L'azienda, il mio terzo figlio

Lavorare in officina e poi via via fino al primo Bilancio firmato. Sonia Bonfiglioli ha rifiutato perfino i milioni dei cinesi pur di tenere in vita l’eredità del padre

L'azienda, il mio terzo figlio

Sonia Bonfiglioli, presidente e ad della Bonfiglioli Group, insieme con il padre Clementino, scomparso nel 2010

Bologna. In terza liceo “la Sonia” decide che ha deciso e tutta contenta va da suo padre immaginando la festa che le farà: “Allora farò Ingegneria meccanica così da grande lavoro in azienda con te”. Per tutta risposta suo padre fa una faccia così, stringe gli occhi e la bocca marcando la fossetta sul mento come quando in officina qualcosa non va. “Guarda che ce la faccio, ho tutti 9 e 10”. “Ah, non ho mica dubbi. Ma fare l’imprenditore non è fare l’ingegnere, non è mica facile sai?”.

  

Sonia è “la Sonia” Bonfiglioli (rigorosamente con l’articolo come si fa in Emilia, ma solo con i nomi femminili), figlia di Clementino (nome da urlo). Presentarla è facile: su WhatsApp la foto è una leonessa con le orecchie tese e due leoncini – “che ora sono adolescenti e facciamo delle gran litigate sugli elastici delle mutande: ordino delle scorte stagionali per tutti su internet, ma poi quando aprono le scatole si arrabbiano perché vogliono quella marca precisa col nome sull’elastico e io mi chiedo: ma chi è che vi viene a leggere proprio sull’elastico delle mutande? Poi penso che non voglio saperlo” – e la frase è “mai soddisfatta (emoticon: pugno), sempre felice (emoticon: sorriso)”. Pugni e sorrisi: quando si va a incontrarla si pensa che bisogna essere pronti a tutto. E si fa bene.

   

"In mezzo al pranzo, mi arriva una telefonata. E' il medico dell'elicottero che sta portando papà in ospedale per un aneurisma"

Clementino era un fuoriclasse come tutti i fondatori: classe 1928, orfano della mamma che morì di parto e in pratica anche del papà che emigrò in Africa. “Così fu allevato un po’ dai nonni e un po’ dagli zii. Suo padre lo conobbe solo a 16 anni, ma purtroppo morì poco dopo proprio nell’ultimo bombardamento della città”. Che botte, però... Quindi come padre era un duro? “Per niente. Ha sempre detto a me e mio fratello che aveva un terzo figlio, la Bonfiglioli, e ci portava volentieri in officina, mano nella mano, e ce le stringeva forte mentre ci spiegava tutto. Stava via tanto, e io lo immaginavo come un grande cavaliere in sella agli aerei. Ma non me lo ricordo ‘lontano’, o che ‘ci lasciava’: ho il ricordo che giocava e sorrideva sempre, ci insegnò a sparare e pescare, con la neve si andava…”. Come, a sparare? “Sì, con la sua colt ai barattoli in campagna, perché?”. Be’ un po’ strano lo è. “Dici? No, per noi era normale. Io sparavo bene e pescavo male... O cascavo nel laghetto oppure lanciavo l’esca tra gli alberi. Comunque, ti dicevo che con la neve si usciva a fare il pupazzo e a Natale andavamo a prendere gli addobbi. Ci comprava lo zucchero filato e intimava col dito: Non ditelo alla mamma!”. Quindi era la mamma il duro di casa? “La chiamavamo ‘Capitan Bacchetta’ perché era lei che teneva tutti in riga. Anche troppo”.

   

Torniamo al terzo figlio, l’azienda. “Si diploma perito tecnico e comincia a lavorare progettando ingranaggi e cambi di velocità per le macchine agricole e per le moto Ducati, Gilera e Morini che allora erano il tessuto industriale bolognese. Appena si mette in proprio nel ’56, però, capisce che il mercato sta cambiando con la crescita delle macchine automatiche quindi si butta nel packaging. Era un vero imprenditore, capisci?”. La Sonia quando racconta si gasa tantissimo, gli occhi azzurri brillano come stelle e frullano come ingranaggi. “Poi inventa un riduttore a due stadi epicicloidali che conquista il mercato e lo mantiene per 15 anni”. Gli ingranaggi azzurri di Sonia si bloccano entusiasti aspettandosi lo stesso entusiasmo nel cronista che prontissimo annuisce riguardoso e finge di capire, ma ovviamente non ha nessunissima idea di cosa possa essere un “riduttore a due stadi epicicloidali”: il massimo che riesce a immaginare è che Clementino Bonfiglioli non ci sarebbe stato male sul Millennium Falcon, intendendosi alla perfezione con Chewbecca. Avendo ben presente che si sta parlando con un Ingegnere meccanico femmina che nel tempo libero restaura una jeep della Seconda guerra mondiale battezzata Lola e che ricorda l’infanzia attraverso l’odore dei budini alla vaniglia della mamma e dell’olio da taglio delle frese di papà, non si trova il coraggio di chiedere cosa sia sto benedetto “riduttore a due stadi epicicloidali”. E lo si assume serenamente come un mistero della fede – anche pensando al fatto che il padre le insegnò a sparare. Ma evidentemente era qualcosa che funzionava, una specie di iPhone del settore. E oggi, per dirla un po’ alla spiccia, c’è un pezzo della Bonfiglioli in ogni macchina che fa macchine, con tre aree d’azione: Industrial (meccatronica avanzata e trasmissione di potenza), Mobile (macchine da costruzione, agricole, stradali, movimento terra), Wind (eolico). Ha sedi in 17 paesi di cui 13 con stabilimenti produttivi, 3.612 dipendenti di cui la metà in Italia, sfiora 790 milioni di fatturato e 29 di investimenti.

   

"Papà ha sempre detto a me e mio fratello che aveva un terzo figlio, la Bonfiglioli, e ci portava volentieri in officina, mano nella mano"

La Sonia prende e diventa Ingegnere meccanico e nel 1992 comincia a lavorare in azienda: “Ufficio tecnico, ma subito mi inzucco con il responsabile, un ingegnere pomposo che trattava male il vecchio capoufficio solo perché non aveva la laurea. Dopo un po’, mi stufo di fare solo i calcoli per i cuscinetti, così chiedo a mio padre di mettermi a montare in officina per conoscere meglio il prodotto. Poi gli dico che il capo dell’ufficio crea un brutto ambiente, perché tratta male tutti. Lui mi mette in officina, io mi tolgo i tacchi e vado in linea. Lui però osserva il responsabile e dopo un po’ lo accompagna alla porta. Poi un tecnico suggerisce di mettermi alle relazioni sindacali, che stavano andando male per l’arroganza di un altro dirigente ingegnere. E mi faccio anche questa. Quando arriva il momento di fare un po’ di ricerca in Germania, il commercialista che lo segue da anni propone di mandare me. Così pian piano ho fatto esperienza”. Clementino come padre era un pacioccoso (ma con la pistola), ma come imprenditore era un duro? “Aveva una volontà di ferro, questo lo dicono tutti. Però la sua vera forza è che lasciava provare, lasciava sbagliare, non aveva paura”. Fammi un esempio, anzi parti dalla crisi. “Ok, 2009: la crisi ci massacra di brutto. Bisogna cambiare, ok, ma come? Un ingegnere propone di ripensare tutti i processi in modello ‘snello’ della Toyota, fare quello che serve solo quando serve. Per lui che veniva dalla catena di montaggio era la rivoluzione copernicana. Sta zitto: ascolta; ascolta; ascolta. Poi dice: Mi lasci pensare. E dopo due giorni dà l’ok. Così rivoltiamo l’azienda come un calzino”. La crisi quanto ha picchiato? “Te lo dico con una sola immagine: colonna nera”. Come, scusa? “Nel Programma ordini abbiamo dovuto inserire la colonna nera col titolo Cancellazione ordini: non era mai esistita, prima. Il fatturato crolla da 600 milioni a 400, così corriamo dalle banche a rinegoziare i finanziamenti e dai sindacati per gli accordi di mobilità. Ma il terrore vero era che non sapevamo cosa stava succedendo: meno 40 per cento, ma perché? Nessuno lo sapeva”. Clementino fa bene il suo mestiere di leader: spinge tutti, sicuro che ce la faranno, e in azienda si tiene botta un po’ alla cieca. A inizio 2010 vedono che sono belli massacrati ma non sono morti, capiscono che si possono rimettere in piedi: tutti si gasano e spingono più forte. La Sonia corre a destra e sinistra, ha un pranzo di lavoro importante, vede suo padre indaffarato dietro il vetro, ma è in ritardo e scappa via.

  

“In mezzo al pranzo, mi arriva una telefonata da un numero sconosciuto, dico pronto e sento un gran casino, poi uno che urla: è il medico dell’elicottero che porta papà in ospedale. Un aneurisma: non si sveglia mai e dopo 20 giorni muore. Mi fa un male che non gli ho dato il bacio che gli davo sempre quando uscivo… Tutti i santi giorni gli davo un bacio e non l’ultimo.” Guarda la porta, come se fosse lì dietro. Silenzio, lungo. “Però sono contenta che ha visto che ce l’avremmo fatta”. Ma non eravate fuori dal tunnel. “No, no. Avevamo visto la lucina lontana lontana, ma il tunnel era ancora bello lungo. Divento ceo e il primo bilancio che firmo in vita mia è in perdita: rosso di 40 milioni. La mia prima firma per un rosso. Lì per la prima volta mi sono sentita sola. Cosa faccio? Vado avanti?”.

  

"La frase che sentivo più spesso quando giravo era: allora, quand'è che vende? E detta proprio così, a brutto muso"

Con la morte di Clementino, il cielo comincia a farsi nero nero. Ma non è la crisi, non è il dolore, non è la fatica, non è lo smarrimento: sono gli avvoltoi. Concorrenti, fondi italiani, inglesi, cinesi. La loro analisi è lineare: l’azienda è in crisi ma buona, il fondatore è morto, la figlia è sola e soprattutto è una donna... ci prendiamo tutto per un pezzo di pane: bingo! Per anni, la Sonia è vittima di stalking commerciale: procacciatori, compratori, avvocati d’affari. Gente che s’immagina suadente, spietata ma felpata, e che invece pare del tutto priva di fondamenti non si dice di galanteria o al limite di educazione, ma almeno di furbizia entry-level. “La frase che sentivo più spesso quando giravo era: allora, quand’è che vende? E detta proprio così, a brutto muso”. E cosa rispondevi? “Guardi, si metta in fila perché ce n’è parecchi prima di lei. Ma comincio a valutare le offerte fra 10 anni”. E le hai valutate?

  

“Un Natale viene un mio amico e tira fuori una busta: ecco il mio regalo. Cos’è? E’ l’offerta che ti ho trovato del mio socio cinese: sono tanti ma tanti soldi”. Quanti? “Non l’ho aperta”. No, dai, non ci credo. “Davvero”. E come hai resistito alla tentazione di non guardarci? “Perché lì ho sentito che non volevo soldi, volevo fare l’imprenditrice e continuare l’azienda. Era un momento tremendo e spaventoso, ma l’azienda era quello che mi piaceva. E come mio padre diceva sempre che avevamo un fratello in più, così oggi i miei figli e mio marito sanno che ho un figlio in più, che viene dopo di loro, ma c’è”. Si vede che ti piace proprio stare in azienda. “Se non ti piace, l’azienda è una gran galera. Solo che a differenza di altri lavori, hai un impatto sociale altissimo perché non c’è in ballo soltanto te e la tua famiglia, ma ci sono tutti i dipendenti, i collaboratori, i fornitori, i distributori... tutti con le loro famiglie. C’è un mondo. Se fai un danno, lo fai a tanta gente. Fortunatamente vale anche il contrario: se fai qualcosa di buono, lo fai a tanta gente”. E come si fa a fare qualcosa di buono? “Non da soli”.

  

Il 75-80 percento delle aziende che fanno il passaggio generazionale anche con tutte le accortezze e le delicatezze del caso, comunque falliscono. Per te più che un passaggio è stata una vera catapulta, scattata poi nel peggior momento possibile. Quale è stata la carta vincente? “Non provare a sostituire mio padre, ma trovare un nuovo modello. Non potevo scimmiottarlo: lui era davvero la Bonfiglioli… lasciava spazio a tutti, certo, poi però siglava sempre tutto con un bel “ma chi pag l’oli, que, a i son mé!” (l’olio delle macchine era il suo simbolo, quello che racchiudeva tutto il suo lavoro). Io no, io sono una parte. Quello che mi ha aiutato è stata la squadra: gli uomini di fiducia di mio padre li ho sentiti vicini.” Quindi dal fondatore alla squadra: “Sì. Io sono imprenditrice ma non sono l’azienda, sono un ruolo in una squadra. Se ho avuto un merito, è stato fidarmi di qualcuno che non era mio padre. Passare dal singolare al plurale.” È bello come parli di Clementino: non fai il santino e sembra che non lo senti perduto. “Dopo la sua morte sono diventata più credente, se posso dir così, anche se in chiesa non ci vado molto. Però ultimamente sto pensando che la vita non è poi molto diversa da quando ero piccola, quando lui stava in giro tanto. Oggi a me sembra che sia partito per un viaggio lungo lungo, e a un certo punto ci ritroveremo. E poi guarda: alzati, vieni qui”. Il cronista obbedisce immediatamente, non si sa mai, e fa il giro della scrivania pensando di trovare la più classica delle foto col papà. Invece la Sonia non indica lo schermo, indica il sostegno dello schermo, un largo ovoidale nero con sopra degli occhialetti rettangolari in acciaio: “E’ la cosa che ho voluto di mio padre: lui guardava il mondo perché lo sapeva vedere, così penso che i suoi occhiali mi aiutano a vedere il mondo”. Forse anche grazie alla lacrimetta estratta a tradimento, per un lungo momento anche a noi sembra proprio di vederlo meglio, questo mondo. 

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