Szabó, animale letterario fantastico

La scrittrice, cresciuta col latino come lessico famigliare, ha tentato una riscrittura dell’Eneide, dove allude ai regimi che si sono succeduti nella sua Ungheria

Szabó, animale letterario fantastico

L'Incendio di Borgo, affresco di Raffaello e aiuti, 1514, Stanze Vaticane

Il Novecento è stato attratto e respinto dall’“Eneide”. Il poema virgiliano, parabola di una sconfitta amara che si muta in un’amara vittoria, è diventato termine di paragone e allegoria dell’attualità per un secolo in cui i processi storici tornavano a somigliare a un fato implacabile, in cui guerre e paci totalitarie costringevano gli intellettuali a tacere, fuggire o adulare, e in cui si ripescavano i miti per travestire il presente. Virgilio rappresenta sia il compromesso con l’ordine augusteo, sia l’ombra malinconica che la storia scolpita dagli eserciti getta su destini individuali mai coincidenti col suo corso. È il frutto maturo della tradizione classica venerato da Eliot, ma anche l’artista deciso – come Kafka – a bruciare il suo poema incompiuto, l’agonizzante che Broch evoca mentre a fare i falò di carta sono i nuovi dittatori.

 

Magda Szabó, cresciuta col latino come lessico famigliare, ha tentato perfino una riscrittura dell’“Eneide”, dove allude ai regimi che si sono succeduti nella sua Ungheria. Così è nato “Il momento”, oggi proposto dalle edizioni Anfora: un romanzo che l’autrice ha rimuginato per decenni ma steso solo lungo gli anni Ottanta, nella solitudine della vecchiaia e nel crepuscolo di un intero mondo. Vi si trova infatti l’umorismo sfrenato e ambiguo che fiorisce al di là della disperazione, la libertà noncurante di chi lascia gli ormeggi perché si è ormai conquistato una incancellabile identità pubblica. Di questa identità, e dei grevi paramenti con cui soffoca l’io profondo, il personaggio principale del “Momento” non può invece mai disfarsi. Non parliamo di Enea, ma di Creusa.

 

Perché la Szabó diffida dell’iconografia diffusa dal secondo libro virgiliano: le sembra incredibile che una madre lasci la mano del suo bambino, trotterellando sola alle spalle del marito. Abituata fin da piccola ad aggiustarsi la storia e le storie a modo suo, immagina allora un’alternativa temeraria. Nel “Momento”, attribuito a un poeta antivirgiliano ostracizzato e chiazzato di un fantastico vocabolario frigio, Creusa sente Venere ordinare al figlio di sacrificarla, ed Enea accettare. Già a Troia, il pio eroe somiglia all’italiano archetipico su cui ha ricamato Garboli: un mammone viziato, devoto ai decreti di famiglia o provvidenza e convinto che i giochi sono fatti dall’inizio.

  

Ma non è così: nella trama fatale c’è sempre un kairós che nessun dio controlla, e che si può cogliere per dare il proprio colpo di pollice alla storia. Creusa, dunque, uccide il marito e ne prende il posto, grazie alla complicità della serva Caieta (i libri della Szabó si reggono spesso su un legame tra donne) e al silenzio dei sacerdoti, subito pronti, come capita nelle dittature, a giurare che il bianco è nero e la femmina maschio. Questo rovesciamento ricade su tutto l’intreccio, e obbliga l’autrice a inventare dèi e amori inediti, a escogitare soluzioni acrobatiche per risolvere l’episodio di Didone, le peripezie italiche e i trionfi nel Lazio. Ma ne vale la pena, dato che la trovata iniziale offre una metafora semplice quanto potente, e capace di agire a molti livelli.

   

Creusa è il presente vivo, concreto, che l’ideologia vuole immolare come un “capretto” in nome di un astratto “futuro impero mondiale” – l’impero in cui, nel Novecento ungherese, ripose una fiducia incrollabile quello stoico Virgilio-Enea che fu Lukács. Ma Creusa è anche la donna che per sopravvivere e avere un ruolo da protagonista deve restare imprigionata nell’armatura di un uomo. “Che cosa mi hanno fatto gli dèi mostri?”, pensa alla fine. “Io non so compiere se non imprese enormi, solcare il mare, conquistare l’Italia. Non so far niente che sia semplice, che sia umano, eppure lo desidero; solo che è impossibile”. Ma c’è nel “Momento” anche un’ultima, formidabile rappresentazione della Storia. Ormai anziana, l’eroina torna in una Troia trasformata in sito archeologico.

 

Tra turisti e souvenir, gli aedi impongono già come vera la versione falsa dell’“Eneide”, mentre i veri superstiti appaiono falsi come attori; e in mezzo alle rovine, la corona di Ecuba fa addirittura riscoppiare una parodia di guerra. Qui Virgilio sfuma in Luciano, nelle derive gravi ma non serie del postmoderno. In questa Creusaide cambiano di continuo le scene, i toni, le atmosfere: ci sono il mito e il gioco, il teatro e l’avventura, la psicologia raffinata e il piacere puro della descrizione. La Szabó è come un animale letterario fantastico, metà Savinio e metà Woolf, metà spiritosa romanziera francese e metà splenetica diarista mitteleuropea. Forse queste nozze potevano avvenire davvero solo dopo una vita lunga e difficile, quando i miti non sembrano più favole come a scuola, ma suona molto comprensibile e realistico “che le mogli degli eroi servano ai mariti i propri figli come cena, o che magari nella loro notte di nozze inviino camicie carnivore all’amante che le abbandona”.

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