La globalizzazione non sta tanto bene, ma i No global stanno peggio

Che fine hanno fatto il popolo di Seattle e i pacifisti? Autorottamati. S’attendevano la rivoluzione dei proletari del sud del mondo e così non hanno visto arrivare ribellione della classe media e scontro di civiltà.
La globalizzazione non sta tanto bene, ma i No global stanno peggio

Roma. In questi giorni ricorrono i 15 anni del G8 di Genova, il momento di massima visibilità del movimento antiglobalizzazione, altromondista e altermondialista, per brevità chiamato No global. Ci sono le rievocazioni delle lotte sociali, il ricordo di Carlo Giuliani caduto durante gli scontri, la richiesta di verità e giustizia per le violenze delle forze dell’ordine, qualche forma di reducismo, ma in pochi si sono resi conto che il movimento non c’è più. Proprio nel momento di massima turbolenza politico-economica dei paesi occidentali, non si vedono i No global. E pare che nessuno ne senta la mancanza. Si fa fatica a trovare qualche superstite: Luca Casarini, il leader dei disobbedienti, va ogni tanto in tv o sui giornali per qualche processo pendente, ma fa una vita tranquilla. Vittorio Agnoletto è fuori dai radar. Francesco Caruso tiene un corso all’università e l’ultima volta che se n’è sentito parlare era per una colletta per una multa su un campeggio no global del 2003. Mentre Fausto Bertinotti, massima espressione politica del movimentismo, è passato dal dialogo col subcomandante Marcos dell’Ezln in Chiapas a quello con don Julián Carrón di Cl a Rimini.

 

Ma il declino del movimento no global non riguarda solo l’Italia, è un fenomeno appunto globale. Basta vedere i bollettini degli incidenti dopo i meeting internazionali come il G8 o il World Economic forum di Davos: se 15 anni fa per garantire la sicurezza bisognava schierare gli eserciti, adesso basta la polizia municipale, che anziché i temibili black bloc deve tenere a bada gruppetti armati di cartelloni e telecamere, tipo i grillini in gita al Bilderberg. Il movimento no global è solo l’ombra di quello che ha dominato la scena pubblica a partire dalle proteste contro il meeting di Seattle del Wto del 1999. Il “popolo di Seattle” con le sue idee e i suoi metodi anche violenti era cresciuto dopo ogni appuntamento: Praga, Québec City, Genova. L’idea era che gli stati e la politica nazionale non contassero più nulla, che il vero potere fosse nelle strutture politico-economiche sovranazionali: multinazionali, Wto, Banca mondiale, G8, Fondo monetario internazionale. Per contrastare questi poteri non aveva senso conquistare carcasse come stati e parlamenti, pertanto venivano costruite piattaforme globali come il World Social Forum di Porto Alegre, la Davos anticapitalista con lo slogan “un altro mondo è possibile”.

 

Emergevano leadership politiche: Hugo Chávez in Venezuela, Evo Morales in Bolivia, i Kirchner in Argentina, Lula in Brasile, tutti con i loro modelli economici alternativi e contrapposti all’ordine neoliberale. Negli stessi anni si affermavano   intellettuali di riferimento come la canadese Naomi Klein che con il libro “No Logo” denunciava lo strapotere delle multinazionali, o i filosofi politici Toni Negri e Michael Hardt, autori di “Impero” e “Moltitudine”, testi nei quali si descriveva una sovranità imperiale sovranazionale a cui bisognava contrapporre una moltitudine mondiale, in una lotta di classe globale. Negri e Hardt nei loro scritti prendevano in giro Samuel Huntington, il politologo statunitense teorico dello scontro di civiltà, secondo cui l’ordine globale, dopo lo scontro ideologico, si sarebbe organizzato lungo faglie culturali e religiose. I filosofi postmarxisti definivano Huntington come un consigliori inascoltato dal sovrano, perché il potere imperiale vuole dominare il mondo e non ammette confini.

 

Dopo gli attentati dell’11 settembre, la strategia bushiana di guerra al terrore e di esportazione della democrazia sembrò confermare agli occhi dei No global l’idea di un Impero americano che impone il proprio dominio economico-militare su scala globale. Il movimento divenne anche pacifista e riuscì a portare nelle piazze di tutto il mondo milioni e milioni di persone in opposizione alla guerra in Iraq. Sul piano economico il movimento no global si oppose all’apertura dei mercati, alle privatizzazioni, all’austerità fiscale, alla liberalizzazione dei movimenti di capitali. Tutte “politiche neoliberali” che avrebbero consolidato lo sfruttamento del nord sul sud del mondo, aumentato la povertà e allargato la diseguaglianza tra paesi ricchi e paesi in via di sviluppo.

 

Che fine ha fatto tutto questo capitale di esperienze, proteste e relazioni? Com’è possibile che mentre la globalizzazione mostra le sue fragilità, la risposta politica venga soprattutto da destra? Donald Trump negli Stati Uniti, Marine Le Pen in Francia, Viktor Orbán in Ungheria, la Brexit: il sovranismo avanza in tutti i paesi occidentali. Anche quando emergono partiti non tradizionalmente di destra, tipo il M5s in Italia, essi propongono il recupero di sovranità politica, fiscale, monetaria e addirittura alimentare. Persino i governi socialisti dell’est Europa chiedono di chiudere i confini. “L’opposizione alla globalizzazione oggi è sovranista e questo va contro la lettura cosmopolitica e internazionalista prevalente per tanti anni – dice al Foglio Damiano Palano, ordinario di Filosofia politica all’Università Cattolica – Già all’epoca lo schema impero-moltitudine era vago, non si capiva bene cosa fosse l’impero prima che la moltitudine, ma ora è del tutto superato dal ritorno degli stati nazionali come arena politica da cui guidare il processo di globalizzazione”.

 

Non c’è solo il ripiegamento in tutti i paesi sui temi di politica interna. Al movimento no global è venuto a mancare il pilastro del pacifismo. “All’epoca gli Stati uniti erano l’unica superpotenza globale e per il movimento no global era semplice riprendere le tematiche antimperialiste. Ora lo scenario è completamente cambiato e possiamo dire che il movimento pacifista non esiste più”, dice Palano. Eppure ci sono molti più conflitti, la guerra e il terrorismo arrivano nelle nostre città. “Lo scenario è difficile da leggere, c’è un ritorno alla logica di potenza e ci sono scontri che chiamano in causa fratture religiose e ideologiche, di fronte alle quali il movimento pacifista è a corto di spiegazioni. Inoltre protestare contro gli Stati Uniti è possibile, ma farlo contro l’Isis è inutile”. E forse ora è Huntington che dall’oltretomba sorride del post-marxismo di Toni Negri.

 

Naturalmente ci sono segni di vitalità da parte della sinistra che in qualche misura si rifà a quelle esperienze, basti pensare al movimento di Occupy Wall Street in America, al successo di Syriza in Grecia, all’ascesa di Podemos in Spagna. Ma Occupy è molto diverso dal popolo di Seattle, è ripiegato su tematiche interne come la lotta contro la diseguaglianza negli Stati Uniti, non quella globale. Alexis Tsipras e Pablo Iglesias, entrambi legati alle esperienze del G8 di Genova e dei disobbedienti, hanno preso strade diverse rispetto a quella stagione, sono entrati nella politique politicienne e delle alleanze coi partiti. Nessuno dei due guida movimenti europei o internazionali, entrambi rivendicano spazi di sovranità statale per resistere ai poteri sovranazionali. Esattamente come i partiti di destra. Inoltre, una volta raggiunto il potere, i figli del movimento non sono riusciti a dimostrare che “un altro mondo è possibile”. In Grecia Tsipras ha firmato l’ennesimo memorandum con la Troika, proprio il simbolo contro cui aveva costruito il suo successo elettorale. In Sudamerica “l’economia alternativa” dei governi socialisti si è manifestata nelle code per il cibo in Venezuela, negli scandali di corruzione in Brasile e nei conti pubblici fuori controllo un po’ ovunque.

 

I movimenti ritenevano che la crescita dei paesi emergenti fosse dovuta alle politiche eterodosse di spesa e redistribuzione, senza rendersi conto che era il contrario: le spese allegre erano possibili solo per l’elevato prezzo delle materie prime sui mercati internazionali. In pratica i governi che piacevano ai No global fornivano il carburante alla globalizzazione, non avevano affatto inventato “un’economia alternativa”. Il meccanismo è diventato più evidente quando i prezzi delle commodities sono crollati e con loro sono venuti giù anche i governi no global. Il fatto è che il movimento ci ha capito poco o nulla della globalizzazione, soprattutto sul piano economico. Teorizzava l’impoverimento dei paesi più poveri per mano delle forze del libero mercato e invece è successo il contrario. “E’ indubbio che la globalizzazione abbia avvantaggiato alcuni paesi in via di sviluppo – dice al Foglio Fausto Panunzi, economista della Bocconi – Negli ultimi anni sono cresciuti a livelli sostenuti, centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà assoluta, soprattutto in paesi come la Cina e l’India, e anche la diseguaglianza a livello globale si è ridotta”. Al contrario di ciò che ipotizzavano i No global, l’apertura dei mercati e il libero commercio hanno promosso crescita economica, sviluppo sociale e miglioramento delle condizioni materiali nei paesi più poveri, mentre alcune ripercussioni più controverse si sono avute nei paesi sviluppati.

 

Se infatti è diminuita la diseguaglianza globale, è aumentata quella nei singoli stati; la globalizzazione ha premiato chi aveva conoscenze e capacità da far valere a livello globale, mentre ha penalizzato imprese e lavoratori meno qualificati esposti alla concorrenza internazionale. Si è così assottigliata la classe media, da cui è stata espulsa una fetta di società che è diventata la base elettorale dei partiti che chiedono di alzare le barriere nazionali. “Dobbiamo fare attenzione alle analisi troppo semplificatrici – dice Panunzi – E’ vero che un processo di globalizzazione così rapido ha prodotto anche molti squilibri, ma un ritorno al protezionismo non è una risposta ottimale e probabilmente nemmeno realistica. Se siamo in queste condizioni è anche perché c’è stato un fallimento dello stato nazionale nel difendere gli sconfitti della globalizzazione. L’Italia è un chiaro esempio di paese che non è stato in grado di ricalibrare il welfare verso le fasce sociali che più ne hanno bisogno”. Da anni i No global annunciavano la rivoluzione del sottoproletariato del sud del mondo e si sono trovati, quando è arrivata la crisi economica, alle prese con una rivolta del ceto medio dei paesi ricchi. E ora, pur non essendo un periodo eccezionale per la globalizzazione, il movimento altermondialista se la passa peggio.

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