La tremenda estate del governator Visco

La gogna bancaria diventa strumento delle tattiche politico-elettorali

La tremenda estate del governator Visco

Ignazio Visco (foto LaPresse)

Difficilmente la commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche porterà a termine i lavori. Certo non durerà l’anno assegnatole: a febbraio termina la legislatura, al massimo si potrà arrivare ad aprile. Ma entrerà nel vivo delle audizioni in contemporanea con la scadenza, il 1° novembre, dei sei anni di mandato, rinnovabili, del governatore di Banca d’Italia. E quella che appariva una conferma probabile di Ignazio Visco, tanto più con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi – lo sarebbe stata meno con Matteo Renzi – risentirà di spifferi e clamori provenienti dalla commissione. La soffiata e il protagonismo sono le specialità di questi organismi d’indagine, normalmente inutili, con poteri di magistratura e tenuti (appunto) a un segreto di carta velina. Ancora più in campagna elettorale e in mood di giustizialismo bancario da “risparmio tradito”.

 

In questi anni la Banca d’Italia e la sua Vigilanza non sono state esenti da errori, sottovalutazioni e cattivo coordinamento con il governo e l’Europa. Ma la responsabilità prima è del pessimo modello bancario territoriale, da Mps alle popolari venete, e dei suoi manager, magari nominati e protetti da chi oggi sta sulle barricate. Visco rischia così di diventare sacrificabile, e la sua poltrona per la prima volta contendibile dopo la fine del mandato a vita. Contro di lui c’è il populismo di grillini, Lega e della gauche identitaria sempre in cerca di ragion d’essere, e di voti. E anche un certo turborenzismo ansioso di smaltire le tossine di Banca Etruria. A difenderlo sono Gentiloni, Mattarella, e soprattutto Draghi, che il 31 maggio è andato a sedersi in prima fila per ascoltare le Considerazioni finali di Visco. Fatto senza precedenti. Dovrebbe bastare; ma non è detto.

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