La sentenza contro ogni logica del diritto

La strage di Viareggio e il tentativo di placare il dolore con motivazioni sbagliate

Perché la sentenza sulla strage di Viareggio contraddice la logica del diritto

Lucca, Sentenza strage di Viareggio

Le motivazioni della sentenza di condanna per i dirigenti delle Ferrovie dello stato per la strage di Viareggio riempiono ben 1.300 pagine, il che di per se mostra che le argomentazioni sostenute sono tutt’altro che evidenti. Il punto decisivo consiste nell’affermazione che il disastro, determinato dalla rottura di un'asse che portò al deragliamento e poi all’esplosione, “costituisce un 'evento' derivato da una concatenazione di accadimenti strettamente consequenziali tra loro che sarebbe stato possibile evitare attraverso il rispetto di consolidate regole tecniche create proprio al fine di garantire la sicurezza del trasporto ferroviario, e soprattutto, prestando massima attenzione ai diversi segnali di allarme che si erano manifestati già prima del fatto e che preludevano al disastro”.

   

Quindi la "causa originaria ed il verificarsi dei fattori successivi debbono essere considerati concause tutte riferibili al medesimo contesto di gestione del rischio che è quello connesso al trasporto ferroviario". Insomma la sciagura non era “imprevedibile”, il che dovrebbe configurare una condotta delittuosa da parte di chi non ha provveduto preventivamente a mettere in atto “consolidate regole tecniche”. Vale la pena, a rischio di apparire puntigliosi, di soffermarsi su queste tre parole “consolidate regole tecniche” su cui si regge la sentenza e che si cerca in qualche modo di rafforzare con il testo chilometrico delle motivazioni. Si può discettare quanto si vuole, ma le regole tecniche non sono norme giuridiche, e questa sostanziale differenza non sfuggirà all’esame dei successivi livelli di giudizio. La violazione di una norma giuridica, cioè di una legge, costituisce reato. L’adozione di regole tecniche differenti da quelle che i giudici di Viareggio considerano “consolidate” invece può essere solo l’indizio di una condotta impropria, che va dimostrata di per sé e di cui vanno definite le responsabilità personali, come per ogni reato. Se la responsabilità del responsabile della manutenzione della società tedesca che aveva affittato i carri cisterna, da questo punto di vista, è più vicina ai fatti, quella degli amministratori di vertice delle Ferrovie ne è assai distante. Il reato personale nasce da una specifica responsabilità individuale, non dal carattere apicale della funzione ricoperta. 

   

L’argomento secondo cui un disastro “non imprevedibile” implica la reità di tutto il sistema all’interno del quale si verifica la catastrofe è viziato all’origine, visto che in sostanza non c’è nulla di assolutamente imprevedibile. La pena per le vittime e la partecipazione al dolore dei loro famigliari non si placa con una sentenza sbagliata, che contraddice la logica del diritto almeno sul punto cruciale della responsabilità personale dei reati. L’antica pulsione giustizialista, che spingeva i rivoltosi descritti da Alessandro Manzoni che volevano uccidere i fornai con il grido “impiccarli, impiccarli e salterà fuori pane da tutte le parti” non può diventare un esempio da imitare, almeno in uno Stato di diritto.  

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Commenti all'articolo

  • mauro

    04 Agosto 2017 - 09:09

    Caro Soave, vedo che ormai anche molti lettori del Foglio sono seguaci della "giustizia lenitiva". Il cui concetto andrebbe forse introdotto nei codici, con tutto l'armamentario di fantasiosi codicilli. Però, almeno a prima vista, finchè non si riflette su fino a che punto nelle società dei diritti senza limiti regni la confusione, apparrebbe contraddittorio che in un sistema in cui i diritti sono troppo spesso non controbilanciati dai doveri, e quindi di generale deresponsabilizzazione, si adotti sempre più frequentemente il principio giacobino delle responsabilità di convenienza, costruite a tavolino. L'elemento giacobino è la spiegazione.

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  • m.dimattia

    04 Agosto 2017 - 06:06

    Se questo articolo riassume bene i punti salienti della sentenza, allora l'articolo ha ragione: qualcosa non va. Perché la sentenza non definisce l'incidente "prevedibile"? Quale differenza esiste, nella testa degli estensori, tra "prevedibile" e "non imprevedibile"? Si intende "possibile". O identicamente "non impossibile"? No certo, perché nessuna forza di questa terra può annullare la probabilità di un evento. La sentenza menziona atti od omissioni che direttamente collegano i condannati all'incidente? Se sì questo articolo è colpevolmente innocentista nell'ignorarli, e gioca sporco con la suicida logorrea dei nostri giudici, che ipermotivano le sentenze più ovvie prestando il fianco ad ogni contestazione (in una follia di 1300 pagine vorrei ben vedere non vi fosse un errore). Me se no...

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  • Danir

    03 Agosto 2017 - 20:08

    "Ma le regole tecniche non sono norme giuridiche"... Invece sì che possono esserlo: si veda l'art. 43 c.p. , che fa riferimento alla negligenza, alla prudenza e soprattutto, per quello che in questo contesto più rileva, alla perizia. La violazioni di regole tecniche, dunque, ben può dar luogo ad una ipotesi di responsabilità penale, personale, a titolo di colpa...saluti!

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  • luigi.desa

    03 Agosto 2017 - 13:01

    In disastri come quello di Viareggio è dovere isitituire una commissione interna ed una commissione esterna entrambe tecnico -amministrative e poi laddove nelle due indagini sopravvenga un ipotesi di reato libera la procura di intervenire. Ma molto ben nascoste dietro la foglia di fico della obbligatorietà della azione penale le procure distorcono troppo spesso la realtà intervenendo comunque con pregiudizio : si presume che sia ipotesi di reato. E via con la giostra tribale Eppoi già nel processo penale esiste una anomalia vergognosa in diritto penale chiamata parte civile come se la pubblica accusa sia un orpello . Di più l'orrore giuridico ,che spesso fa capolino nella giurisprudenza italiana ,i tribunali accettano come parti civili un numero di parti civili ad libitum e per fare prima le associazioni dei parenti delle vittime. E allora l'equilibrio delle parti in causa indove sarebbe ? In certi processi c'è l'accusa la difesa e 30 /40 avvocati di parte civili. Cos'è un suk ?.

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    • Skybolt

      03 Agosto 2017 - 16:04

      E' vero, che palle queste vittime. Gli è andata male, e non si mettano in mente di fare pure la parte lesa. Si mettano in paziente attesa che magari qualche soldo glielo daremo. Ma il "legale rappresetante" di una socetà non è una figura creata apposta, altrimenti chi risponde: uno, nessuno e centomila ?

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      • mauro

        04 Agosto 2017 - 22:10

        Scusi, se io sono il legale rappresentante di qualcosa e Lei (absit injuria verbis) un mio dipendente, che per caso dimentica di chiudere un tombino e qualcuno ci lascia la pelle, dovrei risponderne io? In base a quale stortura di ragionamento? Perche io tutte le sere prima di andare a dormire avrei dovuto controllare l'uno, nessuno, centomila tombini che rappresento legalmente e assicurarmi che Lei e gli altri centomila abbiate fatto bene il vostro lavoro?

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