Fenomenologia breve del dottor Davigo

Ascoltare le parole del capo dell’Anm (cioè, gli innocenti non esistono?), metterle a fianco a quelle di Mascherin, Orlando e Canzio e farsi qualche domanda sullo stato del potere giudiziario in Italia. Con poco ottimismo

Fenomenologia breve del dottor Davigo

Il presidente dell'Anm, Piercamillo Davigo (foto LaPresse)

È difficile farsi un’idea tendenzialmente obiettiva dello stato della giustizia in Italia – un’idea personale ce l’ho, incrollabile. Bisognerebbe forse tener dietro alle celebrazioni e commemorazioni del quarto di secolo dall’esordio di Mani Pulite, ma occorre tempo e voglia. Mi contento di vedere che strada ha preso ciascuno dei quattro mattatori della procura milanese, una volta usciti dalla fotografia di gruppo.

 

Il più in vista, alla distanza, è Piercamillo Davigo. Non ho idee chiare su di lui. Passa per intelligente di un’intelligenza affilata, e sembrò intelligente anche a me: non è abbastanza, ma è il minimo. Ebbi poi dei dubbi, man mano che si moltiplicavano le sue comparse televisive. Dava risposte taglienti e pronte, corredate di aneddoti brillanti e definitivi – soprattutto sullo stupore suscitato nei colleghi internazionali dal suo racconto della politica della giustizia italiana. Solo che gli aneddoti erano sempre gli stessi, e anche le risposte taglienti e veloci. Così veloci e pronte, oltretutto, da evocare un automatismo e far dubitare sull’eventualità che fosse disposto a riflettere a qualcosa di nuovo o a ripensare – brevemente, eh, qualche secondo – a qualcosa di vecchio.

 

Sarà colpa delle domande, che anche loro sono sempre le stesse, e dell’assenza di contraddittori e della presenza di applausori. Ho anch’io una gamma di aneddoti per gli interlocutori internazionali. Per esempio fui giudicato da un presidente d’assise già designato a guidare da aggiunto, sbrigato il mio processo, la procura che vi sosteneva l’accusa: un aneddoto riuscito. Avendo dubitato a lungo, e contro me stesso, della opportunità di separare le carriere dei magistrati, ora mi sembra che Davigo offra un argomento forte ai suoi fautori. Pensa Davigo – mi servo di resoconti plurali – che per lo più gli assolti dai tribunali non sono degli innocenti ma dei colpevoli che l’hanno fatta franca. (L’evenienza di innocenti che non l’abbiano fatta franca non è contemplata).

 

Questa opinione, che è piuttosto un sentimento, un pregiudizio sposato deliberatamente e metodicamente, è squisitamente andreottiana. È preziosa, se non per tutti gli accusatori, per i più affilati, che hanno il proprio prototipo in Satana, l’angelo che siede fedelmente ai piedi del Signore con l’incarico di pubblico accusatore. Così l’opinione andreottiana brillantemente espressa da Davigo ne farebbe ai miei occhi un eccellente rappresentante sindacale, se non di tutti i pubblici ministeri italiani, di una loro parte oltranzista e agguerrita.

 

Però è successo che Davigo sia il rappresentante di tutti i pubblici ministeri e di tutti i giudici. Forse c’entrano davvero le pensioni e le ferie, ma non ne so abbastanza e non mi interessa. Mi chiedo come possa un giudice riconoscersi nel proverbio che Davigo è abituato a emettere – come una sentenza – nelle sue comparse pubbliche: “Male non fare, paura non avere!”. Si potrebbe incidere nelle aule di scuole e tribunali, come un ammonimento e una rassicurazione, oppure come un epitaffio, sulla tomba di Enzo Tortora. Come possa un giudice riconoscersi nella seguente dichiarazione di Davigo (che trovo riportata fra virgolette, da un dibattito recente fra lui e l’avvocato Andrea Mascherin): “Pretendere l’assoluta verginità cognitiva del giudice è assurdo: è giusto invece che chi deve decidere lo faccia anche sulla base della propria esperienza, e cioè del fatto che la maggior parte degli imputati è colpevole”. Traduco: è giusto che il giudice (che non può essere “assolutamente vergine” cognitivamente e generalmente, come ciascun venuto al mondo) avendo sperimentato statisticamente che fra i suoi imputati c’è stata una maggioranza di colpevoli, decida “anche” su questa base. Dunque sia persuaso che l’imputato che ha di volta in volta davanti sia comunque “probabilmente” colpevole. Il giudice condizionato da un così madornale pregiudizio dovrebbe ricusarsi da solo e passare al giornalismo. E quanto ad acutezze, chiederei su quale esperienza propria si baserebbe il giudice alla sua prima prova. Fatto sta che l’autore di una rigogliosa e popolare antologia di simili precetti rappresenta, poco meno che all’unanimità, i magistrati italiani sia dell’accusa che del giudizio.

 

Mi sarei fatto così un’idea aggiornata dello stato della giustizia se l’insonnia non mi avesse indotto, da un altro fuso orario, ad ascoltare su Radio Radicale la registrazione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del Consiglio Nazionale Forense, due giorni fa. Non c’era Davigo, c’era però quell’avvocato Mascherin sopra menzionato, che del Cnf è presidente, e di cui non sapevo niente. Ho a mia volta un pregiudizio in suo favore, perché è friulano e io, come il giudice di Davigo, basandomi sulla mia esperienza, so che la maggior parte dei friulani è gente in gamba. Il discorso – cinquantuno minuti – di Mascherin mi ha colpito per l’intelligenza nient’affatto automatica, per l’ironia e per l’apertura civile cui era ispirato. Ne consiglio l’ascolto. Anzi, tanto più che Mascherin ha esortato i suoi rappresentati a un comune impegno “politico”, ne consiglio il confronto con la gamma di discorsi che negli stessi giorni si vengono moltiplicando da parte degli attori della politica professionale. Di passaggio, facendo garbatamente il verso a Davigo, ha osservato come suonerebbe singolare che lui, “il presidente istituzionale degli avvocati dicesse che tutte le sentenze di condanna sono sbagliate, che non esistono colpevoli e che va tolto il potere ai pm perché conduce alla punizione degli innocenti”.

 

Non mi fermo qui sul programma e sulla visione dei rapporti sociali e personali che Mascherin ha prospettato, che sono ovviamente discutibili. Mascherin ha comunque ricevuto un applauso quasi increscioso, un’ovazione. (“Non me l’aspettavo – ha commentato – mi aspettavo di più”, perché i friulani ogni tanto sono spiritosi). Quando gli applausi sono così sentiti e scroscianti e prolungati, vi si avverte oltre al consenso al contenuto e al tono delle cose ascoltate, una specie di risarcimento a una frustrazione. Vi ricordate gli applausi che il Parlamento tributò al discorso di Napolitano rieletto? I parlamentari sono infatti più frustrati degli avvocati. Quanto gli avvocati (vasta categoria, “una metà vicina alla soglia di povertà”) siano capaci e inclini a condividere l’invito di Mascherin, è da vedere. Il ministro Orlando, intervenuto dopo di lui, dice cose del tutto apprezzabili, e qualcuna anche ne fa, cosa di cui si sono ormai accorti tutti. Ma devo finire, e lo faccio passando al discorso del primo presidente della Corte di Cassazione, Giovanni Canzio. Qui sono stato meno sorpreso, perché l’avevo già sentito in altre notti bianche. Mi limito a richiamare tre dei suoi argomenti e delle immagini in cui li ha fissati. Il primo: l’incastellamento. La nostra vita pubblica, pensa Canzio, e la stessa concezione della giustizia, richiamano il riflesso difensivo che segnò nel Medioevo la costruzione di castelli sopraelevati in cui la popolazione si ritraeva di fronte alle invasioni saracene, normanne, ungare. Un riflesso analogo induce oggi a chiudersi e tirar su i ponti levatoi. (Se vi interessa la storia dei castelli, leggete i libri di Paolo Cammarosano). Canzio, che per ironia abita al Palazzaccio, ha così efficacemente variato la metafora del Palazzo. E per non restare alle metafore, ha discretamente raccomandato al ministro Orlando di riconsiderare in extremis le nuove misure sui richiedenti asilo, che escludono l’appello e limitano gravemente garanzie e contraddittorio, instaurando nei loro confronti una sbrigativa giustizia di scartamento. Il terzo passo di Canzio che ho annotato è presto riferito: descrive, per opporglisi, un paesaggio della società contemporanea “tutto poliziotti, pubblici ministeri e manette”.

 

Non è facile farsi un’idea dello stato della giustizia oggi in Italia, nemmeno limitandosi ai suoi addetti. Poi ci sono le galere eccetera. Su quelle ho le idee chiare.

 

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