A cena con "Valentino" si discute di quotazione in Borsa

Valentino Fashion Group di nuovo in Borsa come polo italiano del lusso che sfidi i colossi di oltralpe, Lvmh e Kering. Lo scenario accattivante ha suscitato consensi tra i tavoli della cena organizzata ieri dall’Associazione ex alunni Bocconi. Parla l'ad Stefano Sassi.
A cena con "Valentino" si discute di quotazione in Borsa

Una sfilata di Valentino (foto LaPresse)

Milano. Valentino Fashion Group di nuovo in Borsa come polo italiano del lusso che sfidi i colossi di oltralpe, Lvmh e Kering. Lo scenario accattivante ha suscitato consensi tra i tavoli della cena organizzata ieri dall’Associazione ex alunni Bocconi nella sede milanese dell’Università. Ex bocconiano lo è pure Stefano Sassi, l’ad di Valentino, ospite della serata, che dal 2006 guida l’azienda e ha attraversato le diverse fasi delll’avvicendamento nella compagine societaria: dal gruppo Marzotto, al Fondo di Private Equity Permira fino agli attuali azionisti, la famiglia reale del Qatar che ha investito nel 2012 tramite la cassaforte Mayhoola for Investments. E oggi Sassi potrebbe riportare in Borsa il gruppo che, dice, “ora è un brand e non è più il Signor Valentino”. “La Borsa? È una soluzione, ci stiamo ragionando, è un progetto, una riflessione di medio periodo”, ha detto Sassi al Foglio a margine dell’evento in Bocconi.

 

Da mesi si parla di un ritorno in Borsa della maison di moda, che era stata delistata nel 2008. Il mercato punta su uno sbarco a metà anno, a giugno 2016, con un’operazione giocata nell'ottica della visibilità e per questo destinata agli investitori istituzionali ed internazionali e un collocamento di una quota sostanziosa, anche il 50%. Tuttavia,  non è detto che il gruppo scelga Piazza Affari. Dopo i primi rumors la società aveva detto di star esplorando “tutti i mezzi di potenziamento della struttura finanziaria per costruire una piattaforma di successo per un luxury brand group”, senza però aver preso decisioni in merito.

 

“Gli azionisti non hanno mai negato la volontà di costruire qualcosa di più ampio partendo da Valentino – ha detto ieri Sassi parlando a braccio ai colleghi manager e agli ex studenti della Bocconi – Sono partiti da questo, il marchio è andato bene e in futuro se capitassero occasioni la famiglia si allarga”. C’è poi una questione di governance per un’azienda che è passata da 200 milioni di fatturato a un miliardo nel 2015. “Il Qatar è un azionista intelligente, arrivando a un miliardo di fatturato la governance diventa più complicata – ha spiegato Sassi – e la Borsa da questo punto di vista diventa un naturale approdo. Stiamo valutando, abbiamo già iniziato un processo di ragionamento e riflessione interna, non è da escludere, dipende anche dalle condizioni del mercato”.

 

[**Video_box_2**]Per qualche osservatore il nodo da sciogliere per la quotazione in Borsa è la mancanza di un catalizzatore, una storia da portare sui listini e, in questo senso anche l’acquisizione di un nuovo marchio potrebbe fare buon gioco. Valentino in questi anni ha attraversato un forte processo di riposizionamento, lavorando su un nuovo approccio commerciale e una revisione a 360gradi della struttura di business: da marchio non accessibile con una base di clienti limitata (seppur molto ricchi), totalmente identificato nel suo fondatore Valentino Garavani e ancora assente dal mercato cinese, a un brand che vive di vita propria, svecchiato, di nuovo in voga tra i divi di Hollywood e che dialoga, pur mantenendosi su una fascia di prezzo alta, anche con quei clienti che prima neanche osavano varcare la soglia di una vetrina Valentino. Così la riscossa è arrivata, sono stati aperti negozi, la Cina è entrata nell'impero.

 

E ora? Si sa, il mercato, per premiarti, vuole vedere forti prospettive di crescita. E per farlo anche l’haute couture di Valentino dovrà probabilmente diventare ancora un po’ più democratica. “Un aspetto su cui stiamo facendo qualche riflessione – ha detto Sassi – è che per crescere sopra un miliardo di fatturato non è detto che si intercettino gli stessi clienti di prima. Forse quel cliente aspirazionale che acquista solo un paio di scarpe e basta lo dobbiamo portare a casa”.

 

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