Perché spariamo sulla terra dei fuochi (fatui)

Come si spiega il piombo che "contamina" (aiuto!) i cinque ettari interdetti alla coltivazione in Campania. Semplice: era un poligono di tiro. Percorso fotografico a confutazione dell'ennesima esagerazione mediatica.
Perché spariamo sulla terra dei fuochi (fatui)

Roma. Secondo il ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, quando si parla della cosiddetta Terra dei Fuochi l'opinione pubblica è divisa in due categorie: ci sono i "riduzionisti" (quelli che usano come una falce il rasoio di Occam), sottovalutando il fenomeno dell'inquinamento in Campania, e gli agitatori che stigmatizzano il lavoro degli agricoltori i cui affari sono stati colpiti dalle inchieste giudiziarie e dagli strascichi delle stesse.

 

"Non accetto nessuna sottovalutazione del dramma […] Oggi però siamo in grado di dire che i prodotti che vengono da quell'area sono sani, preferisco chiamarla 'terra di lavoro'", ha detto Galletti nell'intervista ad Avvenire il 6 marzo riferendosi al decreto ministeriale che riferiva dei dati sulla prima fase di monitoraggio.

 

Il Foglio ne aveva parlato mercoledì 20 febbraio. Su 43 ettari analizzati 15 ettari sono interdetti alla produzione e sono divisi in 9 siti: 8 sono terreni incolti, uno solo – di 5 ettari – è coltivato a patate e vista la concentrazione di piombo sopra la soglia di contaminazione – campanello d'allarme che motiva le autorità a procedere con un'analisi del rischio – è stato “interdetto” alla frequentazione. E’ una misura prudenziale a tutela della salute degli agricoltori che vi lavorano, non del consumatore finale (gli ortaggi sono buoni, dice anche Galletti).

 

Da estremisti "riduzionisti", avanzammo il sospetto che pure quel terreno interdetto – è bene ripeterlo – in via precauzionale per evitare danno alla salute degli agricoltori e non perché gli ortaggi fossero nocivi avesse una particolarità essenziale per capire come mai la concentrazione di metalli – piombo e antimonio – fosse superiore alla soglia di contaminazione.

 

Avanzammo una supposizione: pallini da caccia (sono fatti in lega di piombo e antimonio). Bene, ci sbagliavamo… ma solo in parte. Quel campo di patate nella frazione di Bosco Calabricito (Acerra) non è frequentato da cacciatori bensì pare essere stato un poligono di tiro al volo in passato. Ecco perché.

 

I rilievi della relazione Arpac e il dettaglio del terreno interdetto (contornato in rosso).

 


 

Ecco com'è in tempi recenti secondo le immagini satellitari di Google maps. Visto più da vicino si notano dei ruderi di manufatti.

 


 

 

Ecco invece com'era il sito nel 2002-2003 dalle immagini satellitari di Google earth, quando le suddette strutture erano più riconoscibili e probabilmente ancora attive (gli alberi sono curati, la strada è agibile).

 


 


Dopo una rapida ricognizione, non c'è riscontro di una società o di una cooperativa di amanti del tiro al volo fallita negli ultimi anni a Bosco Calabricito ma la struttura, l'architettura, la posizione, e gli impianti di cui si vedono le tracce somigliano decisamente a un poligono. Qui l'immagine satellitare di un poligono – in altra località – funzionante.

 


 

 


 


Il comandante del Corpo forestale dello stato della provincia di Napoli, generale Sergio Costa, aveva accompagnato la trasmissione Linea Verde della Rai esattamente su quel terreno, in occasione della conclusione della prima fase della mappatura.

 

 

 

 

"Abbiamo fatto le verifiche, abbiamo trovato tantissimo piombo, oltre i parametri di legge in modo consistente, e questo sito di cinque ettari andrà a caratterizzazione ambientale e poi a futura bonifica", dice Costa.

 

Quello che colpisce la conduttrice è la presenza di una discarica distante, il che evidenzia una possibile causa drammatica e generale di inquinamento. Ma nessuno si è accorto della causa più semplice, specifica e forse palese per il sito che stavano calpestando durante le riprese (al minuto 2:00 troupe, conduttrice e comandante passano accanto ai ruderi). Infatti di poligoni, o simili, non si parla. Troppo banale.

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