Quando il fatturato dell'industria italiana fa primavera

Crescono automotive, macchinari, chimica e farmaceutica. Tre mesi di boom sono molto più di una rondine

Quando il fatturato dell'industria italiana fa primavera

foto LaPresse

I dati Istat sul fatturato e gli ordinativi dell’industria italiana di maggio hanno entusiasmato persino i più scettici. Commenti convinti quasi ovunque, sui giornali e nei Tg, all’insegna della ripresa che si consolida, complici anche le recenti revisioni al rialzo delle previsioni sul pil 2017 di Banca d’Italia (più 1,4 per cento), seguite a ruota da quelle del Fmi (più 1,3 per cento). Ma il bello è ciò che sta realmente accadendo alla nostra economia non è stato probabilmente ancora capito fino in fondo. Non è successo semplicemente che, dopo il debole mese di aprile influenzato in modo anomalo dalle festività, vi è stato un forte rimbalzo dell’industria a maggio, come ha commentato qualcuno. C’è molto di più che bolle in pentola.

  

Concentriamoci sul fatturato e guardiamo ai dati in una prospettiva almeno trimestrale. I tre mesi dell’industria italiana che vanno da marzo a maggio 2017, depurati dalle differenze di calendario, hanno mostrato una accelerazione notevole rispetto allo stesso periodo del 2016. Infatti, il fatturato dell’industria manifatturiera nazionale è aumentato tendenzialmente del 6,4 per cento su marzo-maggio dello scorso anno. Per un confronto la Germania, che sta vivendo anch’essa una fase di notevole espansione, si è fermata a un più 5 per cento.

  

Naturalmente, anche solo prima di avvicinarci alle prestazioni strutturali dell’industria tedesca ne dobbiamo fare di strada. Ma i segnali di una riscossa della nostra economia si stanno consolidando. E la primavera 2017 è stata talmente brillante per l’industria che le aziende addirittura faticano a stare dietro agli ordini in molti settori. Non c’è più l’emorragia di imprese fallite o decotte degli anni scorsi e le imprese più forti sopravvissute alla lunga crisi in questo momento corrono come treni. E’ chiaro che per tornare ai livelli produttivi del 2008 ci vorrà ancora molto tempo. Ma, per una volta tanto, cerchiamo di uscire dagli abusati luoghi comuni e dal vittimismo. L’Italia non è più la stessa di dieci anni fa, mettiamocelo bene in testa: abbiamo perso quasi un quarto delle aziende e della capacità produttiva tra la crisi del 2009 e la micidiale austerità del 2012-13. Ma chi è rimasto in piedi, chi continua a produrre, a investire e a esportare, va molto più veloce adesso di quanto andasse nel 2008. C’è più qualità nei prodotti del made in Italy, c’è molta più innovazione, più tecnologia, più capacità di raggiungere nuovi mercati nel mondo. E poi finalmente c’è anche la ripresa dei consumi interni spinti dal recupero del reddito disponibile delle famiglie. E ci sono gli investimenti tecnici che stanno accelerando sensibilmente con il Piano Industria 4.0. Il made in Italy, questa è la realtà, non si arrende mai: un po’ come i nostri grandi atleti dello sport, da Valentino Rossi a Federica Pellegrini e i suoi colleghi del fondo Paltrinieri e Detti, da Nibali e Aru ai fortissimi maschi e femmine della scherma. L’intraprendenza italica ha più vite dei gatti e, soprattutto, è fatta da gente che ci crede: nei distretti industriali, nelle città metropolitane, nei centri di ricerca, nelle aziende agricole e nelle località turistiche fino ai rilanciati poli museali.

  

Vi sono aree geografiche che costituiscono oggi dorsali fondamentali non soltanto dell’industria italiana ma di quella europea e che stanno dando un contributo fondamentale alla nostra ripresa economica. Ad esempio, le associazioni industriali di Bologna, Modena e Ferrara (BoMoFe) si sono accorpate recentemente in un’unica realtà, Confindustria Emilia, la cui assemblea si terrà il prossimo 6 settembre alla Fiera di Bologna: si tratta di un aggregato territoriale dove eccellono le macchine per imballaggio e quelle per le ceramiche, le piastrelle e la moda, i motocicli e la Ferrari, l’alimentare e l’elettromedicale: una realtà che potremmo definire il Baden Wurttemberg italiano e che in termini di valore aggiunto industriale è seconda in Italia soltanto alla provincia di Milano. Il made in Italy è anche questo: magari non avrà giganti come la Apple o la Siemens, la Hyundai o la Boeing, ma se la batte bene con le sue imprese medio-grandi e i suoi laboriosi territori.

  

Alcuni hanno affermato che la ripresa italiana è soprattutto trainata dall’industria dei mezzi di trasporto e in particolare dell’auto. In ciò c’è del vero ma è riduttivo. Nel trimestre marzo-maggio 2017 la crescita del fatturato del settore dei mezzi di trasporto è stata in Italia del 5,8 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (in Germania la crescita è stata soltanto del 2,2 per cento). Bisognerebbe però anche ricordare quanti erano coloro che fino a non molto tempo fa criticavano aspramente Marchionne e la Fiat, inclusi gli accordi sindacali che ne hanno decretato la riscossa con il relativo rilancio delle produzioni nazionali. Critici tutti zittiti ora da una Basilicata che esporta vagonate di Jeep Renegade. Ma la ripresa dell’industria italiana non dipende soltanto dai mezzi di trasporto, che nell’indice Istat del fatturato dell’industria pesano solo per l’8,3 per cento. Vi sono anche tanti altri settori del made in Italy che stanno letteralmente volando. Ad esempio quello delle macchine e degli apparecchi meccanici (che pesa nell’indice Istat del fatturato per l’11,1 per cento), sospinto dal Piano Industria 4.0. Nel periodo marzo-maggio 2017 il fatturato di questo settore è cresciuto in Italia del 7,7 per cento rispetto allo stesso periodo del 2016 (in Germania l’aumento si è fermato al 2,1 per cento). E poi c’è il settore metallurgico e dei prodotti in metallo (che pesa nella nostra industria per il 15 per cento), il cui fatturato è aumentato del 10,6 per cento (allo stesso identico tasso della Germania). E, infine, sono cresciute anche la chimica (più 7,6 per cento, anche in questo caso come la Germania) e la farmaceutica (più 3,3 per cento contro più 1,2 per cento della Germania).

   

E’ chiaro che tutti questi dati ora dovranno trovare una loro sintesi nelle stime preliminari del pil del secondo trimestre attese per dopo Ferragosto. Per intanto dobbiamo accontentarci di altre informazioni complementari a quelle del fatturato dell’industria che possono indurci a sperare che, dopo il più 0,4 per cento del pil nel primo trimestre, vi possa essere una crescita più o meno analoga anche nel secondo. Innanzitutto ci sono i dati sugli ordinativi dell’industria che nei primi cinque mesi del 2017 sono aumentati del 7,5 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, con una forte accelerazione degli ordinativi per l’export pari a più 11,1 per cento. Inoltre, anche i dati preliminari sull’export dell’Italia verso i Paesi extra Ue sono confortanti: a giugno l’export è cresciuto dell’8,2 per cento rispetto al giugno 2016 e nei primi sei mesi di quest’anno l’aumento è stato del 9,1 per cento. Gli incrementi più sostenuti delle esportazioni italiane sono state verso la Cina (più 32,9 per cento), la Russia (più 26,8 per cento), gli Stati Uniti (più 12,4 per cento), i paesi Mercosur (più 18,9 per cento), i paesi Asean (più 8,6 per cento) e il Giappone (più 4,2 per cento).

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    01 Agosto 2017 - 09:09

    Come a dire In Ferrari che "naturalmente anche solo prima di avvicinarci alle prestazioni della Mercedes (e degli altri costruttori, ndr ) di strada ne dobbiamo fare." E invece di chiederci come e perché siamo così indietro, accontentiamoci di gioire perché andiamo un pochino più veloci di ieri. Ma, ahime', in retrovia. Anche in economia pero', professor Fortis, come nelle gare chi va più piano degli altri, pur se più veloce dell'anno prima, scivola all'indietro, e risalire e' dura, molto dura, con la pista sempre più stetta,dell'economia globalizzata.

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  • Giovanni

    01 Agosto 2017 - 00:12

    Bene così ma si può e si deve fare ancora di più: detassazione dell'assunzione di giovani, riduzione del cuneo fiscale, emersione del lavoro in nero che al sud è endemico.

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