Sindrome delle buone intenzioni

Come in un’orchestra sinfonica di qualità, il conduttore deve avere ottime qualità e la capacità di impartire i comandi ai membri all’orchestra capaci di seguirli

Carlo Calenda

Carlo Calenda (foto LaPresse)

Nell’intervista nel Corriere della Sera, il ministro Calenda ha proposto una fase politica che dovrebbe seguire una nuova agenda politica ed economica per difendere gli interessi nazionali. L’agenda includerebbe “un massiccio piano di investimenti pubblici e privati”, “un reddito di inclusione”, “la definizione di aree di crisi sociale complessa… dove intervenire con strumenti straordinari”, “la tutela dei pezzi più fragile del sistema produttivo”, e “un piano per il lavoro e il welfare di domani”. L’agenda richiederebbe la costruzione di “una rete fatta di grandi aziende pubbliche e private e di istituzioni finanziarie capaci di muoversi all’occorrenza in modo coordinato tra di loro e insieme al governo”. I due elementi essenziali, che darebbero concretezza a questa ambiziosa agenda, sono: i mezzi finanziari necessari e la capacità di pianificare e di coordinare le politiche proposte. Questi due elementi meritano qualche commento specifico. L’agenda richiederebbe enormi fondi per finanziare i massicci investimenti pubblichi e privati, e le altre spese pubbliche proposte. Consideriamo per primo le spese pubbliche. In Italia la pressione fiscale è tra le più alte tra i paesi dell’Ocse o quelli dell’Unione europea. Per esempio è circa 15 punti del pil, al di sopra degli Stati Uniti e del Giappone, e circa 10 punti al di sopra del Regno Unito. E vari governi hanno promesso di ridurla. La spesa pubblica italiana continua ad assorbire metà del pil a dispetto dei continui riferimenti all’austerità. Il debito pubblico (che è cresciuto di 35 punti del pil dal 2007 al 2016 e ha raggiunto un livello che preoccupa) continua la sua ascesa. Data la situazione dei conti pubblici, non dovrebbe essere il giudizio della Commissione europea a porre limiti piuttosto rigidi allo spazio di bilancio, ma la possibilità non teorica di una crisi finanziaria, che il governo non dovrebbe ignorare. Nel settore privato non ci sono tanti profitti da poter investire in un massiccio piano di investimenti privati. Non è un segreto per il mercato globale che le condizioni delle banche italiane non sono proprio floride da poter permettere loro di finanziare grossi investimenti, come ci ricorda quasi ogni giorno il Financial Times. Le condizioni precarie delle banche prima o poi avranno un impatto sul bilancio dello stato e sul debito pubblico, com’è già successo in altri paesi.

A parte la mancanza di fondi disponibili per fare gli investimenti, le imprese devono far conto con le alte tasse, con gli ostacoli burocratici agli investimenti, con un mercato del lavoro ancora non flessibile, e con il fatto che in Italia la produttività è continuata a crescere a passo di lumaca. Il massiccio piano di investimenti e le altre riforme per “muoversi in modo coordinato” richiedono, più che intuizione e buone intenzioni, specialmente un buon conduttore. Come in un’orchestra sinfonica di qualità, il conduttore deve avere ottime qualità e la capacità di impartire i comandi ai membri all’orchestra capaci di seguirli.

In Italia è difficile identificare sia il conduttore che gli agenti. Il ministro ci assicura che “il Pd può essere il pilastro su cui fondare questa nuova fase politica” ma identifica solo settori dove si possono fare investimenti. Gli investimenti pubblici richiedono profondi studi di costo/beneficio ed esecuzione efficiente senza corruzione. Le altre politiche richiedono profonda conoscenza di come funzionano le economie nel mondo moderno. E’ facile costruire cattedrali nel deserto e creare programmi che danno sussidi. Molto più difficile fare investimenti che con ragionevole probabilità saranno produttivi e programmi che veramente aumentano il welfare pubblico. Gli interessi nazionali non possono essere una guida sufficiente per prendere decisioni costose. In un mio libro del 2015 sull’esperienza economica italiana negli ultimi quaranta anni avevo identificato alcune caratteristiche che mi avevano dato preoccupazione quando, dal Fondo monetario internazionale e poi dal ministero dell’Economia, avevo seguito da vicino la politica economica italiana. Una di queste era la presentazione di grandi idee e buone intenzioni che ignoravano gli aspetti pratici e le conseguenze delle politiche economiche.

Vito Tanzi è economista, già direttore dipartimento finanza pubblica del Fmi, autore di “Dal Miracolo Economico al Declino? Una diagnosi intima”, Jorge Pinto Books, 2015

 

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