Calenda greco. Il suo programma dirigista e in deficit ricorda un po’ Tsipras

Nell'intervista al Corriere il ministro dello Sviluppo economico strizza l'occhio al populismo xenofobo e al nazionalismo economico

Carlo Calenda

Carlo Calenda (foto LaPresse)

L’intervista concessa al Corriere della Sera dal ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda è molto povera di proposte specifiche ma molto ricca di espressioni che fanno accapponare la pelle. C’è anzitutto il tradizionale repertorio dirigista delle classi dirigenti italiane: il “sistema Paese”, la necessità di costruire una “rete fatta di grandi aziende, pubbliche e private, e di istituzioni finanziarie”. Ma c’è qualcosa di più: la strizzata d’occhio al populismo xenofobo e al nazionalismo economico, che in Europa prendono principalmente le forme dell’insofferenza verso le regole dell’Unione Europea. La ‘Cermania Kattifa’ che spende 241 miliardi per le sue banche e a noi rompe tanto le scatole se mettiamo qualche miliardino per salvare il povero Monte dei Paschi. L’odioso straniero che ci vuole male, con le sue “regole scritte ad hoc, per indebolire il nostro tessuto economico” (parole testuali). Una specie di trumpismo de noantri, una corsa disperata a solleticare gli istinti più bassi dell’elettorato. Non che sia nulla di particolarmente originale, il ‘nemico straniero alle porte’ è un trucco retorico usato da sempre dai politicanti di tutto il mondo, ultimamente con grande successo anche nei paesi anglosassoni. Il tempo dirà se il nuovo tono propagandistico adottato dall’attuale governo avrà maggiore fortuna dell’ottimismo giovanilista adottato da Renzi.

Per quelli di noi che sono meno interessati ai cambiamenti nella strategia di comunicazione del governo e più interessati alla sostanza della politica economica, la domanda invece è: questa intervista dai toni così irritanti indica un reale cambiamento di direzione o è semplicemente il solito menare il can per l’aia? Solo il tempo potrà dirlo, ma i segnali che si vedono fino a questo momento fanno sospettare che la seconda possibilità sia la più probabile. La ragione principale è l’assenza di proposte chiare e specifiche. Si tratta di un’assenza, in alcuni punti, quasi comica. Alla richiesta di quali settori produttivi la nuova politica economica dovrà sostenere il ministro risponde citando “l’industria”, seguita da “turismo” e “cultura”, fino a un vagamente enigmatico “scienze della vita”. C’è da chiedersi che abbia fatto di male l’agricoltura per essere esclusa, ma magari rientra tra le scienze della vita. Poi, oltre agli interventi in favore di più o meno tutti i settori produttivi, il ministro promette reddito di inclusione per tutti, più interventi straordinari per le “aree di crisi sociale complessa”. Chissà quali sono le aree di crisi sociale semplice, evidentemente non meritevoli di interventi straordinari.

Una difesa nazionale s'impone

Siamo in un contesto assai fragile e pericoloso che potrebbe portare a un rallentamento della globalizzazione e ciò potrebbe significare avere difficoltà a reperire merci dall’estero

Cercherete invano in tutta l’intervista qualunque riferimento serio alle fonti di finanziamento di questo vasto programma di interventi. Se si vuole che la cosa abbia un minimo di efficacia, la combinazione di sussidi per tutti i settori produttivi più reddito di inclusione per tutti dovrebbe costare varie decine di miliardi, ossia alcuni punti percentuali di pil. Dato che il ministro sembra intendere che questi interventi dovrebbero essere fatti in deficit (tassare le attività produttive per poi sussidiarle sarebbe troppo stupido; non che questo abbia impedito ai nostri governanti di farlo in passato), stiamo parlando di livelli di deficit da 7-8 per cento, roba da Prima Repubblica. Più o meno il contenuto del programma elettorale di Alexis Tsipras, che è solo servito a peggiorare un poco le cose per l’economia greca prima di sbattere il muso contro la realtà. Nulla del genere può succedere, per la semplice ragione che i risparmiatori smetterebbero di comprare il nostro debito. L’unica cosa che Calenda è quindi in grado di offrire è la solita lamentela sulla ‘Cermania Kattifa’ che non ci lascia fare deficit e la promessa di difendere con le unghie e con i denti lo sforamento dello 0,1 per cento del bilancio 2017. Sono ordini di grandezza differenti, e sono ordini di grandezza che rendono manifesto il velleitarismo delle proposte di Calenda. Magari nel 2018, dopo aver mostrato i denti e fatto capire ai tedeschi quanto siamo tosti, riusciremo a sforare dello 0,2 per cento, o addirittura dello 0,3 per cento.

Buona fortuna ai potenziali percettori del reddito di inclusione, se questo è il modo di finanziarlo. Niente di particolarmente nuovo quindi, il ministro promette la continuazione delle politiche che hanno garantito al paese un declino inesorabile ma relativamente lento. L’unica vera notizia presente nell’intervista è che Calenda, molto probabilmente in rappresentanza di vasta parte del gruppo dirigente del Pd, vede il ritorno all’alleanza con Berlusconi come obiettivo della prossima legislatura. Egli afferma infatti che “la stessa legge elettorale va disegnata tenendo presente questo scenario, che ‘chiamerà’ probabilmente una grande coalizione”. Quindi, proporzionale per tutti e continuazione delle politiche di alta spesa e alta tassazione, continuando il magnifico gioco di squadra tra grandi imprese, istituzioni finanziaria e governo che ci ha regalato i grandi successi di Alitalia, Monte dei Paschi e chi più ne ha più ne metta. Nessun cambiamento sostanziale. Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno forse è meglio così, visto che al momento i potenziali cambiamenti sembrano essere solo per il peggio. 

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