggiungere gli angoli più remoti”. Decise, così, di dedicarsi a un nuovo progetto, intitolato Le Pater, nato più da un’esigenza personale che dall’incarico di un committente e non fu dunque un caso, sempre in quel periodo, il suo ingresso al Grande Oriente, la più antica loggia massonica di Francia, i cui componenti erano animati dalla missione di salvaguardare i principi della libertà, uguaglianza e fraternità propri della Rivoluzione francese. “Quell’opera – precisa la Sato – venne pubblicata sotto forma di uno splendido libro illustrato proprio quattro mesi prima dell’apertura dell’Esposizione e fu concepita come un messaggio destinato alle future generazioni”. “Essa – aggiunge – rappresenta il simbolo dell’espressione pittorica delle idee umanitarie dell’artista attraverso le parole del Padre nostro, mescolando il tutto in uno schema decorativo con suggestioni iconografiche provenienti da culture e religioni diverse“.

 



 

Nelle sei le sezioni della mostra, vi colpirà anche quella dedicata al Mucha cosmopolita, tutta incentrata sulle sue importanti collaborazioni con il celebre gioielliere francese Georges Fouquet e sul periodo americano, rappresentato dalle decorazioni per il German Theatre di New York e dai manifesti per le attrici Leslie Carter e Maude Adams. Nella Grande Mela fu accolto come una star e il New York Daily News, in un lungo articolo del 1904, lo definì “il più grande artista decorativo del mondo”. Senza dimenticare quelle immagini, salite, poi, al piano rialzato dell’Ala Brasini che ospita la mostra, perché è lì che potrete scoprire e ammirare il Mucha patriota, con la presenza di una grande varietà di lavori da lui eseguiti per il proprio paese, prima e dopo la sua indipendenza. Pur affascinato da New York e dagli americani, decise di tornare in Europa per dedicarsi a quello che definì il suo interesse primario. Dal 1910 fino al 1928, infatti, si dedicò a quella che fu per lui la più grande impresa della sua vita e della sua arte, l’Epopea slava, un’opera colossale di venti tele, grandi sei metri per otto, che racconta i principali avvenimenti della storia di quel popolo, di cui in mostra sono esposti dieci studi preparatori. Un progetto imponente – “una luce grande e gloriosa che rischiara l’animo di tutte le genti con i suoi ideali puri e i suoi ardenti moniti”, come amava definirlo – realizzato grazie al finanziamento di un ricco uomo d’affari americano, Charles Richard Crane, che gli permise tra l’altro di prendere in affitto uno studio nel remoto castello di Zbiroh, nella Boemia occidentale. In quel lungo periodo, alternò quel lavoro ad altri minori, come Guerra (del 1916), che con quelle immagini di corpi nudi ammassati gli uni sugli altri, fa venire in mente le tristi e orrende foto dei soldati propinateci alcune settimane fa dopo il golpe in Turchia.

 

Per tutta la vita, Mucha conservò la sua propensione al liberalismo massone da un lato e all’esclusivismo nazionalista dall’altro. Da filosofo quale era, oltre che pittore, utilizzò la pittura per predicare nobili idee riguardanti l’umanità, necessarie per conseguire la pace e la fratellanza universale. Fondamentali e attuali le sue parole quando, nel 1928, fece dono alla città di Praga dell’intero ciclo dell’Epopea per celebrare il decimo anniversario della nascita della Cecoslovacchia. “Sono convinto – disse – che lo sviluppo di ogni nazione possa compiersi con successo solo qualora parta in modo coerente e senza soluzione di continuità dalle sue radici, e la conoscenza del proprio passato è il presupposto imprescindibile per la salvaguardia di questa continuità”. “Obiettivo del mio lavoro – aggiunse – non è mai stato distruggere, ma costruire, unire, perché deve essere speranza comune che l’umanità cammini insieme e questo avverrà tanto più facilmente quanto maggiore sarà la comprensione reciproca”. “Non distruggere”, dunque, ma “costruire” e, soprattutto, “comprensione reciproca”.

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