C'è l'atavica condanna del libero mercato dietro all'immobilismo italiano

Corporazioni e anarchia. Le ragioni dello scarso riformismo e della gestazione del ddl Concorrenza 

C'è l'atavica condanna del libero mercato dietro all'immobilismo italiano

Manifestazione degli ambulanti e dei tassisti a Piazza Montecitorio. LaPresse/Fabrizio Corradetti

Le incredibili vicissitudini della legge sulla concorrenza la dicono lunga sulla mentalità che caratterizza le nostre forze politiche (e sindacali). Si leggeva sulla Stampa di venerdì 23 giugno: “Si allontana l’approvazione della legge sulla concorrenza; ieri la Commissione finanze e attività produttive della Camera ha dato il via libera, ma introducendo quattro modifiche. Il che rende necessario, dopo quasi due anni e mezzo di gestazione, un quarto passaggio del testo al Senato”. Due anni e mezzo di gestazione, e non ci siamo ancora, e chissà quando arriveremo in porto! E’ evidente che le forze che ritardano (e annacquano) la legge sono formidabili. Ci sono, in primo luogo, le corporazioni (i notai, i farmacisti, i tassisti, e via enumerando, con i loro appoggi in Parlamento). Ma, a veder bene, il formarsi delle corporazioni protette è più un effetto che una causa: la causa va ricercata, come dicevo, nella mentalità delle nostre forze politiche e sindacali, che per decenni hanno governato il paese portandolo alla attuale situazione di immobilismo. Perché questa politica? Rispondere (o tentare di rispondere) a questa domanda può essere interessante. Nella cosiddetta Prima Repubblica hanno avuto un peso enorme le forze che si richiamavano al marxismo, le quali vedevano nel libero mercato solo e soltanto anarchia. Tale anarchia doveva essere imbrigliata, con le nazionalizzazioni, con la programmazione, con la solidarietà, e con mille altri vincoli. Nel mondo cattolico prevalevano forze con analoga ispirazione e mentalità, che convergevano con le sinistre. Come non ricordare che quando i comunisti, con Berlinguer, entrarono nell’area di governo (“solidarietà nazionale”, seconda metà degli anni Settanta), si proposero come obiettivo una “terza via” (terza perché non era né il capitalismo, né – meno male! – il “socialismo reale”), la quale avrebbe dovuto privilegiare i consumi pubblici e sociali ai danni dei consumi privati. Il che avrebbe gravemente depresso il dinamismo della nostra economia.

    

Avvenimenti remoti, si dirà, questi di cui parliamo. Ma remoti fino a un certo punto. Perché è recente l’abolizione del famoso articolo 18 (una cosa sconosciuta agli altri paesi europei), che impediva la mobilità del lavoro, e che faceva sì che le imprese si guardassero bene dal superare i 15 addetti: di qui il nanismo delle nostre imprese (nella loro grande maggioranza), di qui la loro scarsa capacità di innovazione organizzativa e tecnologica, di qui la bassa produttività del lavoro (la nostra è una delle più basse d’Europa!).

   

Si leggeva in un editoriale del Foglio di venerdì 23 u.s.: “Senza competizione, non c’è efficienza. Senza efficienza, non c’è risparmio. Senza risparmio, non c’è investimento. Senza investimento, non c’è futuro”. Parole sante, ma che vanno a infrangersi contro un muro di resistenza formidabile. Resistenza di forze sociali ed economiche (le corporazioni), ma resistenza anche della mentalità e della cultura diffuse. La concorrenza è lotta, è competizione, dunque non è solidarietà, dunque è anarchia. Ma, oltre a ciò, opera la convinzione (quanto diffusa anch’essa!) che chi si arricchisce (in modo lecito, con la propria attività e il proprio lavoro) lo fa ai danni di un altro o di altri. La proprietà, insomma, è sempre un furto. Un’antica convinzione, questa, che ha avuto largo corso nella cultura occidentale (si pensi al Discorso sulle origini della disuguaglianza di Rousseau), e che è stata confutata da Adam Smith nella Ricchezza delle nazioni, dove il pensatore scozzese ha mostrato in modo mirabile come la ricchezza sorga dalla produttività del lavoro e come aumenti con l’aumentare di tale produttività. Smith ha mostrato altresì come l’azienda moderna produttrice di profitti sia la chiave di volta dell’intera società. Essa, perciò, non deve essere intralciata da ostacoli che ne diminuiscano la vitalità, e in primo luogo deve poter operare in un regime di libera concorrenza, senza che altre aziende godano di posizioni di favore o di monopolio.

   

Le analisi di Smith risalgono al 1776, ma sembrano scritte oggi! A esse si può aggiungere, per venire ai nostri problemi, che solo il dinamismo dell’economia e la crescita delle aziende può ridurre la disoccupazione e fornire le risorse per venire incontro ai disagiati e alle sacche di povertà. Sembrano cose ovvie, queste, ma per tradurle nella realtà occorrono le fatiche di Ercole!

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