Poveri e disinformati

Come i media usano e abusano dei dati sulla “povertà", che è cosa più seria di un facile strumento di critica del potere 

Poveri e disinformati

La Comunità di Sant'Egidio. Foto LaPresse/Vincenzo Livieri

C’è stata un’epoca, nei primi due decenni del secondo Dopoguerra, in cui gli italiani si ritenevano poveri ma belli. Sicuramente allora erano più poveri di oggi ma, oltre a credersi belli, erano anche molto più fiduciosi circa il loro futuro. Ai giorni nostri, invece, la cappa di sfiducia è così pesante e oppressiva che vediamo tutto nero. E la povertà, anche a causa della scarsa conoscenza dei dati statistici e della disinformazione imperante, sembra averci psicologicamente accerchiati e prostrati. Con...

Accedi per continuare a leggere

Se hai un abbonamento, ACCEDI.

Altrimenti, scopri l'abbonamento su misura per te tra le nostre soluzioni.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • guido.valota

    25 Aprile 2017 - 11:11

    Sull'indice di deprivazione ricavato da interviste a campione avrei dei forti dubbi. Sarebbe molto interessante, finita l'intervista, fare un giretto in casa di alcuni deprivati, a campione, magari accompagnati dalla Guardia di Finanza. I grandi dati andrebbero sempre mediati con una sana dose di fenomenologia. Quella italica comprende un altissimo numero di personaggi che campano bene di chiagne e fotte, a sua volta confortata da altri tipi di dati come i consumi.

    Report

    Rispondi

Servizi