L’ignoranza politica degli elettori è razionale. Come limitarla

Quanto stupore del voto sulla Brexit e in generale sulla scoperta che non tutti gli elettori sono sopraffini analisti politici come qualcuno vorrebbe. In realtà è da tempo che giuristi (come Ilya Somin) ed economisti (come Bryan Caplan) confutano "il mito dell'elettore razionale". Proponendo correttivi ben poco "mainstream".

L’ignoranza politica degli elettori è razionale. Come limitarla

Nelle ultime tre settimane, nella mia rubrica "Oikonomia" su Radio Radicale, mi sono occupato di democrazia e ignoranza politica, approfondendo in particolare le analisi di un giurista come Ilya Somin e di un economista come Bryan Caplan. Qui potete trovare l'audio della terza e ultima puntata, di seguito invece il testo rivisto e integrale delle tre puntate.

 

Dopo il referendum inglese dello scorso 23 giugno, con cui il Regno Unito ha scelto di abbandonare l’Unione europea, sono fioccati i commenti sulla irrazionalità degli elettori di entrambe le parti, o peggio sul loro essere in larghissima parte ignoranti, gretti e via dicendo. Non pochi economisti e politologi, a dire il vero, ragionano da anni, e in maniera più raffinata di quanto non sia accaduto in queste ore, sul tema “democrazia e ignoranza politica”. Proprio così per esempio s’intitola un libro del 2013 del giurista statunitense Ilya Somin, tradotto in Italia per Ibl Libri. Nel quale si ricorda come il politologo Anthony Downs, nel suo libro del 1957 intitolato “Teoria economica della democrazia”, sia stato il primo a mostrare che l’ignoranza politica è generalmente razionale.

 

Prima di spiegare perché, accordiamoci sui termini usati. Per “democrazia”, Somin intende il “governo del popolo, dal popolo, per il popolo”, parafrasando Lincoln. Per “conoscenza politica” l’autore intende invece la “conoscenza di questioni fattuali relative alla politica e all’intervento pubblico”, compresa “la conoscenza di specifiche tematiche riguardanti le politiche pubbliche e i leader politici”. Conta anche la misura in cui gli elettori sono capaci di valutare razionalmente le informazioni in loro possesso. Da notare che l’“ignoranza politica” non va confusa con la “stupidità”: “Anche elettori di grande intelligenza possono scegliere razionalmente di dedicare poco o nessuno sforzo all’acquisizione di conoscenza politica. In effetti, i livelli di conoscenza politica sono rimasti stazionari per diversi decenni, nonostante che il punteggio del Quoziente Intellettivo nello stesso periodo sia aumentato enormemente”.

 

Perché, dunque, l’ignoranza politica è razionale? Perché, innanzitutto “un elettore individuale non virtualmente nessuna possibilità di influenzare il risultato di una votazione: forse, meno di una probabilità su cento milioni nel caso dell’elezione del presidente degli Stati Uniti ai nostri giorni. (…) Come risultato di queste scoraggianti probabilità – scrive Somin – l’incentivo ad accumulare conoscenza politica si riduce a qualcosa di molto evanescente, fintantoché la sola ragione per farlo è esprimere un voto ‘migliore’”. Inoltre, “anche un elettore che attribuisca grande importanza all’esito del voto non ha quasi nessun incentivo a investire massicciamente il suo tempo per acquisire conoscenze sufficienti per compiere una scelta informata. Un elettorato informato è un tipo esempio di ‘bene pubblico’”, come l’aria pulita: “I consumatori sono poco incentivati a contribuire a sostenerne i costi perché possono godere dei suoi benefici anche se scelgono di non partecipare alla sua produzione”. Quanto detto finora “non significa che tutta l’ignoranza politica sia il risultato di un processo di decisione razionale. E certamente non implica che la maggior parte dei cittadini esegua accurati e minuziosi calcoli dei costi e dei benefici dell’acquisizione di conoscenza politica. E’ molto più probabile che l’individuo medio abbia semplicemente la forte sensazione intuitiva che non valga la pena di dedicare più che un minimo sforzo all’acquisizione di informazione politica perché è improbabile che ciò possa avere effetti avvertibili sugli esiti della vita politica stessa”. Secondo Somin, la decisione di andare comunque a votare rimane “razionale nella misura in cui l’elettore percepisce una significativa differenza tra candidature e si preoccupa anche solo superficialmente del benessere dei suoi concittadini, oltre che del proprio”. Esistono anche calcoli teorici a sostegno di questo apparente paradosso del voto, calcoli che Somin illustra nel suo libro. I cittadini preferiscono l’intuito ai calcoli, ma il risultato è lo stesso, come si dimostra per il fatto che “le persone convinte dell’esistenza di grandi differenze tra gli opposti candidati hanno una maggiore probabilità di andare a votare di chi è convinto che la differenza sia piccola, come pure dal fatto che l’affluenza alle urne è più alta nelle elezioni in cui ci si aspetta un testa a testa”.

 

Accanto alla teoria dell’ignoranza razionale, ce n’è un’altra quantomeno affine, quella della razionalità dell’uso illogico dell’informazione, o della “razionalità dell’irrazionalità” come l’ha definita l’economista Bryan Caplan. Infatti, sostenendo che l’ignoranza politica è razionale, non si sostiene che gli elettori sceglieranno di non acquisire alcuna informazione, ma solo che gli elettori acquisiranno poco o nessuna informazione allo scopo di votare. Detto ciò, alcuni elettori acquisiranno informazioni per altre ragioni. Pensiamo agli studiosi, ai giornalisti, e poi a coloro che acquisiscono conoscenza politica semplicemente perché la trovano interessante. Secondo Somin, cioè, una volta che sappiamo di avere infime possibilità di influenzare con il nostro voto il risultato di una elezione, ci comportiamo come degli appassionati di sport. Acquisiamo conoscenze sul calcio non tanto perché pensiamo di influenzare una partita, ma per accrescere il piacere che proveremo assistendo alla partita. Nella stessa maniera partigiana approcciamo la politica, e non con l’obiettivo di arrivare alla “verità” su una certa scelta politica o con la presunzione di cambiare una sfida elettorale. Questo è confermato, scrive Somin, da vari studi che dimostrano come gli elettori più informati tendano a essere più partigiani di coloro che possiedono meno informazioni; se questi elettori acquisissero conoscenza politica con il solo scopo di votare “meglio”, questo risultato sarebbe difficile da spiegare. Ecco dunque, in sintesi, le teorie dell’ignoranza razionale e dell’irrazionalità razionale, come le chiamano economisti e politologi. Tuttavia, visto che in democrazia la diffusa ignoranza politica rimane spesso problematica, indipendentemente dalla sua razionalità, nella prossima puntata analizzerò alcuni dei correttivi proposti da Somin nel suo libro.

 

Secondo alcuni studiosi più ottimisti di Somin, sia i consumatori sia gli elettori, quando hanno scarsa conoscenza di un prodotto come anche di una situazione politica, usano delle “scorciatoie informative”. Magari non sappiamo molto di televisioni, ma riconosciamo che il brand “Sony” è famoso per alcuni precisi motivi, e questo può orientare la nostra decisione. Allo stesso modo esistono “scorciatoie informative” trattate nella letteratura politologica: le informazioni tratte dalla vita di tutti i giorni, il ruolo svolto dai partiti politici, le indicazioni fornite dagli opinion leader, il voto retrospettivo e il cosiddetto “miracolo dell’aggregazione”.

 

Si presume per esempio che gli elettori possano ottenere una notevole quantità di informazioni sull’economia dalle transazioni finanziarie personali come la gestione di un conto bancario o la ricerca di un impiego. Vero, osserva Somin, però ci sono almeno tre limiti. Primo: spesso non affrontiamo nella vita di tutti i giorni i temi politici più decisivi di una certa contingenza elettorale. In secondo luogo: saper valutare la propria condizione personale non equivale a saper determinare se il proprio benessere migliorerà una volta eletto un candidato dell’opposizione. Infine: “Per determinare se una particolare esperienza personale è realmente il risultato di una politica pubblica e in caso affermativo quali attori politici ne sono responsabili, occorrono conoscenze piuttosto approfondite”. Si dice poi che i partiti politici possano aiutare gli elettori a economizzare sui costi derivanti dall’essere informati. Osserva però Somin: “Nel migliore dei casi, l’affiliazione al partito di un candidato è un’indicazione delle sue posizioni politiche, ma dice poco all’elettore sui probabili effetti di quelle politiche”. Per dirla altrimenti: se sotto il governo del Partito X le condizioni di vita sono buone, l’elettore non può dedurre automaticamente che ciò sia dovuto al successo delle politiche di quel partito o non piuttosto a politiche precedenti o a fatti che esulano dal controllo politico. La scorciatoia informativa del partito inoltre può essere fuorviante nel caso in cui lo stesso partito si differenzi in realtà a livello locale e nazionale. Infine diventa ancora più difficile da usare nel caso in cui ci sono più di due partiti e gli elettori devono fare qualcosa in più di una scelta binaria. Senza contare il ruolo della suddetta “razionalità irrazionale”: perché se idealmente gli elettori dovrebbero valutare ciò che sanno dell’attività precedente di ogni partito in modo non distorto da pregiudizi e cercando di determinare come misurarlo rispetto ai suoi rivali, in realtà tuttavia, gli elettori con un forte senso di identificazione con un partito tendono a sminuire ogni evidenza di un cattivo operato del partito stesso e a sopravvalutarne i successi.

 

Quanto ad affidarsi agli opinion leader, siano essi giornalisti, commentatori o attivisti politici, si pone prima di tutto il problema della scelta degli opinion leader da seguire, il che diventa più difficile se l’elettore non dispone di una solida conoscenza delle questioni in campo. E poiché l’intera questione del riferimento agli opinion leader nasce dall’esigenza di economizzare sui costi di informazione, è improbabile che l’elettore affronti un massiccio investimento in una ricerca sulle qualifiche dei leader d’opinione.

 

La teoria del voto retrospettivo come scorciatoia informativa afferma che gli elettori giudicano i politici per la loro attività passata piuttosto che per le loro promesse. E analizzare ciò che è stato fatto nel passato potrebbe essere in effetti più facile che predire gli effetti futuri delle politiche dichiarate dai candidati. Eppure anche qui Somin avanza dubbi: in alcuni casi, per esempio, gli elettori non sono nemmeno consapevoli dell’esistenza stessa di importanti politiche pubbliche. Spesso poi una persona ignorante di economia non è in grado di dire se le condizioni dell’economia sono il risultato 1) di politiche del governo attuale; 2) di effetti ritardati delle politiche di precedenti governi; 3) di fattori completamente indipendenti da qualsiasi azione di governo. Senza contare che studi sul voto retrospettivo mostrano che spesso gli elettori incolpano o premiano i governanti uscenti per questioni che erano al di fuori del loro controllo, o tendono a sopravvalutare gli eventi più recenti e sono facilmente distratti da eventi irrilevanti. Infine, osserva Somin, l’ignoranza delle strutture di governo rende difficile per gli elettori decidere quale rappresentante elettivo meriti la riconoscenza o il biasimo. Unica consolazione, la teoria del voto retrospettivo possiede un importante nucleo di verità: può imporre una specie di giustizia sommaria sui leader politici che hanno espresso grossi errori. Ciò contribuisce a spiegare il fatto che in nessuna democrazia moderna si sia mai verificata una carestia, come ha spiegato l’economista e filosofo Amartya Sen.

 

Ma se nel complesso le scorciatoie al voto informato previste nella letteratura sono deludenti, cosa propone Somin per gestire il problema dell’ignoranza politica da cui siamo partiti? Sempre secondo Somin, ci sarebbero due soluzioni più strutturali per ridurre l’ignoranza politica: il decentramento istituzionale e la limitazione tout court dei poteri dello Stato.

 

La prima ipotesi afferma che il federalismo consente ai cittadini di “votare con i propri piedi”, oltre che di votare nelle urne, cioè di abbandonare una giurisdizione che si ritiene meno vantaggiosa per una che si ritiene migliore. E gli elettori che votano con i piedi hanno molti più incentivi a prendere decisioni informate degli elettori convenzionali che votano deponendo la scheda nell’urna. Poiché anche un votante molto bene informato non ha virtualmente nessuna possibilità di influenzare realmente i risultati elettorali, un elettore è scarsamente incentivato a diventare informato, almeno se il solo scopo di ciò è deporre un voto “corretto” nell’urna. Le persone che votano con i loro piedi, invece, scegliendo lo stato o la località in cui andare a vivere sono in una situazione totalmente differente rispetto all’elettore tradizionale. Se un votante con i piedi può acquisire informazioni sulle condizioni economiche, sulle politiche pubbliche adottate o su altri aspetti che caratterizzano una differente giurisdizione, può andare là dove ritiene che le condizioni di vita siano migliori. Ciò crea per i votanti con i piedi un incentivo ad acquisire informazioni rilevanti sulle diverse giurisdizioni più forte dell’incentivo per i votanti tradizionali di acquisire informazioni sui medesimi aspetti. La situazione è simile a chi “vota con i piedi” nel settore privato: la maggior parte delle persone probabilmente spende più tempo per acquisire informazioni per l’acquisto di un’auto o di un televisore che per determinare quale candidato votare alle presidenziali. Inoltre i votanti con i piedi hanno bisogno di informazioni meno dettagliate: a loro spesso basta sapere che in uno stato o i una località specifiche condizioni di vita sono migliori che in un’altra località, e poi essere in grado di mettere in atto questa conoscenza per spostarsi in quei luoghi ritenuti più favorevoli.

 

Somin fa l’esempio degli afroamericani nel sud degli Stati Uniti nell’epoca di Jim Crow, cioè grossomodo dal 1880 al 1960. In quel periodo i governi degli stati del sud adottarono una pluralità di leggi discriminatorie e oppressive verso i neri; e nonostante questi ultimi fossero mediamente più analfabeti dei concittadini bianchi, furono in grado di raccogliere informazioni sull’esistenza di condizioni relativamente migliori in altri stati, sufficienti ad avviare una massiccia emigrazione verso il Nord o altre aree del sud meno oppressive. Tra il 1880 e il 1920, oltre un milione di afroamericani nativi del sud emigrarono al nord o a ovest, circa il 10 per cento della popolazione afroamericana complessiva. Somin descrive le diverse fonti informative utilizzate all’epoca e sottolinea le parole di Frederick Douglass, il più eminente leader afroamericano del XIX secolo, secondo cui “la diffusione è la vera politica per la gente di colore del Sud”. Conclusione di Somin: “Nei fatti si verificò quello che la teoria del voto con i piedi in un federalismo concorrenziale avrebbe predetto: la migrazione non solo ha giovato ai migranti, ma ha inoltre costretto i governi razzisti degli stati del sud a concedere agli afroamericani maggiori opportunità di istruzione e maggiore protezione delle loro proprietà e della loro persona nello sforzo di indurli a restare e a continuare a offrire lavoro alle aziende agricole e industriali di proprietà dei bianchi”. Considerati i costi di trasporto ridotti e i livelli d’istruzione maggiori di oggi, il “voto con i piedi” potrebbe essere ancora più alla portata di tutti in occidente; a patto di favorire un vero federalismo concorrenziale e di non auspicare solo centralizzazioni burocratiche.

 

In secondo luogo, una riduzione della dimensione e della complessità dello stato può ulteriormente alleviare i problemi dell’ignoranza politica riducendo il fardello di conoscenza imposto agli elettori. Scriveva James Madison nel Federalista: “Poco potrà importare al popolo che le leggi siano approvate da uomini da esso designati, allorché tali leggi siano così voluminose da non poter essere lette, così incoerenti da non poter essere intese”. Un avvertimento tanto più importante in democrazie avanzate come le nostre, in cui ormai lo stato intermedia una spesa pubblica pesante come la metà del pil e interviene attivamente nei campi più disparati.

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Non è intelligente, ma da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

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