Limonata pop: il manifesto di Beyoncé

Un romanzo in musica, in cui una Beyoncè furiosa insulta il marito traditore e sfascia le auto con una mazza da baseball indossando però abiti di Yves Saint Laurent. Un tentativo per niente impacciato di essere qualcosa di più della più pagata cantante del mondo: una femminista.

Limonata pop: il manifesto di Beyoncé

"Lemonade", il nuovo album di Beyoncè

Non c’è più tempo per vivere, e neanche per dormire, perché le serie tv sono troppe, e troppo lunghe, e anche un disco va guardato per un’ora sulla Hbo, perché bisogna capire se è un manifesto sul femminismo black o una lunga sfuriata musicale (con dentro tutti i generi musicali) sui tradimenti del marito, fino al lieto fine della riconciliazione, sempre in video. Il nuovo visual album di Beyoncé, nello scorso decennio artista del decennio e da un po’ artista con messaggio (“succhiami le palle, ne ho abbastanza” e “vaffanculo” sono messaggi piuttosto diretti e adatti a una crisi coniugale accesa, ma l’album ne contiene molti altri, più elaborati, personali e politici), si intitola “Lemonade”, per ora si può ascoltare su Tidal, la piattaforma di proprietà del marito rapper Jay-Z, che è anche il protagonista di molte canzoni, l’uomo a cui si urla, appunto: ne ho abbastanza, vai da quell’altra con i bei capelli.

 

Anche se il tradimento è un tema universale, e ogni storia è la storia di un tradimento, su tutti i giornali e i social del mondo si parla di questa Beyoncé femminista furiosa che sfascia le auto con una mazza da baseball indossando però abiti di Yves Saint Laurent e Roberto Cavalli, e di Jay-Z e delle sue presunte amanti, scoperte da tweet in cui indossano reggiseni con limoni sui capezzoli (“Lemonade”). E’ un grande spettacolo, che mescola i pettegolezzi sulle celebrità alle apparizioni delle celebrità stesse, felici di stare nel disco (o nel film? o nella serie tv?) di Beyoncé sull’amore, l’emancipazione, la resistenza femminile, il razzismo, la rabbia, la schiavitù, la polizia, Malcolm X. Un romanzo in musica, un collage dei pezzi di una vita e di una formazione culturale, anche la sfilata glamour di ciò in cui si crede, e il tentativo per niente impacciato, per niente complessato, di essere qualcosa di più della più pagata cantante del mondo: nel disco precedente, nel video di “Flawless”, Beyoncé aveva usato le parole della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie (dal suo saggio: “Dovremmo essere tutti femministi”) e molte femministe l’avevano criticata: come osa, con tutto quel corpo esposto, il mascara, quelle cosce così sfrontate, dirsi femminista?

 



 

Questa volta non succederà, perché Beyoncé ha sfondato il muro della diffidenza dichiarandosi donna tradita e arrabbiata. Se soffre, se spacca tutto, se dice: “Tu mi vuoi solo quando non ci sono”, se anticipa i giornali di pettegolezzi, riempie i video di ragazze e chiede nuovi versi a una giovane poetessa somala di Londra, allora anche una milionaria piena di lustrini ed extension merita rispetto intellettuale e solidarietà sentimentale. Tanto più che le canzoni partono dalla rabbia distruttiva e arrivano alla speranza, alla resurrezione e perfino alla redenzione, seguono un percorso morale (pieno di musicisti importanti), in cui la nonna e le sue sagge parole hanno un ruolo importante. E se il disco esce a sorpresa, di notte, e bisogna aspettare l’ultimo video, “Freedom”, come nelle serie tv per scoprire il finale, il destino è sempre lo stesso: non si può nemmeno più dormire.

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